mercoledì 20 marzo 2013

L'ultimo giorno d'inverno.

Lo stress di una classe che non ti appartiene (o tu non appartieni a lei?), di una scuola che non ti piace in un posto che ti soffoca, perché non è né Milano né Firenze.
La malinconia della pioggia e la rabbia di chi parla senza pensare alle sue (non) azioni e ai tuoi sacrifici (di cuore).
Lo stress, la malinconia, i tendini della mano che urlano pietà e tu che sbotti di smetterla di chiamarti in duecento. Tu che sei stanca dei pranzi con gente che non sa parlare d’altro che di unghie e di fidanzati e lampade da fare. Tu che vorresti sorrisi e non domande di circostanza.
Tu che poi sono io che non piango per nessun motivo al mondo, perché sennò mi si arrugginiscono le guance.
E poi ci sei tu, tututu.
Tu che salutavi e poi non più, che compari quando uno è convinto che non ci sei e pass(av)i senza salutare, senza sorridere (sorridermi). Tu che, mentre piove, come me giri col cappuccio sotto l’acqua e senza ombrello.
Tu con gli occhi ghiaccio e il sorriso caldo come il sole a primavera quando ti scalda le braccia scoperte per metà. Tu che torni a salutare, a sorridere (a sorridermi) e fai bloccare una come me che alla primavera non ci si abitua mai, una che a questa danza strana non sa prenderci l’abitudine.
Tu che torni a salutare, a sorridere ed io che poco dopo metto un piede in una pozzanghera, ma non impreco, sorrido.
Sorrido.

(E’ l’ultimo giorno d’inverno per il calendario, per gli alberi che hanno già dei fiori e delle gemme, per me. E’ l’ultimo giorno d’inverno e vorrei che fosse l’ultimo giorno di primavera, ma vorrei che l’estate fossi tu e non un qualcosa che si sta scongelando dentro.)

martedì 12 marzo 2013

I heard that your dreams came true.

Ciao D.,
auguri, finalmente sei diventato papà (oggioggi? Ieri? Poche ore fa? Quando? Dove?) e io mi auguro che sia tutto apposto, che lei stia bene, ma soprattutto che siano bene le bambine e che il “nate premature” non crei problemi.
Auguri, so – senza averti parlato – quanto tu volessi diventare papà, nonostante tutto.

Un anno fa, o pochi giorni di più di “un anno fa”, stavamo entrambi piangendo una perdita. Diversa, totalmente forse, ma che ci ha sconvolti entrambi. Una perdita con un nome fa ancora più male.
Un anno non c’erano verità che bruciano più del sole su una ferita, più del fuoco sulla pelle, più di tutto. Ci sono verità che ti fanno diventare cattiva, dire “non ti può mancare. Non era lui” o peggio “per me non è mai esistito” che è peggio di fingere la sua morte, perché è rinnegare tutto, tutto. Ci sono verità che fanno male non perché ti colpevolizzi di non averle viste, ma perché non le hai mai pensate come false. Fiducia cieca, senza dubbi. Ci sono verità che fanno male perché ce le siamo negate e tante verità messe insieme e fanno rabbia, labbra morse a sangue, debolezza, ma su tutto c’è una che va oltre questo, oltre al dolore di averle scoperte. E’ la consapevolezza che le supereresti, senza dubbi.

Sei diventato papà, che effetto fa? Le hai strette? Hai potuto o sono state messe subito nell'incubatrice?
Hai pianto?
Sì, ne sono quasi sicura. Riesco quasi a vederti che ti sciogli e piangi per il miracolo della vita, per le tue figlie.
Le tue figlie.
Ora ci sono grandi responsabilità, scelte da fare, cose da cambiare.
Io non ti ho mai chiesto nulla, se non una volta di camminare sotto il sole con me per andare a prendere una crepes, ma ora vorrei chiederti un paio di cose.
Smettila, con tutto. Smettila non per te, per lei, per me o chiunque altro, smettila per quelle due bimbe dai nomi strani.
Cresci, per non cadere più nelle bugie e nei brutti giri. Cresci, ma non troppo, perché devi insegnare a loro a sognare.
Leggi loro una storia ogni sera, fin da ora. Inventale, se non trovi.
Abbracciale, ma si fermo quando dovrai sgridarle. Stringile forte come facevi con me quando ero debole.
Non farti vedere mai deluso da loro, mai. La delusione di un padre, per una figlia, è peggio di un amore ferito o finito.
Insegna loro che i soldi non sono tutto, insegnali la bellezza di una risata, delle corse sotto la pioggia e del sorriso.
Fai domande, noi figlie non parliamo, ma rispondiamo.
Sii presente e falle sentire belle, anche queste due cose.
E non mentirgli mai, almeno non a loro.
Insegnali il valore dell’amicizia, mi stavo dimenticando di dirti anche questo, perché nonostante le (enormi) bugie, tu l’hai insegnato a me.
Auguri, D..
Con tutto l’affetto possibile.

lunedì 4 marzo 2013

"Ora dimmi cos'hai espresso!"

Ho compiuto diciannove anni seduta su uno scalino con il nove che non voleva rimanere sul muffin e continuava a cadere macchiando le mie calze preferite con la cera.
Ho compiuto diciannove anni seduta su uno scalino con le amiche, quelle che purtroppo non riesci a vedere tutti i giorni, che mi hanno regalato dei sorrisi enormi, di quelli che ti porti dentro per tanto, tanto, tanto tempo. Li ho compiuti lì, davanti ai cancelli del Live Forum di Milano, in mezzo ad un mare di gente che aveva il viso stanco, infreddolito, ma su tutte le facce che ho visto c’era un sorriso, uno di quelli grandi. Ecco, tra quel mare di gente c’ero io con due muffin sfigatissimi due candeline enormi la mano con la sopra della cera ormai raffreddata e un cuore che non smetteva di battere ai duecento all’ora. C’ero io, i miei diciannove anni appena iniziati e niente desideri da esprimere soffiando sulle candeline, avevo (e ho) già tutto quello che volevo.

mercoledì 27 febbraio 2013

Cose che ti fanno sorridere #8

Compagni di banco che dicono di te - me - una persona tanto calma "poi invece..." e ti fanno sorridere, perché c'è ancora qualcuno, forse, che riesce a vedere qualcosa di più dei tuoi ottimi(?) voti a scuola.

lunedì 25 febbraio 2013

lunedì 11 febbraio 2013

The Atlantic Ocean between us.

Se prendiamo la strada più lunga, erano solo trecentodiciannove.
Ora, tutti i chilometri che ci sono tra me e te – me e te, non noi – sembrano una distesa gigantesca, sembrano l’Oceano Atlantico che dividono me, Europa, da te, America. Sembrano una distesa incalcolabile ed inimmaginabile da poter percorrere da sola e tutti questi chilometri sono un insieme finito – o infinito? - di cose che vorrei fare a te, di te e con te.
Vorrei urlarti addosso una lista di perché che tu non riusciresti neanche a pensare, vorrei urlarti addosso che ti odio, che sei sempre stato bravo con le parole, ma rimanevano sempre e solo parole, vorrei urlarti addosso che io sono stanca del tuo continuo comparire e scomparire come il segnale radio in montagna, che sono stanca che sparisci sempre quando capisci che anche senza di te vado avanti. Vorrei prenderti a schiaffi, a pugni sul petto, vorrei farti male anche solo un decimo di quello che mi sono fatta io mentre ti stavo vicina. Vorrei chiederti un abbraccio, vorrei chiederti il tempo di un caffè o meglio di tè, perché ammettiamolo, siamo più due da tè e tisane che da caffè, e chiederti con calma, senza urlarti addosso, le risposte a perché che mi chiedo da mesi, ma poi ti farei parlare di quello che vuoi, perché poi manco di coraggio.
Erano solo trecentodiciannove chilometri, ora sono trecentodiciannove chilometri, una porta che non si chiude e tu che fai quel cazzo che ti pare.

mercoledì 6 febbraio 2013

E mi chiedo che senso abbia comparire, per poi riandarsene, e rimandarmi un passo indietro, quando oramai ero quasi pronta a dire “ci sono riuscita, non mi tocchi più”.