venerdì 11 agosto 2017

Ho cercato di scrivere, ma continuo a cancellare, ogni parola mi sembra sbagliata, di troppo.
Vorrei solo domandare "perché?". Lo vorrei domandare a me, a quella persona che non vedo da due anni, al silenzio, al "no, con te non ce l'ha", a questa sicurezza altrui che fa di me solo un danno collaterale dei casini degli adulti; a quell'orologio sul comodino che metto ogni volta che escono anche se non è nel mio stile, anche se chi me l'ha regalato non si è neanche degnato di darmelo di persona, lo chiedere a me che do a un oggetto di poco valore un valore in più. Lo vorrei urlare, sbraitare, ma invece è come la parole che cerco di scrivere, sfuggente, pensante in gola e pungente negli occhi.
"Perché?".

martedì 1 agosto 2017

"Happiness can be found even in the darkest of times, if one only remembers to turn on the light".

Nonostante non sia il periodo migliore della mia vita, voglio scrivere queste righe in modo da averle nei futuri momenti no, per ricordarmi che come diceva Silente - e come ho scritto sulla parete di camera - "happiness can be found even in the darkest of times, if one only remembers to turn on the light".

Per quasi tutta l'adolescenza ho messo gli altri davanti a me, non importava se lo meritassero o meno, era mia indole farlo. Non valeva solo per le decisioni o finire in un gruppo di "amici" che non mi faceva sentire né me stessa né accettata, ma anche di fare cose per strappare un sorriso a persone che poi non hanno mai neanche ringraziato. A volte mi pento di averlo fatto, altre penso "ero una persona più buona, mi faceva piacere farlo, lo facevo". Poche volte, da determinate persone ho visto lo stesso, alla fine sono cose a cui neanche penso più, tranne che in giornate come ieri sera o come stamani.
Nel luglio 2006 scoprii una band per cui tanti mi hanno preso in giro, per cui in undici anni spesso mi sono sentita dire "ma li ascolti ancora? Ma sono ancora vivi?", l'ho sentito chiedere così tante volte che a un certo punto neanche ci facevo più caso. Nessuno ha mai visto di buon occhio quella band, nessuno si è mai soffermato a chiedere cosa ci trovassi in loro o perché per me la loro musica era così importante da farmi tatuare una loro frase senza pentirmene un solo giorno. In undici anni, grazie a loro, ho conosciuto tante persone, molte avrei preferito non incontrarle mai, altre sono rimaste conoscenze con cui farsi qualche risata a qualche concerto - e fa sempre un po' piacere arrivare da qualche parte e vedere qualcuno che, nonostante non sia in dovere di salutarti, ti viene a salutare con un sorriso e un "come stai?" -, altre sono entrate e poi uscite dalla vita come succede spesso, ma altre ancora, conosciute a periodi diversi, sono diventate amiche di quelle che sanno farmi pensare che, nonostante in passato abbia avuto amiche di merda, l'amicizia disinteressata esiste. Esiste davvero.
Ieri ero a casa, alcune di queste amiche erano a un concerto di quella band che ci ha fatto conoscere e forse un po' per questo e un po' perché non mi andava di dire a nessuno che era una di quelle sere in cui non mi andava bene nulla e tutto mi stava stretto, persino le pareti di casa. Era una serata nera, di quelle che anche se guardi una sera che ti piace, la testa va ad altro e se non fosse che fa troppo caldo per avere lacrime, forse piangeresti pure per tutta sera abbracciata a un cuscino. Era, perché a un certo punto il telefono ha iniziato a vibrare a intervalli irregolari, foto per salutare, audio per aggiornarmi su come andasse la serata (e per una canzone che tormenta un'amica da quando gliel'ho cantata fino allo sfinimento), canzoni, quelle importanti, quelle per cui non ti vergogni di ammettere che hai cantato in camera da sola e hai pianto - come l'amica che all'inizio di una ha urlato "sto piangendo Pezzy" -, perché sono quelle canzoni che sanno raccontare una parte di undici anni della tua vita che, tra alti e bassi generali, è la parte che spesso direttamente o indirettamente ti ha salvato, ti ha salvato in così tanti modi che è anche difficile spiegarli tutti. E poi ci sono le promesse, quelle fatto ridendo di (dis)avventure milanesi, di freddo che fa venire gli strizzoni di pancia. Quelle promesse che se dette a qualcuno esterno a un'amicizia direbbe "ah", non capendo come e perché è nata e anche se venisse reso partecipe non capirebbe. Quelle promesse che, le persone come me abituate a mantenere le promesse e raramente vederle mantenute dagli altri, si ritengo fortunate, non tanto per 24 secondi di audio in cui un chitarrista che praticamente ha scritto la canzone che ti manda avanti da quando l'hai ascoltata la prima volta parla di cagotto solidale (se non sono normale, è perché sono cresciuta con una band a-normale), ma perché dopo anni di pessime amicizie, di persone che anche se vicine fisicamente erano distanti anni luce, di persone che non ti hanno mai fatto sentire capita, accettata, che ti hanno sempre fatto sentire meno di zero, realizzi quanto sei fortunata, che non importata quanto distanti quelle amiche che dicono il tuo cognome, le stesse che ti urlano ciao negli audio, sono quelle che non importa se spesso distanti - e a breve pure più distanti anche se non ci vuoi pensare - sono tra quelle che ti hanno insegnato cosa vuol dire "amicizia".
E ci sono altre persone, oltre a quelle, che te lo hanno insegnato, persone incontrate sotto quel palco ma che poi l'hanno lasciato, però sono rimaste comunque amiche e so bene che il "sono qua per te" è reciproco, ci sono anche persone che quella band la tollera perché mi vuole bene, ma non la ascolta, che comunque sono pilastri in una vita che di stabile ha poco e niente, ma quel palco è casa e sapere che anche se lontana c'è chi ti ricorda quale sia e dove sia casa, fa sempre bene.

lunedì 31 luglio 2017

Ci sono crush che potranno passare gli anni e le stagioni, ma ti faranno sempre perdere quattro o cinque battiti di cuore anche se, in realtà, non c'è mai stato un ficosecco tra voi.
Ci sono crush che, insomma, non ti scordi, soprattutto se sono persone che bene o male continuano a far parte della tua vita sotto forma di amicizia.
La cosa bella di queste crush senza speranza è che tua madre ci spera ancora e, quando sanno che sono in zona, tutta pimpante se ne salta su con "invitalo per il caffè che lo rivedo volentieri!". No. Madre. No. Non ti illudere. No, okay, il caffè ci sta e magari passerebbe pure, ma no. Senza speranze since 2013.

giovedì 27 luglio 2017

Un'invasione di biondi - atto secondo (e pure ultimo).

L'invasione di biondi con gli occhi azzurri di non meglio identificata provenienza... o meglio, in casa c'è una diatriba perché madre sostiene siano della Repubblica Ceca al contrario io sono convinta mi abbiano detto che siano della Slovacchia, prima o poi arriveremo alla conclusione che questi si sentivano ancora parte della Cecoslovacchia come prima del 1993. Torniamo al punto, perché questa è un'altra storia, sono partiti. O meglio, credo siano partiti, dovevano lasciare - e Pischello me l'ha confermato sabato quando glielo chiesi - "27, in the early morning", anche perché sono arrivati in macchina e, grazie ai racconti di padre che ha passato gli anni '80 ad andare in Cecoslovacchia più volte di quante sia andata io a Milano, il viaggio via macchina non è proprio cortissimo.
E niente, mia madre è delusa dal fatto che Pischelletto non mi abbia scritto, perché era diventata una fangirl inconsapevole di esserlo, era rimasta particolarmente colpita da quel ragazzo. A me, sinceramente, poco importa, mi dispiace solo di non aver potuto parlare inglese. E di non aver potuto catalogare le otto varianti di biondo delle due famiglie.
Chissà se si sono divertiti e cosa hanno visto.

mercoledì 26 luglio 2017

Pensieri in ordine sparso e in disordine ordinato #1.

Quando prendi una certa consapevolezza delle persone che credevi amiche e poi tanto amiche non erano, non ti stupisci di nulla, a volte ci resti un po’ male, ma neanche tanto. Anzi, più che rimanerci male è più un “Dio, quanto ero ingenua a crederle amiche!”. Forse non ero neanche ingenua io, ma proprio loro delle stronze croniche, perché con me erano solo prese in giro, il peggio l’hanno fatto a un’altra del quartetto, ma queste sono storie loro.
A distanza di sei anni, grazie ai magici ricordi di FB e al genio di turno che li commenta, scopro che mi prendevano in giro per una cosa che avevo detto. Sotto un post pubblico, senza il nome, ma si capiva, si capiva perché quando si trattava di qualcosa che combinavo e che poteva mettermi in imbarazzo la raccontavano a cani e porci. A distanza di sei anni non fa male, da fastidio, ferisce un po’, ma oramai sono ferite rimarginate, anche se la pelle è rimasta più sensibile.
E per un momento ci penso a riprendermi la mia rivincita, infondo io con loro ero quella muta e tranquilla che però vedeva e sentiva tutto, ma alla fine mi guardo allo specchio e penso “ma che senso avrebbe scendere al loro livello?” e allora finisce che la vendetta la accantono. Alla fine anche loro hanno avuto i loro lati positivi nella vita, tipo insegnarmi che tipo di amiche non voglio più nella mia vita.

sabato 22 luglio 2017

Un'invasione di biondi - atto primo(?).

Mia madre va a fare le pulizie in una villetta che viene affittata per le vacanze, fino ad ora né lei né la proprietaria avevano avuto problemi visto che gli affittuari erano italiani. Non c'era nessun problema di lingua, insomma. Oggi dovevano arrivare degli affittuari cechi, almeno così mi è stato detto quando sono stata assoldata perché "se non parlano italiano come si fa!? Tu l'inglese lo sai!".
Ecco. Facciamo un appunto sul mio inglese. Io l'inglese, ad ora, lo leggo senza problemi, se mi parlano lo capisco senza dover dire "can you reapt slowly?", questa ultima parte merito di guardare tante serie e film in lingua originale, oramai i subita sono lì per sicurezza, mica per altro. Il problema è che sono completamente fuori allenamento nel parlarlo, l'ultima volta che ho detto più di una frase è stato a febbraio quando io e un'amica abbiamo socializzato con delle norvegesi a Milano e siamo andate a bere con loro.
Nel panico più totale, dopo ottomila disagi, loro arrivano alla casa, li raggiungiamo. Qua, devo fare un altro appunto: ho un debole per i biondi occhi azzurri. Da sempre, per sempre, nei secoli dei secoli amen. Scendo di macchina e c'è un'invasione di biondi con gli occhi azzurri. Giuro! Su 9, 8 erano biondi, ma biondi biondissimi eh!
Primo pensiero: il paradiso!
Secondo pensiero: no, niente paradiso. Sono cechi, non australiani.
Niente, scendo di macchina, capisco subito che sono io la vittima sacrificale che parla inglese. Questa banda di biondi si girano verso questo pischelletto - pischelletto perché a occhio e croce gli abbiamo dato 18, massimo 19 anni - che mi dice che lui parla inglese. Traduco quello che c'è da tradurre, conquisto la simpatia generale facendogli vedere la password del wifi e, a dirla tutta, sono pure simpatici. Praticamente, lui traduceva, ma soprattutto quella che abbiamo intuito essere sua madre cerca di farsi capire a gesti accompagnando una parola inglese a intere frasi in ceco(?). Momento top, mi dicono di dirgli "questa è la lavanderia", ma non finisco di dire laundry che mi ferma ridendo con un "nonono, holiday!" e tutti a ridere. Finita di spiegare la casa, il piccolo supermercato e la parte burocratica, la signora simpatica - l'altra non socializzava quanto lei, ma aveva una bimba bellissima con sé - insieme a Non Biondo mi chiedono se possiamo lasciargli il mio numero. Bom, okay, tanto tra poco ripartono, se hanno bisogno almeno madre non impazzisce a spiegargli le cose e a farsi capire. Stiamo per andare via, ma Pischelletto mi chiede una cosa, fraintendo - gente, io agitata che non so socializzare in italiano figuriamoci in una lingua non mia e circondata da sconosciuti - e gli spiego una cosa che c'entrava, ma non quello che voleva sapere. Mi sorride, io penso di dirgli "senti, cazzo sorridi!? Sei biondo e occhi azzurri e già mi crei problemi di concentrazione così!", ma invece mi rispiega cosa voleva sapere. Mi stava chiedendo se per andare in giro ero disponibile, in modo da aiutarli a muoversi e cose così. Presa in contro piede gli dico ok, in caso scrivimi.
Saliamo in macchina, madre ride a crepapelle poco dopo essere partita, la guardo perplessa e se ne esce con "ma ci stava provando?". C'è, l'unica cosa che ha capito era che volevano una mano a muoversi? Non parla una parola e questo l'ha capito?
E soprattutto... ci stava provando? Ha ragione che mi scriverà prima di domani?
Si vedrà.

Stay tuned per le prossime puntate.

mercoledì 19 luglio 2017

(Continua a essere un periodo del cazzo, certo ci sono state giornate buone, ma continua a essere un periodo del cazzo e lo scrivo tra parentesi, perché è così che mi sento.
Ho la pessima sensazione che queste parentesi si stiano avvicinando tra loro, lentamente e inesorabilmente, mentre io sono intrappolata lì senza via d'uscita.
Mi sento stanca, sono stanca, sono inerme, senza forza.)