sabato 17 giugno 2017

My old friend.

16 giugno 2017.

Cara Ansia, my old friend.
Dovrei continuare a studiare, ho un esame tra dieci giorni e ho riscattarono dallo scivolone dell'ultimo esame.
Ultimo esame dove eri lì con me, come sei oggi qui, cone tutte le notti negli ultimi mesi e non te ne vai. Anche ora sei qua, non come un'entità astratta, ma come un blocco di marmo che mi schiaccia il petto, una mano invisibile che sta stringendo la sua presa su cuore e polmoni che fanno fatica a lavorare. Sei un piccolo mostricciatolo che seduto sulla mia spalla mi sussurra negatività che non so più se sono frutti del tuo sacco o se ti limiti a esporre la realtà.
Evito gli inviti, invento scuse per non andare a fare serata con le amiche… soldi, devo studiare, ho gia un impegno, ma la realtà è che ho paura. Paura di te, di me. E se finisse come quella volta in riva al mare, se finisse come quella volta in cui costrinsi tutti a tornare a casa alle 7 di mattina perché sono stata male e ho un vuoto di ore che ho ricostruito solo grazie ad altri? O se invece mi sentissi male come quelle volte a scuola in cui rimanevo lucida mentre mi sembrava di affogare e di non riuscire a uscire dall'acqua per fare entrare aria nei miei polmoni anziché acqua?
Forse dovrei avere il coraggio di dire ad alta voce “ho un problema” e poi “ho bisogno di aiuto, da sola non riesco”, ma io non ce la faccio ad ammettere di avere un problema, di avere bisogno di aiuto, di avere un punto debole. No, non riesco e tu di questo ti nutri diventando più forte giorno dopo giorno.
Com'era prima di te?
Come stavo?
Chi ero?
Chi sono?
Ho la sensazione che tu stia diventando me, che tu stia divorando tutto e che tu stia finendo con il definire chi sono. Non sono più io che ho l'ansia. Sei tu ad avere me.
Io sono la mia ansia.
Ho fame, vorrei una pizza coi funghi anche se fa caldo, ma quando metto il cibo in bocca deglutire fa quasi male, è come se i bocconi fossero troppo grandi sia da masticare che da buttare giù. Allora bevo tanta acqua, tante bevande zuccherate, mi costringo a mangiare a cena e a ogni boccone mi ripeto nella testa “non devi dargliela vinta. Mangia.”.
E’ un combattimento costante, forse è per questo che quasi ogni notte sogno di scontrarmi con un lupo che mi batte sempre. Dimostra di comandare lui.
Comandi tu.
Mi comandi tu.
Ti ho scritto come se fossi una persona, perché oramai sei così presente che non sei più astratta, sei quasi tangibile. Ti ho scritto perché così mi libero di questa morsa al petto e posso tornare a studiare di questo mondo di cui vorrei fare parte, di radio, di comunicazione, di cose belle che tu mi stai rovinando.
Ora respiro meglio rispetto a molte righe fa, scrivere aiuta, ma non è possibile farlo sempre.
Il CD nello stereo è finito, le macchine corrono sul viale e le sento dalla finestra aperta da cui non entra aria. Tutto va avanti, io mi sento impantanata nelle sabbie mobili, se mi agito potrei solo sprofondare più velocemente. Allora mi fermo, cerco di analizzare come uscirne.
Posso tornare a studiare?
A essere me?
A essere libera da te?