mercoledì 30 novembre 2016

venerdì 25 novembre 2016

And if the homework brings you down then we’ll throw it on the fire and take the car downtown.

Piccola piccola G., auguri!
E’ il 2016, è novembre, compi tre anni. Tre! A me sembra solo una settimana fa quando andai a trovare la tua mamma che non si sentiva bene, iniziavano le avvisaglie del travaglio e mi sembra ancora meno tempo da quando mi ha chiamato mio padre per dirmi che era in ospedale, che stavi nascendo e ancora meno da tuo zio, mio cugino, quello che è tanto grande, ma anche tanto buono, che mi chiama tutto emozionato e mi ripete “è nata, eh! E’ nata, tutto bene!” mentre sono su un autobus e fuori c’è un tramonto bellissimo. Me lo ricordo senza il bisogno di andare a rileggere, perché è stato uno dei lunedì migliori di tutta la mia vita. Il giorno dopo eri lì, in un lettino di ospedale piccola piccola con questi piedini lunghissimi che mi fecero sorridere tanto e che prendemmo bonariamente in giro con la tua mamma che, nonostante il parto del giorno prima, era bellissima – ma lo sai anche tu, la tua mamma è sempre bellissima.
Sai, piccola G., quando io ero piccola, ma più grande di te ora, sognavo tanto di diventare grande nella speranza di poter avere un bel rapporto con la tua mamma, qualcosa di più di un’amicizia e qualcosa di meno di quello tra sorelle. Mi sarebbe tanto piaciuto che, una volta cresciuta, potessi parlare con lei di tutto, trovare un’alleata in famiglia, una persona con cui potermi confrontare senza sentirmi la piccola di casa che deve sempre battersi per non essere considerata tale, una persona che potesse sapere chi sono, cosa faccio, che mi potesse dare qualche consiglio durante la mia vita. C’è stato un periodo, un periodo bello, in cui credevo che questo stesse davvero accadendo, era il periodo in cui lei aspettava te. Mi è capitato di fermarmi con lei a parlare e c’è stata una domenica dove mi misi ad aiutarla a preparare le bomboniere – quanto è brava la tua mamma a creare cose, quanti bei giochi ti ha creato? – e ci mettemmo a chiacchierare, mi ascoltò mentre le raccontavo di un’attività scolastica, di cosa stavo pensando di fare dopo le superiori, lei mi raccontò di cosa stava preparando per te, del vecchio mobile di nonna ridipinto e sistemato per metterci tutte le tue cose. Quando nascesti, fu bellissimo. Eravamo tutti così felici, così uniti, sembravamo davvero una famiglia, sai piccola G.? Io in quei giorni di novembre mi feci una promessa: sarei stata una brava cugina maggiore. Avrei giocato con te, come tuo zio faceva con me, come la tua mamma ha fatto quando mi disegnò delle figure di carta colorandole e plastificandole che io ho ancora, anche se tutte rovinate, ma avrei anche fatto in modo che quando tu saresti cresciuta avresti saputo che per qualsiasi cosa avevi una persona più grande pronta a darti un consiglio, una mano, non solo una compagnia di giochi. Anche se, diciamolo, per come stanno ora le cose, mi accontenterei anche di farti da compagnia di giochi.
Sai piccola G., sarebbe bello che gli adulti restassero un po’ bambini, perché questo vorrebbe dire una maggiore facilità a risolvere le diatribe, ma invece gli adulti fanno tutto più complicato e allora si portano dietro tanti rancori, tanta rabbia e quando esplode fa tanti danni, fa tanto male perché esplode rompendo gli argini come un fiume in piena sommergendo tutto quello che trova, portando via i bei ricordi, i momenti felici, perché non credere mai agli adulti quando parlano male, soprattutto quando sono persone della nostra famiglia, perché hanno la tendenza a ricordarsi sempre e solo le cose brutte, mai le cose belle. Non voglio, però, scrivere di questo, perché se un giorno le cose miglioreranno e tu potrai sentire – o leggere – queste parole, io voglio che tu ci ritrovi una persona che, purtroppo, non aveva modi di sapere di te, del tuo primo anno di asilo, di come te la cavi ora con imparare non una, ma due lingue, come va alla scuola di danza, se ci vai ancora. Non ho modi, perché purtroppo io come te sono rimasta incastrata nei brutti giochi dei grandi, ma ti penso spesso e mi chiedo spesso quale sia il tuo cartone preferito della Disney, se insegui ancora il cane inciampando, se ti addormenti con le favole, se ti piace disegnare, quale sia il tuo gioco preferito, se mangi tutto o se fai delle storie, se parli tanto o sei una bambina silenziosa, se sei affettuosa come me quando avevo la tua età o se sei più restia a socializzare; mi piacerebbe tanto sapere se hai qualche amichetta del cuore, se hai un amico immaginario, se chiedi mai – o se chiedi già - alla tua mamme e al tuo papà un fratellino o una sorellina, se hai già iniziato a dire “io da grande sarò” o se ti godi ancora a pieno la spensieratezza della tua età. Mi chiedo se mi ruberesti ancora gli occhiali da sole come quando facevi quando eri uno scricchiolino, se guarderesti ancora tutti con sospetto per poi scoppiare a ridere quando il tuo nonno ti fa un’espressione buffa – ti prego, non credere che sia una cattiva persona, è un uomo che facendo il padre ha sbagliato, ma nella vita sbagliamo tutti, sai piccola G.? – e se sorrideresti beata alla tua nonna – che è una persona meravigliosa, sai? Io sono tanto grata di averla come zia – e mi chiedo, soprattutto, se tu con me ci giocheresti, come fanno gli altri cugini, più grandi te, che nonostante mi vedano di rado ogni volta che mi vedono mi travolgono trascinandomi a giocare.
Nel momento in cui scrivo ho ventidue anni, faccio l’università, non ho un fidanzato, ho qualche vizio di troppo in cui in casa non sanno nulla, ma niente di serio solo qualche sigaretta di troppo, e passioni di cui non mi hanno chiesto nulla, porto i capelli cortissimi, una bambina di sette anni mi ha chiesto perché “metto così tanto trucco sugli occhi”. Ho obiettivi ambiziosi e sogni chiusi nei cassetti. Mi piacciono i lupi, ma anche i koala, amo i cartoni della Disney, ma non le principesse che subiscono la storia aspettando un principe che le salvi e mi piacciono tanto i personaggi dei fumetti, da sempre, anche se “sono da maschi”. Mangio tanto, ma solo quello che mi piace, tipo il pesce mi costringono a mangiarlo almeno una volta al mese, perché proprio non mi piace, a parte le acciughe fritte perché quelle ne mangerei sempre e anche tante, e mangio poche verdure, se potessi mi abbufferei sempre di dolci e di pizza, però è giusto mangiare tutto. E bevo troppo tè! Ecco, questa è una cosa che anche se ci dovessimo incontrare quando tu avrai tredici anni ed io trentadue, non cambierà, perché continuerò a bere troppo tè.
Sai piccola G., ho riguardato due foto di quando eri piccola piccola, avevi si e no un mese, i tuoi genitori me le hanno regalate per Natale – il primo con te, per la vigilia piangesti tanto, ma era bello passare quel Natale tutti insieme, mi sembrava di essere tornata ai Natali di quando ero piccola, tutti insieme, coi miei genitori ancora insieme e i nonni ancora qui – dicendomi che gli dispiaceva che non avessero una foto mia e tua da stampare per regalarmela. Non l’abbiamo mai fatta quella foto insieme, chissà se un domani gli adulti si decideranno ad essere meno caparbi, meno arrabbiati, meno rancorosi e si riavvicineranno, permettendoci di conoscerci. Per ora, ti saluto da qua con parole che dicono tanto e non dicono nulla, con il ricordo dell’ultima volta che ti ho vista impresso in testa, la voce della tua mamma – che, nonostante tutto, mi manca tantissimo – che ti dice “guarda G., ha le tue stesse scarpe!” e tu dici “no!”, che infondo hai ragione, le tue sono – erano? – di un altro colore.
Auguri piccola G., cresci, corri, inciampa, cadi, sorridi, ridi, piangi anche, ma crescendo ogni tanto pensa al mare, perché è da qua che vieni, da un posto di mare dove c’è chi ti vorrebbe tanto portare in spiaggia a correre spensierata, a fare un tuffo al mare d’estate. Auguri piccola G. da una cugina che vorrebbe tanto vederti crescere. Ti mando un bacio in fronte e un altro lo mando alla tua mamma, un saluto a tuo padre, perché io faccio tanto la dura, ma non so portare rancore come i grandi. Ti – vi – aspetto qua, ad un passo dal mare.



(E’ da ieri notte che sento le parole che, per l’urgenza di uscire, fanno fremere i polpastrelli e pizzicare gli occhi, perché a volte la vita ti regala emozioni bellissime che però, poi, le persone tendono a rovinare. La mia famiglia in questo è bravissima, sappiamo essere persone veramente brutte, veramente cattive, non so se ci mettiamo impegno o se abbiamo un’inclinazione naturale, ma so che succede, come succede che siamo estremamente fragili e io nei momenti di fragilità mi aggrappo alla rabbia, all’orgoglio, a dirmi che non posso scivolare giù, ma questa volta non voglio essere come loro, non voglio giocare sul tavolo del rancore, perché quest’urgenza di scrivere e queste notti a bagnar cuscini sono proprio frutto del rancore di altri, cos’ha portato di buono? Ho solo voglia di scrivere, perché chissà che un giorno non si risolva tutto e ci sia bisogno di un ricapitolare le cose per recuperare il tempo perduto, ma metti che nel farlo mi dimentico qualcosa? E allora ho deciso che le scriverò ogni volta che ne ho bisogno, perché non si sa mai.)

sabato 19 novembre 2016

Io le amicizie le divido in due gruppi: quelle con cui posso andare a vedere Cristina D'Avena al centro commerciale cantando tutte le sigle dei cartoni (saltellando come una bambina quando annuncia Sailor Moon) e quelle con cui non lo potresti fare, perché si rifiuterebbero anche solo di venire con te.
Ovviamente, quelle del primo gruppo sono le persone a cui tengo di più e di cui posso fidarmi sempre e comunque, soprattutto quando compro una nuova tinta per capelli e di tutto quello che mi ha spiegato la commessa ricordo solo "diventerà un prugna se non decolori".

domenica 13 novembre 2016

Oggi sono andata a trovare i mie zii ed ho avuto la piacevole sorpresa di trovarci i figli della cugina di mio padre e mio zio, due bambini di nove e sette anni. Due pesti scatenate che mi hanno trascinato a correre e giocare senza accettare un mio "sono troppo vecchia per rincorrervi in giardino!", ma ancora più bello è stato sentire bussare alla porta e vedere entrare in casa la loro nonna, mia zia. Quella zia sorella di mia nonna da cui andavo spessissimo da bambina, poi crescendo ho smesso di andarci spesso, ma la penso molto. Mi ha guardato, le si sono illuminati gli occhi e mi ha abbracciato stretta stretta. Mi ha chiesto, in una pausa caffè mentre le due pesti mi chiedevano di tornare a giocare,  dell'università dicendomi che le avevano detto che andavo bene, mi ha ascoltato parlare e mi ha detto che mi vede cresciuta, mi vede più bella.
Sono a scrivere con gli occhi lucidi, perché mi ha ricordato nonna e nonna è una parte di me che manca parecchio, ma soprattutto perché mi era mancato tanto.
E sono stanca, quei bambini mi hanno demolito, ma mi sono portata a casa un disegno che, per me, ha un valore immenso.
Questa sono io, attraverso gli occhi e la matita di una bambina di sette anni.

giovedì 3 novembre 2016

Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po' molli col seno sul piano padano ed il culo sui colli.

Sono stata assente per un po', perché come tante altre volte volevo evitare me stessa per capire cosa mi passasse per la testa - se ve lo steste chiedendo no, non l'ho capito e sono sempre più incasinata, ma questa è un'altra storia - e nel bel mezzo di questa mia pausa con me stessa, ci sono stati un cinque giorni e mezzo a Bologna da un'amica.
Bologna l'avevo vista di sfuggita un paio di volte, non mi ci ero mai fermata ad osservarla attentamente, non mi ero mai fermata a viverla un po' e forse per questo la sottovalutavo, perché nei giorni che sono stata lì mi sono innamorata del suo centro storico, dei suoi piccoli segreti (letteralmente, ne ha sette, qualcuno me l'hanno fatto scoprire e sono cose così carine!), del suo centro affollato, delle sue vie notturne piene di giovani. E' bella Bologna, è una signora elegante ma non è snob, è alla mano.
A Bologna sono andata con la scusa di un'amica che mi ospitava, un'amica di vecchissima data, conosciuta tramite internet insieme ad altre fan dei Finley (quante cose che mi ha dato una sola band!) e se molte altre persone non so neanche se siano vive o morte, io e lei siamo rimaste in contatto negli anni, diventando amiche nel vero senso della parola, anche se per vederci abbiamo dovuto aspettare che lei arrivasse all'università a Bologna e che riuscisse a venire a Pisa a trovare un'amica. Questo succedeva un anno fa, questa settimana ho vissuto in casa sua, con le sue coinquiline (la sua compagnia di stanza mi faceva scompisciare dal ridere, è così simpatica; una è di San Marino, timidissima, ma Dottor Strange ha fatto sbloccare persino lei, le altre due sono due chiaviche, ma non hanno rovinato nulla) dormendo su un materassino gonfiabile che è valso tante risate ed il titolo di coinquilina clandestina. E' stato bello recuperare anni di distanza stando così tanto insieme, ridendo come matte, girando la città e, soprattutto, visitando la mostra "David Bowie Is". A questa mostra non potevo che andare con lei, l'unica a capire e condividere la mia amore e passione per David e so che non sarei potuta andare con nessun altro perché bastava uno sguardo per capirci, per leggere l'ammirazione o per capire che si stava per canticchiare sottovoce qualche canzone. La mostra, comunque, mi ha lasciato davvero senza parole, è stupefacente, sembra di fare un viaggio dentro alla caleidoscopica vita artistica di Bowie e, arrivata all'ultima stanza che è gigantesca e ha quattro pareti di schermi che proiettano un concerto di David con i monitor che, alternativamente, svelano degli abiti celati dietro, mi ha fatto provare quella che viene chiamata la Sindrome di Stendhal (o Sindrome di Firenze). Mi sono sentita infinitamente piccola ed infinitamente grata ad un'artista che, solo grazie ad una mostra, ho sentito così vivo. E sono grata di avere avuto accanto un'amica che non solo a immortalato me che mi guardo intorno incantata (esiste una foto su Instagram, per provare questo mio smarrimento, IG che trovate linkato a lato, se volete farvi un giro a vedere questa espressione ebete e un nasone enorme) ma che capiva come mi sentissi. Dopo, per confermare che ero con l'amicizia, siamo scesi al piano inferiore del MAMbo per partecipare alla Experience Bowie: un'attività laboratoriale dove sono stati ricreate dei vestiti ispirati da quelli di Bowie, opera di ragazzi di un'accademia e la giacca che ho usato era così bella che volevo portarmela via, ti truccavano con trucchi ispirati a quelli di David (io ho optato per una saetta, la mia amica il terzo occhio alla Ziggy) per poi scattarti delle foto: una l'ho stampata e sto aspettando di attaccarla in camera, le altre prima o poi verranno caricate e, chissà, che non ne metta una qua solo per ricordarmi che le cose belle succedono. Siamo andate in giro io con una saetta sulla guancia e lei un terzo occhio dipinto in fronte, quella sera, come se non ci volessimo staccare da David.
Ho conosciuto belle persone, ho riso, ho visto angoli di città che mi sono rimasti nel cuore, ho creato bei ricordi che ho accuratamente catalogato nella mia memoria per i momenti no, ho fatto la promessa di vederci ad un concerto a Milano (dobbiamo pur festeggiare la nostra amicizia sotto il palco di chi ci ha fatto conoscere, no?) e ho staccato la spina per un po'. Ora sono tornata alla realtà, faccio nuovamente fatica a scrivere conversando con me stessa, ma queste cose andavano scritte.
Devo riuscire a mettere in ordine in un po' di cose prima che mi scombussolino troppo.