lunedì 9 ottobre 2017


entro le quattro devo mandare la recensione sul film di Patti Smith, sto aspettando che sia pronto il caffè mentre finisco di segnarmi i dettagli tecnici prima di mettermi a scrivere cercando di rimanere oggettiva, quando vorrei solo dire che tutti dovrebbero vedere "Patti Smith: dream of life".
E ringrazio il cielo per essermi segnata per fare questo articolo e non quello su "To stay alive: a method", perché una parte di me sta ancora ripensando allo sguardo di Iggy Pop e ha di nuovo voglia di piangere (come se non avessi pianto per tutto il film, io che non piango mai sui film).
Mi piacciono queste mattinate calme di ottobre. Hanno un sapore nuovo, ma sembra un buon sapore.

lunedì 2 ottobre 2017

Ieri sera mi è arrivata una mail, mi hanno selezionato come membro della redazione dell'area musicale del blog affiliato alla radio dell'università. Era la domanda secondaria tra le due che avevo fatto, la prima era per speaker, ma, come ho detto alla ragazza al colloquio, se mi avessero preso come blogger sarei stata onorata comunque.
E mi hanno preso. Io che quest'anno sono andata fermamente convinta che non mi avrebbero presa, che ho detto all'amica che era con me "vabbe, che si fa, ci si riprova l'anno prossimo?" sono sta presa.
Quella mattina sono andata al colloquio scoglionata, mi sono messa in caffetteria ad aspettare un'amica leggendo Guida galattica per autostoppisti con un espresso in tazzina grigia pensando che la frase che descrisse meglio la mattina fosse "avrei voluto squagliarmela con il Dio del Tuono" (che poi, per inciso, è uno state of mind di tutta la mia vita) mentre tenevo le cuffie per evitare che qualcuno mi parlasse. La riproduzione non faceva che passare una canzone che recita se lo vuoi, tutto è possibile. Non ci ho mai creduto. Mi fido così tanto di quella band da essermi tatuata un'altra loro canzone, ma in questa canzone non ho mai creduto e non mi hai mai neanche portato fortuna, ma ero così scoraggiata, così convinta che non sarebbe andata che ho detto "lasciamola, che male può fare?". Non ha fatto male, mi ha solo convinta ad andare e tentare con tutta la voglia che avevo di convincere, poi come andava andava. Sono andata, ho dato il meglio, ma uscendo ero convinta che sarebbe stato un nulla di fatto. Invece, ieri, ho avuto un po' di senso di colpa per la mia amica, che poi ha lasciato il posto alla paura folle di non essere all'altezza, di non essere in grado e alla convinzione che farò una brutta figura. Oggi, invece, ne sorrido, tanto. L'ho detto mio padre, al telefono, che come prima cosa mi ha detto "non ti hanno preso come eri convinta?" e, poi, quando gli ho raccontato che sì mi hanno preso per scrivere, dopo che gli ho spiegato, tutto contento mi ha detto "poi mi spieghi come leggerlo" seguito da "a scrivere sei brava, te la caverai bene". Ho sorriso, tanto, ho anche sentito pizzicare il naso.
Ho fatto un primo passo verso quello che sogno di fare da grande. Non so come andrà, quanto spesso sbaglierò e quanto dovrò impegnarmi per essere all'altezza, ma l'ho fatto.

"Se lo vuoi, tutto è possibile"
"Avevi dubbi?", mi ha chiesto provocatoriamente qualcuno.

sabato 30 settembre 2017

Hello darkness, my old friend.

Una mia ex compagnia di classe si è sposata, una convive, le altre sembrano tutte più o meno felici della propria vita, felici con quello che hanno, con quello che fanno. C'è chi si è laureato e ora lavora, chi non ha continuato, ma ha trovato un buon lavoro e incassa piccoli successi che, prontamente, spiattella ovunque sui social, perché sia mai che vadano persi, non notati.
E poi ci sono io. Io che a ventitré anni continuo a lavorare su obiettivi che, con buona probabilità, non raggiungerò mai, di conseguenza avrò passato anni a proseguire i miei studi, a impegnarmi, a sfruttare ogni dannata possibilità che mi sono trovata davanti (incassando un insuccesso dietro l'altro), e cerco di non darlo a vedere. Ogni cazzo di volta evito la gente per strada, perché io alla domanda "cosa fai ora?" dovrei rispondere "studio, tu?" sentendo poi arrivare la lista dei loro successi, professionali e personali, mentre io sono in uno di quei periodi in cui vedo tutto nero.

Come ti vedi tra dieci anni?
Non realizzata professionalmente, magari con un lavoro che mi permette di vivere, ma che mi fa schifo, che non mi dà soddisfazione alcuna. Forse vivrò per conto mio, in un appartamento in zona, perché non sarò riuscita ad andarmene, con un gatto e bottiglie vuote di una cena con le amiche, quelle che nel mentre si saranno realizzate, avranno messo su famiglia, avranno figlia che mi chiameranno zia. Come zia simpatica, matta come un cavallo (che poi non è matta, ma solo insoddisfatta, infelice, tabagista disperata e con un principio di alcolismo, ma nasconde tutto dietro alla simpatia), mi ci vedo bene.

mercoledì 27 settembre 2017

Cose positive in ordine sparso #1.

Treno in orario.
Un ragazzo che in treno leggeva una vecchia copia di La storia infinita.
Persona che ti consiglia di vedere il film del libro che stai leggendo perché "è fantastico!".
Le persone che offrono sigarette senza che io le chieda, anche senza conoscermi.
Le amiche che danno sostegno a distanza.
"Mi ricordo di te, eri venuta un anno fa, vero?" "Sì, ci ho riprovato" "Hai fatto bene".
Socializzare con gente simpatica che non rivedrai mai più.
"Salti tu, salto io" "Uno dei due alla fine muore".
Riprovare a fare un passo verso un grande obiettivo, nonostante un fallimento passato.
"Davvero, mi ricordo di te [...]. Non so perché non ti abbiamo richiamato" (senza che io l'abbia domandato).
Pensare "come va va".
Risate isteriche a caso.
Dormire.
Le canzoni belle alla radio.
Leggere Guida galattica per autostoppisti in caffetteria davanti a un espresso.
Le patatine classic stick a un passo da mezzanotte.
La riproduzione casuale che sa cosa passare.

giovedì 14 settembre 2017

Danza aerea, atto #1.

Avrei voluto frequentare un corso di parcour in una palestra qua vicina. Io, persona che cade anche da seduta, a fare parcour è un'immagine esilarante per chiunque mi conosca e a cui ho detto "voglio andare a fare parcour". La mia idea, purtroppo, è saltata. Non c'era la classe.
O meglio. La classe c'era, ma per principianti era quella di bambini - nonostante la mia altezza, hanno detto che non ci rientro per età - e quella per me è di solo maschi - dove sta il problema? - era a un livello già superiore. Niente parcour, insomma.
La proprietaria della palestra, proprietaria che conosce madre, ha insistito che andassi a provare il corso di danza aerea. "Due lezioni, gratuite. Dille di provare, se non le piace, non viene più".
Bah, mi dico, è gratis, che può andare male? Che cado? Vabbè, tanto cado a cose pari.
Sono andata, martedì sera, ho provato. Non sono caduta e, anche se anziché la piramide a me è venuta una piramidina e l'inversione ho dovuto prima provare i movimenti a terra perché col piffero che io mi rigiravo a testa in giù - oh, ero convinta di battere in terra! -, mi sono divertita. Torno a casa pimpante, "giovedì riprovo, magari vado".
Ecco. Bene. E' da ieri mattina che ho un dolore agli addominali che ridere è una tortura - e io rido per tutto! -, ma soprattutto mi fanno male le braccia. Mi spiego, mi sono pure messa a studiare i muscoli per capire cosa mi duole, mica pizza e ananas! Allora, il deltoide sicuro è dolorante, quello l'ho identificato con certezza, poi dovrebbero essere indolenziti il muscolo brachiale, il bicipite e quello che io chiamavo ascellare che in realtà si chiama grande rotondo - detto in confidenza rotonda dell'Esselunga -, con la conseguenza che ieri col piffero che alzavo le braccia. La tizia del corso l'aveva detto che "domani avrete problemi anche a prendere una tazzina"... fanculo, chi me l'ha fatto fare!? Non lo so, ma col dubbio che le mie braccia non reggeranno e io stasera volerò - da poca distanza - ad abbracciare il pavimento - che è coperto di quello che madre chiama tatami, ma a me parono i puzzle morbidi che si fanno all'asilo -, perché vado alla seconda lezione di prova.
La domanda, in realtà posta da mio padre, è "perché non mi trovo un hobby normale?". No eh?

Too young to say though I swear he knew.

12 settembre 2017.
Ciao nonno,
so che è stupido continuare a scriverti almeno una volta all'anno quando tu non puoi leggere, non puoi rispondere e solo io so quanto avrei bisogno di una tua risposta, di una tua guida su cosa fare.
Dio quanto mi sento stupida a continuare a scriverti a 23 anni, dopo sei anni. Dio quanta rabbia mi fa non essere riuscita a venire in ospedale, a starti vicino, fino all'ultimo momento come ho fatto con nonna che, anche se non ero con lei quando si è spenta, c'ero fino a qualche giorno prima. Dio quanta mi fa rabbia il fatto che non so più la ricordare la tua voce mentre in poltrona (mi) cantavi canzoni politiche, perché quelle conoscevi, e quanto vorrei riuscire a ricordare il suono della tua voce mentre cantavi Bella Ciao. Ogni tanto, quando l'ansia prende il sopravvento e mi manca l'aria, l'unica cosa che mi riesce a calmare è canticchiare Bella Ciao tra me e me, solo con la mia voce stonata, a mezza voce, come quando ti sentivo cantare e non volevo disturbarti.
Sai nonno, in casa va sempre peggio e io, oltre a sentirmi tra incudine e martello, non so cosa fare. Una parte di me vorrebbe ingoiare il rospo, trovare un modo per contattare mia cugina e dirle che mi manca, che non sapevo come comportarmi, non sapevo se volesse escludere anche me, ma che io vorrei avere un rapporto con lei, l'ho sempre voluto, fin da bambina, e che conservo ancora le sagome delle Bratz che mi aveva disegnato e plastificato quando ero piccola, che vorrei darle a sua figlia, vorrei vederla crescere come non è stato tra noi. Dall'altra parte, sono una P., quindi come tutti non so ingoiare il rospo e dimenticare la rabbia, la delusione, le cose che non trovo giuste. Non so far finta di niente, perché quando vedo gli zii vedo i danni lasciati da una tempesta che mi ha colpito solo di strascico, come un effetto collaterale. Loro sono le case distrutte, io la luce saltata. Mi chiedo spesso se non sia stata volutamente esclusa, dimenticata. Cosa devo fare? Quale strada devo prendere? Non puoi indicarmi la strada? Perché, te che sei il legame tra me e lei, non puoi intercedere?
Che domande stupide quest'ultime. Tu non ci sei, non ci sono modi per cui tu entri in contatto con me. Non ci sei più, anche scrivere queste righe è stupido, senza senso.
Nonostante il disturbo d'ansia, le occhiaie marcate di chi dorme poco e male, nonostante i periodi no, sto crescendo e nel farlo sto diventando una persona diversa, più simile a quella che volevo essere quando c'eri ancora. Ho imparato a guidare, dicono che sia anche brav(in)a, a non abbattermi al primo ostacolo (ho rifatto domanda per una cosa andata male un anno fa, prima non avrei tentato di nuovo), a tenere duro anche se qualcosa non va come volevo (come quel 18 che due esami dopo continuano a chiedermi "come mai questo scivolone su estetica?"). Ho imparato a non chiudermi sempre a riccio, come ho imparato a essere più sicura... non sempre mi riesce, ma ci provo. Ho imparato a non evitare sempre tutto, a fare esperienze nuove, anche da sola, tipo stasera vado alla prima di due lezioni di prova gratuita di danza aerea, nonostante io sia imbranata e, soprattutto, non sono proprio una atletica. Nonostante tutto questo, avrei ancora tante cose da imparare e vorrei che me le potessi insegnare. Nonostante il passare degli anni, nonostante abbia superato i venti, ho ancora bisogno del mio nonno e del suo sorriso bonario, del suo disinfettarmi ginocchia e gomiti sbucciati con quel disinfettante verde che dicevi non bruciare e non bruciava davvero (di te, l'ho sempre saputo, potevo fidarmi).
Vorrei raccontarti dell'università, dei miei progetti, delle volte che mi arrabbio per discorsi stupidi e qualunquisti. Vorrei prendere il caffè con te ora che ho imparato a berlo e che mi piace tanto, ma tu hai smesso di essere una persona diventando un ricordo prima che iniziassi a berlo.
Saresti fiero di quella che sto diventando?

giovedì 31 agosto 2017

Now you've been talking in your sleep / don't let me get me.



"Now you've been talking in your sleep
Don't let me get me
Things you never say to me
It's bad when you annoy yourself
Tell me that you've had enough
So irritating
Don't wanna be my friend no more
Pretty, pretty please, don't you ever, ever feel
Like you are less than, less than (fuckin') perfect
Pretty, pretty please, if you ever, ever feel like you're nothing
You're (fuckin') perfect to me."

Il 26 agosto si sono tenuti i Video Music Awards, durante la serata si è esibita P!nk che, dopo aver ritirato il premio Michael Jackson Video Vanguard Awards e aver fatto un discorso bellissimo, si è esibita in quella che, secondo me e secondo molti commenti letti su internet, la migliore esibizione della serata. Durante questa esibizione fatta di medley che verso la metà hanno smesso di alternarsi e si sono mescolati tra loro, in una sorta di conversazione fatta di canzoni di periodi diversi. Il giorno dopo c'ero io, impreparata a questa cosa perché non mi ero voluta anticipare nulla su di lei, che sentiva questo botta e risposta con gli occhi lucidi.
Non ho mai fatto mistero di essere cresciuta con la musica, che ci sono artisti che mi hanno in un modo tutto loro aiutata a crescere, a diventare quella che sono. Una di queste, è P!nk. P!nk che per chi mi conosce poco è una cantante che mi piace e di cui ho preso spesso riferimento per il taglio di capelli (mai fatto mistero, anche perché per i capelli corti è una garanzia. Ha sempre tagli bellissimi); per chi mi conosce bene - o molto bene - sa che per me non è solo un'icona di stile, la cantante con cui spesso mi viene detto "ti ho pensata!" (spesso con la scena di So What in cui canta al volante di un tagliaerba), ma sa che per me è un punto importante, quella che ha sempre una canzone giusta per ogni momento: belli, divertenti, brutti, bruttissimi.
Tu che stai leggendo non so di che anno sei o che rapporto hai con MTv, ma nel 2006 passava ancora più musica e programmi musicali che film, serie tv e programmi di dubbio gusto. Un mio compagno di classe, un pomeriggio, aveva visto il video di Stupid Girl e, tornato a scuola l'indomani o qualche giorno dopo, mi parlò di questa canzone, di questa cantante che aveva fatto una nuova canzone e che secondo lui poteva piacermi. Era il periodo del compleanno dei miei dodici anni, uno dei periodi peggiori della mia vita. Quella cantante era P!nk che io all'epoca conoscevo vagamente per via di una mia cugina, giusto qualche canzone. Andai a sentirla, cercai le canzoni che, nel 2006, non era poi così facile trovare visto che la linea internet era quello che era e non esisteva Spotify. A fatica e con qualche aiuto, mi procurai la discografia uscita fino a quel momento, ascoltavo quelle canzoni e sentivo l'urgenza di capire cosa dicessero, di andare oltre ai ritmi accattivanti e alla voce graffiante. Fu lì che trovai quella che, per molti anni, è stata la vera e unica voce che mi abbia mai capita, mi abbia fatto da spalla, una sorta di amica che c'era ogni volta che avevo bisogno. C'era questa cantante che cantava quello che ero io, quella che era la mia vita, c'erano queste canzoni che capivano della mia famiglia che cadeva a pezzi (true story: io ancora non riesco ad ascoltare Family Portrait senza rischiare di piangere), capivano il mio disagio, il mio non sentirmi accettata, ma capivano anche la mia voglia di divertirmi, di fare festa. Nel tempo sono cresciuta, sono cambiata, sono diventata più forte, ma ci sono ancora notti in cui mi metto le cuffie e ascolto a ripetizioni vecchie sue canzoni fino ad addormentarmi, come anni fa facevo col lettore cd della Philips che mettevo sotto al cuscino mentre io sentivo le canzoni con le cuffie.
L'altro giorno quando sono riuscita a trovare l'intera esibizione era un altro giorno brutto in un periodo davvero pessimo, dove uscire di casa mi porta a rientrare con un mal di testa lancinante, dove per dimostrare di essere quella che ha acquistato sicurezza ci sono ore di lavoro di convincimento anche solo per non uscire con una maglietta extralarge e i soliti jeans, dove anche una sola battuta fatta male mi ferisce. Era l'ennesimo giorno dove avevo dormito poco e male, ho iniziato a vedere il video pensando per i primi due minuti "prima o poi, io sarò sotto un suo palco" cantando da sola in casa, poi è arrivata Just Give Me A Reason e totalmente inaspettata è arrivato un mashup, quello citato sopra, e c'ero io che non piango praticamente da mesi con gli occhi lucidissimi che sentivo quel botta e risposta come mio, ma poi è arrivata Fuckin' Perfect che mi ha colpita, mi ha scosso.
Ho sempre sostenuto che la musica è una cosa potente, tanto.
Ho sempre sostenuto che la musica mi ha salvato, che mi salva e mi salverà sempre.
Ho sempre sostenuto che la musica parla per me quando io litigo con le parole.
Questo è uno di quei momenti.

venerdì 11 agosto 2017

Ho cercato di scrivere, ma continuo a cancellare, ogni parola mi sembra sbagliata, di troppo.
Vorrei solo domandare "perché?". Lo vorrei domandare a me, a quella persona che non vedo da due anni, al silenzio, al "no, con te non ce l'ha", a questa sicurezza altrui che fa di me solo un danno collaterale dei casini degli adulti; a quell'orologio sul comodino che metto ogni volta che escono anche se non è nel mio stile, anche se chi me l'ha regalato non si è neanche degnato di darmelo di persona, lo chiedere a me che do a un oggetto di poco valore un valore in più. Lo vorrei urlare, sbraitare, ma invece è come la parole che cerco di scrivere, sfuggente, pensante in gola e pungente negli occhi.
"Perché?".

martedì 1 agosto 2017

"Happiness can be found even in the darkest of times, if one only remembers to turn on the light".

Nonostante non sia il periodo migliore della mia vita, voglio scrivere queste righe in modo da averle nei futuri momenti no, per ricordarmi che come diceva Silente - e come ho scritto sulla parete di camera - "happiness can be found even in the darkest of times, if one only remembers to turn on the light".

Per quasi tutta l'adolescenza ho messo gli altri davanti a me, non importava se lo meritassero o meno, era mia indole farlo. Non valeva solo per le decisioni o finire in un gruppo di "amici" che non mi faceva sentire né me stessa né accettata, ma anche di fare cose per strappare un sorriso a persone che poi non hanno mai neanche ringraziato. A volte mi pento di averlo fatto, altre penso "ero una persona più buona, mi faceva piacere farlo, lo facevo". Poche volte, da determinate persone ho visto lo stesso, alla fine sono cose a cui neanche penso più, tranne che in giornate come ieri sera o come stamani.
Nel luglio 2006 scoprii una band per cui tanti mi hanno preso in giro, per cui in undici anni spesso mi sono sentita dire "ma li ascolti ancora? Ma sono ancora vivi?", l'ho sentito chiedere così tante volte che a un certo punto neanche ci facevo più caso. Nessuno ha mai visto di buon occhio quella band, nessuno si è mai soffermato a chiedere cosa ci trovassi in loro o perché per me la loro musica era così importante da farmi tatuare una loro frase senza pentirmene un solo giorno. In undici anni, grazie a loro, ho conosciuto tante persone, molte avrei preferito non incontrarle mai, altre sono rimaste conoscenze con cui farsi qualche risata a qualche concerto - e fa sempre un po' piacere arrivare da qualche parte e vedere qualcuno che, nonostante non sia in dovere di salutarti, ti viene a salutare con un sorriso e un "come stai?" -, altre sono entrate e poi uscite dalla vita come succede spesso, ma altre ancora, conosciute a periodi diversi, sono diventate amiche di quelle che sanno farmi pensare che, nonostante in passato abbia avuto amiche di merda, l'amicizia disinteressata esiste. Esiste davvero.
Ieri ero a casa, alcune di queste amiche erano a un concerto di quella band che ci ha fatto conoscere e forse un po' per questo e un po' perché non mi andava di dire a nessuno che era una di quelle sere in cui non mi andava bene nulla e tutto mi stava stretto, persino le pareti di casa. Era una serata nera, di quelle che anche se guardi una sera che ti piace, la testa va ad altro e se non fosse che fa troppo caldo per avere lacrime, forse piangeresti pure per tutta sera abbracciata a un cuscino. Era, perché a un certo punto il telefono ha iniziato a vibrare a intervalli irregolari, foto per salutare, audio per aggiornarmi su come andasse la serata (e per una canzone che tormenta un'amica da quando gliel'ho cantata fino allo sfinimento), canzoni, quelle importanti, quelle per cui non ti vergogni di ammettere che hai cantato in camera da sola e hai pianto - come l'amica che all'inizio di una ha urlato "sto piangendo Pezzy" -, perché sono quelle canzoni che sanno raccontare una parte di undici anni della tua vita che, tra alti e bassi generali, è la parte che spesso direttamente o indirettamente ti ha salvato, ti ha salvato in così tanti modi che è anche difficile spiegarli tutti. E poi ci sono le promesse, quelle fatto ridendo di (dis)avventure milanesi, di freddo che fa venire gli strizzoni di pancia. Quelle promesse che se dette a qualcuno esterno a un'amicizia direbbe "ah", non capendo come e perché è nata e anche se venisse reso partecipe non capirebbe. Quelle promesse che, le persone come me abituate a mantenere le promesse e raramente vederle mantenute dagli altri, si ritengo fortunate, non tanto per 24 secondi di audio in cui un chitarrista che praticamente ha scritto la canzone che ti manda avanti da quando l'hai ascoltata la prima volta parla di cagotto solidale (se non sono normale, è perché sono cresciuta con una band a-normale), ma perché dopo anni di pessime amicizie, di persone che anche se vicine fisicamente erano distanti anni luce, di persone che non ti hanno mai fatto sentire capita, accettata, che ti hanno sempre fatto sentire meno di zero, realizzi quanto sei fortunata, che non importata quanto distanti quelle amiche che dicono il tuo cognome, le stesse che ti urlano ciao negli audio, sono quelle che non importa se spesso distanti - e a breve pure più distanti anche se non ci vuoi pensare - sono tra quelle che ti hanno insegnato cosa vuol dire "amicizia".
E ci sono altre persone, oltre a quelle, che te lo hanno insegnato, persone incontrate sotto quel palco ma che poi l'hanno lasciato, però sono rimaste comunque amiche e so bene che il "sono qua per te" è reciproco, ci sono anche persone che quella band la tollera perché mi vuole bene, ma non la ascolta, che comunque sono pilastri in una vita che di stabile ha poco e niente, ma quel palco è casa e sapere che anche se lontana c'è chi ti ricorda quale sia e dove sia casa, fa sempre bene.

lunedì 31 luglio 2017

Ci sono crush che potranno passare gli anni e le stagioni, ma ti faranno sempre perdere quattro o cinque battiti di cuore anche se, in realtà, non c'è mai stato un ficosecco tra voi.
Ci sono crush che, insomma, non ti scordi, soprattutto se sono persone che bene o male continuano a far parte della tua vita sotto forma di amicizia.
La cosa bella di queste crush senza speranza è che tua madre ci spera ancora e, quando sanno che sono in zona, tutta pimpante se ne salta su con "invitalo per il caffè che lo rivedo volentieri!". No. Madre. No. Non ti illudere. No, okay, il caffè ci sta e magari passerebbe pure, ma no. Senza speranze since 2013.

giovedì 27 luglio 2017

Un'invasione di biondi - atto secondo (e pure ultimo).

L'invasione di biondi con gli occhi azzurri di non meglio identificata provenienza... o meglio, in casa c'è una diatriba perché madre sostiene siano della Repubblica Ceca al contrario io sono convinta mi abbiano detto che siano della Slovacchia, prima o poi arriveremo alla conclusione che questi si sentivano ancora parte della Cecoslovacchia come prima del 1993. Torniamo al punto, perché questa è un'altra storia, sono partiti. O meglio, credo siano partiti, dovevano lasciare - e Pischello me l'ha confermato sabato quando glielo chiesi - "27, in the early morning", anche perché sono arrivati in macchina e, grazie ai racconti di padre che ha passato gli anni '80 ad andare in Cecoslovacchia più volte di quante sia andata io a Milano, il viaggio via macchina non è proprio cortissimo.
E niente, mia madre è delusa dal fatto che Pischelletto non mi abbia scritto, perché era diventata una fangirl inconsapevole di esserlo, era rimasta particolarmente colpita da quel ragazzo. A me, sinceramente, poco importa, mi dispiace solo di non aver potuto parlare inglese. E di non aver potuto catalogare le otto varianti di biondo delle due famiglie.
Chissà se si sono divertiti e cosa hanno visto.

mercoledì 26 luglio 2017

Pensieri in ordine sparso e in disordine ordinato #1.

Quando prendi una certa consapevolezza delle persone che credevi amiche e poi tanto amiche non erano, non ti stupisci di nulla, a volte ci resti un po’ male, ma neanche tanto. Anzi, più che rimanerci male è più un “Dio, quanto ero ingenua a crederle amiche!”. Forse non ero neanche ingenua io, ma proprio loro delle stronze croniche, perché con me erano solo prese in giro, il peggio l’hanno fatto a un’altra del quartetto, ma queste sono storie loro.
A distanza di sei anni, grazie ai magici ricordi di FB e al genio di turno che li commenta, scopro che mi prendevano in giro per una cosa che avevo detto. Sotto un post pubblico, senza il nome, ma si capiva, si capiva perché quando si trattava di qualcosa che combinavo e che poteva mettermi in imbarazzo la raccontavano a cani e porci. A distanza di sei anni non fa male, da fastidio, ferisce un po’, ma oramai sono ferite rimarginate, anche se la pelle è rimasta più sensibile.
E per un momento ci penso a riprendermi la mia rivincita, infondo io con loro ero quella muta e tranquilla che però vedeva e sentiva tutto, ma alla fine mi guardo allo specchio e penso “ma che senso avrebbe scendere al loro livello?” e allora finisce che la vendetta la accantono. Alla fine anche loro hanno avuto i loro lati positivi nella vita, tipo insegnarmi che tipo di amiche non voglio più nella mia vita.

sabato 22 luglio 2017

Un'invasione di biondi - atto primo(?).

Mia madre va a fare le pulizie in una villetta che viene affittata per le vacanze, fino ad ora né lei né la proprietaria avevano avuto problemi visto che gli affittuari erano italiani. Non c'era nessun problema di lingua, insomma. Oggi dovevano arrivare degli affittuari cechi, almeno così mi è stato detto quando sono stata assoldata perché "se non parlano italiano come si fa!? Tu l'inglese lo sai!".
Ecco. Facciamo un appunto sul mio inglese. Io l'inglese, ad ora, lo leggo senza problemi, se mi parlano lo capisco senza dover dire "can you reapt slowly?", questa ultima parte merito di guardare tante serie e film in lingua originale, oramai i subita sono lì per sicurezza, mica per altro. Il problema è che sono completamente fuori allenamento nel parlarlo, l'ultima volta che ho detto più di una frase è stato a febbraio quando io e un'amica abbiamo socializzato con delle norvegesi a Milano e siamo andate a bere con loro.
Nel panico più totale, dopo ottomila disagi, loro arrivano alla casa, li raggiungiamo. Qua, devo fare un altro appunto: ho un debole per i biondi occhi azzurri. Da sempre, per sempre, nei secoli dei secoli amen. Scendo di macchina e c'è un'invasione di biondi con gli occhi azzurri. Giuro! Su 9, 8 erano biondi, ma biondi biondissimi eh!
Primo pensiero: il paradiso!
Secondo pensiero: no, niente paradiso. Sono cechi, non australiani.
Niente, scendo di macchina, capisco subito che sono io la vittima sacrificale che parla inglese. Questa banda di biondi si girano verso questo pischelletto - pischelletto perché a occhio e croce gli abbiamo dato 18, massimo 19 anni - che mi dice che lui parla inglese. Traduco quello che c'è da tradurre, conquisto la simpatia generale facendogli vedere la password del wifi e, a dirla tutta, sono pure simpatici. Praticamente, lui traduceva, ma soprattutto quella che abbiamo intuito essere sua madre cerca di farsi capire a gesti accompagnando una parola inglese a intere frasi in ceco(?). Momento top, mi dicono di dirgli "questa è la lavanderia", ma non finisco di dire laundry che mi ferma ridendo con un "nonono, holiday!" e tutti a ridere. Finita di spiegare la casa, il piccolo supermercato e la parte burocratica, la signora simpatica - l'altra non socializzava quanto lei, ma aveva una bimba bellissima con sé - insieme a Non Biondo mi chiedono se possiamo lasciargli il mio numero. Bom, okay, tanto tra poco ripartono, se hanno bisogno almeno madre non impazzisce a spiegargli le cose e a farsi capire. Stiamo per andare via, ma Pischelletto mi chiede una cosa, fraintendo - gente, io agitata che non so socializzare in italiano figuriamoci in una lingua non mia e circondata da sconosciuti - e gli spiego una cosa che c'entrava, ma non quello che voleva sapere. Mi sorride, io penso di dirgli "senti, cazzo sorridi!? Sei biondo e occhi azzurri e già mi crei problemi di concentrazione così!", ma invece mi rispiega cosa voleva sapere. Mi stava chiedendo se per andare in giro ero disponibile, in modo da aiutarli a muoversi e cose così. Presa in contro piede gli dico ok, in caso scrivimi.
Saliamo in macchina, madre ride a crepapelle poco dopo essere partita, la guardo perplessa e se ne esce con "ma ci stava provando?". C'è, l'unica cosa che ha capito era che volevano una mano a muoversi? Non parla una parola e questo l'ha capito?
E soprattutto... ci stava provando? Ha ragione che mi scriverà prima di domani?
Si vedrà.

Stay tuned per le prossime puntate.

mercoledì 19 luglio 2017

(Continua a essere un periodo del cazzo, certo ci sono state giornate buone, ma continua a essere un periodo del cazzo e lo scrivo tra parentesi, perché è così che mi sento.
Ho la pessima sensazione che queste parentesi si stiano avvicinando tra loro, lentamente e inesorabilmente, mentre io sono intrappolata lì senza via d'uscita.
Mi sento stanca, sono stanca, sono inerme, senza forza.)

lunedì 10 luglio 2017

"Bitches before snitches." (cit).

Nella mia vita non sono mai stata brava a mantenere i rapporti d'amicizia, perché non sono costante, non ho un carattere facile, non ho filtro cervello-bocca e anche se lo avessi parlerebbe la mia faccia (risultato: se non ti do del cretino a voce, te lo dice la mia faccia); ci sono periodi in cui non posso fare molto per una serie infinita di ragioni e periodi in cui, invece, non ho voglia, non me la sento, di fare le cose. Non è quindi facile relazionarsi con me.
D'altra parte, per me non è neanche facile relazionarmi con gli altri sia per le ragioni sopra elencate, ma anche per una serie infinita di ragioni passate che mi hanno reso sempre meno propensa a fidarmi degli altri e perché avere un problema d'ansia che nelle giornate no ti sussurra "sei sicura che a quelle persone importi? Sei sicura che non dai fastidio? Non sei poi così necessaria, stanno bene soprattutto senza di te" non rende sempre facile mantenere stabile un rapporto, aumentando così la mia capacità di lasciare andare anziché di mantenere.
Per queste ragioni, rese sinteticamente perché in realtà potrei dilungarmi di più, posso dire di avere ben poche persone che reputo amiche e ancora meno che reputo Amiche con la maiuscola, di quelle che mi fido pressoché ciecamente e con cui mi sento a mio agio, totalmente a mio agio, dove non ho problemi a mostrare cosa c'è sotto i venticinque strati con cui nascondo la realtà delle cose. Ecco, queste Amiche si contano sulle dita di una mano e avanza pure il resto e, la maggioranza, sono pure lontane.
Dopo non so quanti viaggi a Milano, finalmente sono riuscita ad avere W. qua e non mi è pesato alzarmi presto per sistemare casa, per andarla a prendere di prima mattina con poco caffè in circolo. W. è riuscita a farmi andare al mare per due mezze giornate di fila, non un'impresa da poco considerando che abito al mare e per era off limits in estate da almeno due anni (non mi sono abbronzata, ma ho chiazze rosse nonostante la crema), ma anche a farmi comprare una gonna che bramavo da un po' e a farmela mettere con una maglia corta che non sembrava corta abbinata alla gonna ed ero così presa bene che mi sono fatta fare una foto, per ritrovarmela su Instagram e poter dire a me stessa "toh, guarda che ogni tanto riesci a fare uno sforzo per essere leggermente più femminile". Abbiamo riso, le ho mostrato la mia nota imbranataggine che mi porta a farmi male con un non nulla (ho un dito bruciato dalla piastra per capelli), abbiamo scoperto cosa succedeva in un film che avevamo visto finire mesi fa, ha provato le mie doti di cuoca (e non è stata avvelenata!) per due giorni di fila. Ho dimenticato, nonostante qualche casino, la mia ansia, i miei problemi, lo schifo che ultimamente portavo addosso.
W. tra qualche mese parte, va a Parigi per un anno, che sarà una noia senza di lei l'ho detto solo scherzando, ma infondo l'ha capito (e forse lo starà pure leggendo, ciao W.!) e non so bene come farò un intero anno senza dirle "oh, guarda quello! Pagaiami pure eh!", senza concerti, senza treni soppressi, senza "è un eterno appuntamento in stazione". Sarà dura, davvero, ma a volte basta sapere che una persona ti ha capita per sapere che un anno passerà.
E poi mi conosce così bene che, oltre ad avermi portato il cd autografato che aspettavo da mesi, adesivi di band bellebelle, mi ha portato Iron Man (con tutti i sensi che ha) e per me era davvero Natale.

E fa caldo, ma caldo umido, quello che lo senti appiccicato addosso, camera mia è tornata in ordine ed è silenziosa, fin troppo silenziosa.

giovedì 6 luglio 2017

Karma?

Quando andavo in seconda media e durante l’estate che ne seguì mi ritrovai a uscire con un gruppo di ragazzi e ragazze del paese dove vivevo, la maggior parte di loro li ricordo con indifferenza o con un senso di antipatia, ben pochi li ricordo con un sorriso. Ero la più piccola, quella più chiusa, quella che facilmente veniva presa di mira dalle battutine e dalle frasi acide (”quando sarai al liceo potrai parlare”, ad esempio) ed ero sostanzialmente una pirla con il prosciutto sugli occhi a cui andava bene stare in un gruppo che non la apprezzava come persona solo per non essere da sola.
Tra questi, però, c’erano pochi che ricordo con un briciolo di simpatia, perché mi trattavano bene, spesso mi difendevano, due sono anche gli unici a salutarmi per strada e c’era un terzo ragazzo, forse dopo di me quello più preso in giro dagli altri perché meno scatenato, meno irresponsabile, più gentile e tranquillo. Questo ragazzo, poco dopo esserci conosciuti, inizio a provarci con me, ma a me non interessava né lui né nessun’altro, però ci provava tanto, ma sempre in modo carino, come ci si può provare tra persone che avevano un’età tra i 13 e i 15/16. J., dopo l’estate e vari casini, uscì dal gruppo, lo vedevo in giro, ci salutavamo, ma niente di che.
All’epoca era un tipo con l’acne che gli martoriava la faccia e i capelli che, a ripensarci a ventitré anni, mi danno un po’ i brividi, poco più alto di me, però aveva un sorriso gentile e bei modi, ma comunque non mi piace. L’ho rivisto quasi dopo dieci anni che non lo vedevo, neanche stessimo a New York che incontrarsi è impossibile, fatto sta che dopo dieci anni è diventato un cazzo di figo. Sempre alto quanto un barattolo, ma figo. Figo tanto eh. Ero fuori di casa col cane, i capelli da pazza, le occhiaie e il sacchetto per la cacca nella tasca posteriore. Ho ringraziato che non mi abbia vista.

martedì 27 giugno 2017

Sing for the laughter, sing for the tears.

Ero in montagna a sciare quando un'amica mi ha scritto cosa avessi in programma per il 23 di giugno. Dopo un primo momento di confusione, ho capito che le erano stati regalati due biglietti per l'unica data italiana dell'Aerovederci Baby Farewell Tour degli Aerosmith e che aveva pensato di andare a vederli con me regalandomi uno dei due biglietti. Voi non immaginate la gioia con cui ho reagito a quel messaggio, davanti allo sguardo rassegnato di mio padre e quello perplesso del suo amico e di mio cugino. La data sembrava non arrivare mai, così per non farci la bocca e non rimanerci male se fosse successo qualcosa e non fossi potuta andare o, peggio ancora, se l'avessero annullato, ho deciso di pensarci il meno possibile. Stranamente, per mesi non mi sono neanche informata su chi avrebbe aperto, sui gruppi minori, ero entrata in modalità "non sperarci, non illuderti" e infatti che la band di apertura, insieme a due artisti minori a scaldare il pomeriggio, erano niente di meno che i Placebo, l'ho scoperto qualche mese fa, beccandomi della stronza da una mia compagnia di corso che non sarebbe stata al concerto.
All'alba della fatidica data, però, prese da mille impegni personali, ci siamo ritrovate senza un posto in cui dormire con le uniche stanze prenotabili a chilometri di distanza o a prezzi inaccessibili, così a qualche giorno dal concerto ci siamo dette "vabbe, fa caldo, si sta in giro per Firenze tutta la notte" - e per me sarebbe stata la realizzazione di una cosa che dico da anni, quella di passare in giro la notte post concerto -, ma alla fine, un'amica ha contattato un suo amico che ci ha offerto due letti, un bagno e un tetto sulla testa per la notte. Così, nel bel mezzo dello studio mi sono ritrovata a dover andare dal Decathlon a prendere uno zaino che rientrasse nei litri ammessi dalla security e a preparare uno zaino con lo stretto indispensabile per passare un giorno via di casa e, per la prima volta, sono davvero andata via con il minimo indispensabile e il libro su Gianni Toti e la poetronica da studiare durante le due ore di treno.
A Firenze ci ha accolto il caldo di una giornata di giugno con un sole che spaccava le pietre, un autobus in cui non si respirava e tre piani da fare a piedi in un palazzo vecchissimo che, per trovarlo, ho dovuto chiedere indicazioni a un signore in bicicletta, perché Google Maps non era chiaro sul indicare come arrivare alla via. E Dio benedica i fiorentini e la loro gentilezza! Abbiamo trovato il palazzo, le scale ripidi del vecchio palazzo e F., il silenzioso amico di un'amica a cui penso ancora di dedicare una statua. Riposate un attimo, siamo riuscite, ci ha fatto strada fino al Visarno - con me e L. che ci domandavamo davvero se saremmo state in grado di ritrovare la strada al ritorno -  e dopo una lunga camminata e aver salutato F., che avremmo ritrovato solo a concerto finito e sulla strada di casa, siamo arrivate a un Visarno supercontrollato.
Firenze a giugno la sconsiglio, davvero. Stare in un campo con pochissimi punti d'ombra ancora meno, per dirvi quanto ve lo sconsiglio, ho sfiorato lo svenimento dopo aver mangiato un gelato troppo velocemente mentre la mia pressione giocava con le montagne russe, ma questa è un'altra storia.
Alle 19 spaccate hanno iniziato i Placebo che, per quanto mi piacciono, tre loro canzoni rientrano tra le canzoni che amo da anni e prima di sentirli fossi contenta di vederli, non rientrano di certo nelle band per cui farei salti mortali per vederli, ma dopo averli sentiti suonare dal vivo - sentiti, perché visti li vedevo dal mega schermo visto che sono alta un metro e uno sputo e sembravano tutti altissimi - mi sono ripromessa di andarli a vedere di nuovo. Brian Molko, se lo sentiti parlare, sembra un po' un cartone animato, ma poi inizia a cantare e vuoi o non vuoi quello che canta ti arriva sottopelle, anche quando non è facile stare dietro alle parole che canta. Special Needs, Special K e Too Many Friends mi hanno portato a un passo dalle lacrime, le altre mi hanno caricato, anche se raramente si sono fermati a parlare - avrà salutato una volta e poi è sceso in silenzio - ma le parole diventano superflue quando suoni come hanno suonato.
Hanno suonato per un'ora, per poi lasciare un'ora per preparare per gli Aerosmith. Alle 21, sui maxi schermi parte un video che ripercorre la loro storia e poi c'è stato un boato, è arrivata la musica e sullo schermo sono comparsi loro. Certo, noi che eravamo dietro e vedevamo dallo schermo abbiamo dovuto far partire i cori per averlo acceso che, a 'na certa, era spento e basta, ma importa poco, perché gli Aerosmith erano lì vestiti come se fossero ancora dei giovani pischelli partiti da "Boston, Massachusetts" e diventati famosi in tutto il mondo. Steven Tyler a sessantanove anni spazza via i ventini per come si muove, ma soprattutto perché passa da un acuto a suonare la fisarmonica, il piano e lanciare i suoi braccialetti alla gente nel pint - li odio un po' -; Joe Perry, che la sera prima ha suonato con dei ragazzi per le strade di Firenze, come anche Brad Whitford, Tom Hamilton e Joey Kramer (Joey che, essendo stato il suo compleanno qualche giorno prima, si è beccato un coro di tanti aguuri da cinquantamila voci) dominano lo strumento, scaldano la folla, la dominano, la fanno ballare, cantare, vivere con quelle emozioni che solo band navigate e affiatate che mettono insieme generazioni diverse possono fare. E' stato indescrivibile, passare da ballare ad avere la pelle d'oca a cantare I Don't Wanna Miss A Thing, come indescrivibile è stata Dream On.
La verità che cerco di parlarne per realizzarlo, ma se non fosse per le foto, gli audio e il piccolo ciondolo a forma di plettro viola con su scritto Firenze Rocks 2017 io continuerei a pensare che sia stato un sogno. Uno di quelli belli da cui non vuoi svegliarti.






Nelle puntate precedenti di Daytime Origami.

Ho preparato un esame da 12 crediti con quattro libri - per un totale di circa 654 pagine + due semestri di appunti - in venti giorni, dormendo poco e niente, perché finivo di studiare a tarda notte e poi tra caldo e ansia le notte le passavo a rigirarmi nel letto e stamattina, mentre aspettavo il mio turno in un corridoio senza finestre di dimensioni 2x2, sentivo che avrei vomitato da un momento all'altro, ma alla fine quando hanno chiamato il mio cognome - ovviamente sbagliando la pronuncia, sia mai che lo azzecchino - ho fatto un respiro profondo dicendomi mentalmente che avevo studiato, avevo studiato tanto e bene, che il corso racchiudeva alcune delle cose che più amo e che non poteva andare tanto male. L'assistente, che si ricordava di me da un corso che ho dovuto fare un anno fa, mi ha fatto partire da dove volevo e le parole uscivano spontanee, anche sulle domande che mi ha fatto. La docente ha voluto sapere quale incontro mi fosse piaciuto di più, prima di farmi pare di Toti e, prima di parlare, ho pensato a nonno, ai punti in comuni tra l'artista che avevo scelto di portare e mio nonno e mi sono ritrovata a parlare con una tranquillità che non provavo da anni. Per il voto ho dovuto aspettare un tempo infinito, quando io volevo solo uscire da quell'ambiente caldo, smetterla di sentire chiedere "cosa ti ha chiesto?" o la gente che iniziava ad andare nel panico e a non ricordarsi le cose. Ho convalidato il voto con un sorriso sul viso, non per il contrasto tra il voto dell'esame precedente e questo, ma perché avevo studiato, avevo parlato tranquilla spiegando tutto e senza cadere nei tranelli della mia ansia che se ne stava seduta sulla mia spalla e cercava di distrarmi.
Nel mentre preparavo questo esame, mi sono concessa una capatina veloce veloce a Firenze per il Firenze Rocks - che merita un post a sé - e vi giuro che l'emozione di cantare I Don't Wanna Miss A Thing in coro con altre 50mila persone con Steven Tyler e il resto degli Aerosmith su un palco a diversi metri di distanza devo ancora scrollarmela di dosso.
Ho socializzato con un bambino. Non sarebbe niente di speciale se non fosse che io non amo particolarmente i bambini, ma loro inspiegabilmente amano me. Questo bambino, figlio di vicini, era qua a cena domenica sera, io subito dopo mangiato sono tornata a studiare, ma dopo poco è arrivato a chiedermi se avevo della musica ed è finita che non ho studiato se non dopo mezzanotte, perché ha voluto giocare con me. Dal piano di sotto sento la sua festa di compleanno, fa cinque anni, madre li ha regalato un completo di Capitan America che si è voluto mettere subito. Lo odio un po' meno di altri bambini, anche se ha urlato per tutti i venti giorni in cui io volevo silenzio.
Fa un caldo disumano, ma domani danno allerta meteo per pioggia, speriamo.

Ah. "Daytime Origami" è la parodia di una serie americana iniziata da poco, tale Daytime Divas e, per quanto lo studio mi abbia fatto vedere solo due puntate, io ve la consiglio.

sabato 17 giugno 2017

My old friend.

16 giugno 2017.

Cara Ansia, my old friend.
Dovrei continuare a studiare, ho un esame tra dieci giorni e ho riscattarono dallo scivolone dell'ultimo esame.
Ultimo esame dove eri lì con me, come sei oggi qui, cone tutte le notti negli ultimi mesi e non te ne vai. Anche ora sei qua, non come un'entità astratta, ma come un blocco di marmo che mi schiaccia il petto, una mano invisibile che sta stringendo la sua presa su cuore e polmoni che fanno fatica a lavorare. Sei un piccolo mostricciatolo che seduto sulla mia spalla mi sussurra negatività che non so più se sono frutti del tuo sacco o se ti limiti a esporre la realtà.
Evito gli inviti, invento scuse per non andare a fare serata con le amiche… soldi, devo studiare, ho gia un impegno, ma la realtà è che ho paura. Paura di te, di me. E se finisse come quella volta in riva al mare, se finisse come quella volta in cui costrinsi tutti a tornare a casa alle 7 di mattina perché sono stata male e ho un vuoto di ore che ho ricostruito solo grazie ad altri? O se invece mi sentissi male come quelle volte a scuola in cui rimanevo lucida mentre mi sembrava di affogare e di non riuscire a uscire dall'acqua per fare entrare aria nei miei polmoni anziché acqua?
Forse dovrei avere il coraggio di dire ad alta voce “ho un problema” e poi “ho bisogno di aiuto, da sola non riesco”, ma io non ce la faccio ad ammettere di avere un problema, di avere bisogno di aiuto, di avere un punto debole. No, non riesco e tu di questo ti nutri diventando più forte giorno dopo giorno.
Com'era prima di te?
Come stavo?
Chi ero?
Chi sono?
Ho la sensazione che tu stia diventando me, che tu stia divorando tutto e che tu stia finendo con il definire chi sono. Non sono più io che ho l'ansia. Sei tu ad avere me.
Io sono la mia ansia.
Ho fame, vorrei una pizza coi funghi anche se fa caldo, ma quando metto il cibo in bocca deglutire fa quasi male, è come se i bocconi fossero troppo grandi sia da masticare che da buttare giù. Allora bevo tanta acqua, tante bevande zuccherate, mi costringo a mangiare a cena e a ogni boccone mi ripeto nella testa “non devi dargliela vinta. Mangia.”.
E’ un combattimento costante, forse è per questo che quasi ogni notte sogno di scontrarmi con un lupo che mi batte sempre. Dimostra di comandare lui.
Comandi tu.
Mi comandi tu.
Ti ho scritto come se fossi una persona, perché oramai sei così presente che non sei più astratta, sei quasi tangibile. Ti ho scritto perché così mi libero di questa morsa al petto e posso tornare a studiare di questo mondo di cui vorrei fare parte, di radio, di comunicazione, di cose belle che tu mi stai rovinando.
Ora respiro meglio rispetto a molte righe fa, scrivere aiuta, ma non è possibile farlo sempre.
Il CD nello stereo è finito, le macchine corrono sul viale e le sento dalla finestra aperta da cui non entra aria. Tutto va avanti, io mi sento impantanata nelle sabbie mobili, se mi agito potrei solo sprofondare più velocemente. Allora mi fermo, cerco di analizzare come uscirne.
Posso tornare a studiare?
A essere me?
A essere libera da te?

martedì 23 maggio 2017

Ho aperto il blog, ho cliccato su "Nuovo post" per scrivere, per vomitare fuori tutto quello che mi gira in testa da stanotte, tutto quel malessere che mi ha fatto evitare accuratamente di fermarmi a sentire un telegiornale, di guardare le news accompagnate da video e audio, ma è dieci minuti che litigo con le parole che faccio uscire. Mi sembrano tutte sbagliate.
La verità è che è da stanotte che mi sento in colpa per tutti i concerti a cui sono andata, per tutte le serate felici, per tutte le lacrime sotto i palchi, per le risate, le notti in cui ho perso la voce, per le persone che ho incontrato e poi perso, per tutte le amiche che ho conosciuto grazie alla musica, grazie a un concerto. Mi sento in colpa perché esattamente un mese prima io ero ad un concerto e ridevo con un'amica sul "quando non puoi andare al coachella, e allora porti il coachella al forum" perché ridevamo facendo le stupide con le coroncine di fiori, con la collana hawaiana presa per un suo amico. Mi sento in colpa perché io da quel concerto sono uscita sudata per aver ballato e la voce un po' ammaccata per cantare, sono uscita viva e sono andata ad una festa. Ho riso, ho fatto tardi e sono rientrata a casa.
Ho visto non so più quanti concerti, visti con mio padre, mia madre, le amiche, da sola. Ho conosciuto persone, alcune perse mentre altre sono miei amiche. Ho vissuto l'ansia del prima, la gioia del durante e la tristezza del dopo. Ho storto la bocca per date troppo lontane, ho esultato per quelle vicine a un prezzo fattibile. Ho macinato chilometri, vissuto disagi per scioperi dei treni, ore di macchina e d'attesa fuori da cancelli chiusi nelle peggiori condizioni meteorologiche. Ho vissuto ogni concerto sentendomi al posto giusto, al sicuro. Erano il mio posto sicuro, la mia fuga da una vita che mi colpiva mentre già ero a terra. Erano un luogo che non era un vero luogo perché ogni volta era diverso, ma quello dove ti senti sicuro, mai da solo anche quando non sei in compagnia. E mi sento in colpa per tutto questo. Mi sento dannatamente in colpa, perché per molti quello sarà stato il primo concerto, quello che io ricordo con la gioia di aver scoperto che nonostante tutto puoi stare bene, mentre per loro sarà un incubo che si ricorderanno sempre. Per altri, è stato il primo concerto e l'ultimo giorno della propria vita.
E' tutto il giorno che leggo cose, parlo con le amiche, mi confronto, so che lo sgomento non è solo mio, che il senso di colpa è condiviso e quella sensazione di "e il prossimo concerto come lo vivremo?" la condivide chiunque viva i concerti come li vivo io. E' tutto il giorno che mi confronto coi pensieri altrui per evitare i miei di pensieri. E' da quando mi sono alzata che leggo di gente che scrive che abbiamo vinto noi perché non rinunceremo a vivere, che non vinceranno perché la paura non ci fermare e forse è vero, forse hanno ragione loro, come forse avevo ragione quando prima ho detto a mia madre "ma' per le statistiche dovrei avere anche paura a mettermi alla guida o a prendere un treno, lo sai?" dopo che ha commentato che non starà più tranquilla a sapermi ad un concerto - lei che a sedici anni mi ha lasciato per un'intera giornata all'Arena Parco Nord per un festival - o forse sbagliavo. Ma che importa?
Non c'è un vincitore, non c'è perché quasi ogni giorno da qualche parte lontano da qua qualcuno muore così e la maggior parte di noi siamo indifferenti. Non ha vinto nessuno, abbiamo perso tutti, perché questi atti di violenza sono solo una sconfitta collettiva.
La verità è che ho scritto perché gli attentati mi feriscono sempre sia che succedano "vicino" sia che succedano "lontano", ma questa volta hanno fatto vacillare l'unica certezza che mi era rimasta: i concerti sono il mio posto sicuro.
E non è più sicuro.

lunedì 24 aprile 2017

"In due è amore, in tre una festa" e in quasi diecimila è "un bel concerto da mitomani" con Lo Stato Sociale.

La prima volta che ho visto Lo Stato Sociale dal vivo era estate, era agosto ed era il 2012 - quanti anni avevo? 18? - e lo ricordo perché era un concerto in spiaggia, a quel festival estivo gratuito che prego ogni anno che riescano a (ri)organizzare ogni anno, perché oltre ad animare questa zona, porta sempre delle gran belle serate - oltre a darmi qualche gioia che porto dentro per anni, come Lo Stato Sociale o i Tre Allegri Ragazzi Morti.
Mi ricordo che, ad andarli a vedere, mi convinse un'amica che, ora, non so neanche se li ascolta più. Io di canzoni ne conoscevo ben poche, ma quelle poche che conoscevano mi piacevano parecchio - cinque anni dopo, Magari non è gay ma aperto è ancora nella top ten delle mie personali preferenza di questa band - e così andai, trascinandomi dietro qualche altro amico che non apprezzando molto la musica che facevano, non mi fece godere il concerto. Non ricordo se mi hanno disturbato la serata o se mi hanno trascinato via, per poi tornare, facendomi perdere qualche canzone, però ricordo che non me lo sono potuto godere e, col senno di poi, dico che mi dispiace. Il 2012 era l'anno di uscita di Turisti Della Democrazia, anno in cui piano piano, grazie soprattutto al web e al passaparola, la band si è fatta conoscere sempre di più, passando da piccole piazze a luoghi sempre più capienti.
Quando nel settembre 2015 andai al concerto della Garrincha a Firenze - concerto a cui andai soprattutto per la band prima di loro mentre due amiche erano lì soprattutto per Lo Stato Sociale - mi ritrovai davanti ad una band cresciuta: prima di tutto, c'era un vero e proprio palco, cosa che non c'era alla prima volta in cui li vidi, le luci erano quelle di un vero concerto, i microfoni erano molto migliori, ma quello che spiccava era che la band aveva preso più confidenza col palco, ma senza perdere quell'aria scanzonata di gente che si diverte, che dice quello che gli passa per la testa non dando peso al fatto che quello che potrebbero dire potrebbe far storcere la bocca a qualcuno. Il pubblico sotto al palco, oltre alla band sopra, era cambiato, perché quello in cui mi ritrovai nel 2015 sapeva tutte le canzoni, le cantava a squarcia gola, pogava, sudava, si divertiva molto di più di quello acerbo e poco informato di tre anni prima. Comunque, anche quel giorno, se qualcuno mi avesse detto cosa sarebbe successo quasi due anni dopo, avrei detto "sì, vabbe, mi prendi per il culo" e, probabilmente, l'avrebbe detto Lo Stato Sociale stesso.
Cosa è successo quasi due anni dopo?
Quasi due anni dopo, sabato 22 aprile 2017 per l'esattezza, Lo Stato Sociale ha riempito con quasi diecimila persone l'Assago Forum. Certo, qualche voce polemica a questa mia cosa potrà pure dire "c'è chi il Forum l'ha riempito" e non sarei stupita di questa affermazione, ma con tutta la calma del mondo potrei pur spiegare che chi c'è riuscito o sono grandi nomi nazionali o lo sono a livello internazionale. Non è proprio il caso de Lo Stato Sociale che, effettivamente, non ha di certo grandi passaggi in radio, non ha grandi supporti mediatici, non ha avuto grandi sponsor per il concerto. Ho seguito questa band per anni, a periodi alterni di entusiasmo estremo a quelli in cui li ascoltavo o leggevo qualcosa su di loro distrattamente, ma praticamente ho vista band almeno una volta in ogni fase della sua evoluzione, da una spiaggia in una provincia dimenticata a al Forum. Quella che ho avuto sabato "davanti" - davanti si fa per dire, per la prima volta ho fatto un concerto dalla piccionaia, anche se questo non ha limitato il mio entusiasmo e delle persone con e intorno a me - era una band evoluta, ma non per questo meno emozionata, meno cazzara, meno libera di parlare. Hanno riempito quasi totalmente il Forum, arrivando per una strada alternativa che non è quella dei talent, dei singoli con grandi passaggi in radio - in cinque anni, credo di aver beccato una sola volta una canzone loro in radio e di radio ne sento diverse - o di grandi major che tirano in mezzo sponsor e quant'altro e questo non lo dico per polemica verso altri, che ognuno fa la strada che vuole e quella che si ritrova davanti, ma perché come hanno sottolineato loro dal palco, c'è sempre una strada alternativa per arrivare a fare quello che si sogna. Sono la solita band di sempre, quella che non si vergogna di dire che "è band antifascista, antisessista, antimilitarista e che prima di ogni tour firma una piccola clausola che dice: ogni volta che vai sul palco devi dire “La Lega fa schifo”.", non limitando neanche le battute contro Salvini che facevano partire grandi boati - e, ho letto di qualcuno che si è risentito di quanto detto, perché la musica dovrebbe essere apolitica... ma hanno comprato il biglietto alla cieca? I figli che hanno accompagnato non li hanno mai fatto sentire qualche pezzo prima del concerto? - e applausi, per confermarsi i soliti di sempre che parlano dicendo quello che vogliono. La scaletta era varia, alternando pezzi del cd uscito a marzo a quelli del passato - per questo posso dichiararmi una persona felice visto che hanno fatto quasi tutte le canzoni che preferisco, compreso Forse più tardi un mango adesso canzone che io ho aggiunto accanto al disegno di un ananas su un banco in università - e nonostante una voce iniziale, una voce femminile, metallica e impersonale, aveva iniziato la serata dicendo "ci scusiamo per la mancanza di scenografie, ma a fare i prezzi bassi non ci sono i soldi per fare le ficate", la scenografia c'era ed era anche efficace al contesto: erano giochi di luci, balletti della band sul palco o video mandati su uno schermo alle loro spalle sul palco. E' stato un concerto che ha fatto pogare la platea, cantare tutto il forum e far ballare le persone anche sul terrazzino della platea C, ma tutte le belle sensazioni di un concerto con una scaletta composta da circa 25 pezzi - di cui una era una cover di Bello Figo suonata al pianoforte da un solitario Lodo - si potrebbero riassumere in Niente Di Speciale, quando il forum è stato illuminato dai cellulari - e da qualche accendino qua e là - mentre la canzone veniva suonata alla pianola.
Nel 2012 ho visto una band acerba, ma con buone qualità.
Nel 2017 ho viso una band cresciuta, evoluta con sonorità varie, testi scanzonati, testi arrabbiati, testi a volte criptici a volte diretti, ma una band con grandi qualità sia su disco sia e soprattutto sul palco, da dove sa coinvolgere, sa far cantare, ballare, sudare, emozionare, ridere e perfino far dire "ora potrei piangere io" (e fidatevi, mi è stato detto).




Siete il più grande si può fare della nostra vita”.
- Lodo.

(uno screen del mio video non rende quanto fosse illuminato il forum)
(si ringrazia l'amica Way per questa foto)




E dopo aver cercato di raccontare con estrema lucidità questo concerto, cosa non proprio da me, volevo spendere due righe per dire quanto sia bello avere accanto qualcuno che ti dà corda quando dici "se noi non possiamo andare al Coachella, portiamo il Coachella da Lo Stato Sociale", che si mette a ballare in piccionaia con te e sa quando dire "questa è la tua canzone". I concerti sono sempre belli, ma quando a fianco avete un'Amica, è meglio.

"Ancora ci si ostina a credere che Milano è una città dove mancano i colori".

Non riesco a capire come mai molte delle persone intorno a me si ostinano a dirmi che “Milano è una città grigia” e, ancora di più, non capisco come non comprendano che non è vero. Io, ogni volta che mi viene detto questo, alzo gli occhi al cielo, perché so che per spiegarlo dovrei potergli far vedere Milano coi miei occhi, farla vivere come la vivo io ogni volta che vado, e forse allora vedrebbero anche loro i colori di Milano.
Milano ha il suo modo di essere colorata, anche se escludessimo il verde degli alberi. E’ colorata a modo suo, forse in modo pacato e non da colori ostentati come l'azzurro del mare in un giorno di sole. Milano ha il suo colore in quella casetta lilla semi nascosta che vedo ogni volta che il mio treno si appresta ad arrivare in stazione centrale, casa lilla che confina con un'altra casa colorata, ma questa è di un celeste scuro bello accesso che non si può non vedere. Milano ha i suoi colori nei cartelloni pubblicitari, nelle grandi insegne sui palazzi - palazzi così alti da ostentare la loro ambizione di voler raggiungere il cielo - e i colori sono anche nelle grandi vetrate che riflettono quello che hanno intorno; ha i suoi colori nei tram, nel giardino verticale, nei murales e in tutte quelle cose che a volte si danno per scontate. Milano ha i suoi colori nelle persone che vanno di fretta - quelle persone che di solito vedo e mi domando “chissà dove vanno così di corsa” -, nei turisti e nei loro diversi dialetti o nelle loro diverse lingue, nella gente di passaggio. Milano ha i suoi colori nella maestosità del Duomo che ti saluta appena esci dalla metropolitana - ed è, ogni volta, uno spettacolo mozzafiato - come li ha nell'oro della Madonnina che brilla nelle giornate di sole e come ha i suoi colori nelle vetrine dei negozi, nelle bandiere degli alberghi e dei consolati. Milano ha i suoi colori nei fiori di un venditore che sta all'angolo di una piazza, uno di quelli che ha il negozio in un baracchino e i fuori ha un sacco di fiori variopinti, uno di quelli che non si vedono quasi più neanche nei piccoli paesi se non fuori dai cimiteri; ha i suoi colori nel bianco, nel nero e nel rosso dei murales ai Giardini delle culture, come ha colore nei bicchieri take away per il caffè.
Milano ostenta tante cose, ma non i suoi colori, che però, invece, sono tanti e belli che neanche riesci a elencarli tutti. Milano i suoi colori se li tiene per sé e per chi li vuole vedere, ma poi ci sono volte che i colori sono impossibili da non vedere, come il tramonto che mi ha accolto alle otto di sera di un giovedì qualunque e che sul balcone di un'amica mi ha tolto il fiato più di ventitré anni di tramonti in riva al mare. E i colori di quel tramonto sono anche quelli che do ai sorrisi delle amiche, delle risate fatte senza preoccuparsi del “sto ridendo troppo per una cosa stupida”; sono i colori che do anche alle persone che non so se rivedrò sia quelle che incontri per caso e per qualche ragione ti fanno sorridere sia quelle con cui spendi qualche ora del tuo tempo. Sono i colori che do ai concerti, alle bevute in compagnia, alle sigarette fumate a tarda serata al freddo, ai tè bevuti in tazze belle, alla metropolitana sbagliata, sono quei colori che Milano mi regala e che si rispecchiano nei miei sorrisi, nelle mie giornate spensierate in cui non devo più preoccuparmi di limitare me stessa, ma anzi posato esserlo a piena e, soprattutto, si riflettono in quella tranquillità che mi dona ogni volta, anche quando il periodo non è dei migliori per nessuno. Milano è piena di colori, ma bisogna saperli vedere.


Se Milano mi accoglie così, io come faccio a non esserne innamorata?

"se la Madonnina muore nasce un fiore"
Giardini delle culture.


lunedì 3 aprile 2017

Lunedì ho un esame, non sono minimamente preparata.
Questo semestre sto facendo fatica ad andare a lezione, perché ci sono mattine che l'ansia mi schiaccia così tanto che non ho né la voglia né la forza di alzarmi da letto.
Ci sono un po' di cose che non vanno bene, che mi preoccupano, ma mi sento in un equilibrio così precario che anche solo scriverne potrebbe farmi crollare in mille pezzi.
Sento che sto cadendo in uno dei miei periodi di chiusura, che alzo i muri, tengo tutti fuori, allontano tutti. E ho paura che questa volta non sarò poi in grado di far ri-avvicinare le persone.
Sono stressata, sono stanca. Vorrei solo risvegliarmi tra vent'anni.

venerdì 10 marzo 2017

"Il meglio arriverà".

Se non fosse stato per i ricordi di Facebook non avrei mai realizzato che un anno fa stavo per andarmi a tatuare per la seconda volta, perché questo tatuaggio è come se ci fosse da sempre.
C'è da quando una me che stento a riconoscere ascoltò una canzone per la prima volta e si ritrovò a piangere, perché c'erano tutti i suoi ricordi, tutto quello che era stato, tutto quello che era e tutto quello che sarebbe stato. E' diventata subito la canzone, quella che ascolto nei momenti in cui sento che sto per mollare, ma anche quella che ascolto quando devo caricarmi prima di qualcosa che mi sembra impossibile affrontare; è la canzone che mi ricordano gli altri quando si accorgono che sto crollando.
Un anno fa, su un treno che mi riportava a casa dall'università, decisi che era arrivato il momento di tatuarla, di rendere reale un legame che c'era sempre stato e, nel giro di due mesi, era scritto in nero inchiostro su pelle bianca. Indelebile.
Non è una promessa, non è una dedica a qualcuno, non è un ricordo. E' un promemoria a me stessa da me stessa. E' dirmi ogni giorno "okay, è arrivata un'altra botta, ma ricorda le cose belle, ricorda casa, ricorda di quando eri bambina, ricorda che hai perso il conto delle botte, ma ti sei sempre rialzata. Ti sei rialzata tu, si è rialzata la tua famiglia, quindi lotta che il meglio arriva o te lo vai a prendere che sei troppo cocciuta per mollare.".
Può un tatuaggio cambiarti? Non lo so, ma con me l'ha fatto. Nell'ultimo anno sono diventata più forte, più combattiva e so che questo promemoria mi sprona ogni giorno, mi spronerà sempre.
Per quello che è stato, per quello che è e per quello che sarà.
Sono grata ai Finley per un'infinità di cose, per un'infinità di persone che hanno portato nella mia vita, ma non sarò mai grata come lo sono per questa canzone.


venerdì 3 marzo 2017

"So before I save someone else, I’ve got to save myself".

"I gave all my oxygen to people that could breath
[...]
I drove miles and miles, but would you do the same for me?
Oh, honestly
Offered off my shoulder just for you to cry again
[...]
They gave me the heartache and in return I gave a wing
Its goes on and on and on


Life can get you down so I just numb the way it feels

I drown it with a drink and out of date prescription pills
And all the ones that love me they just left me on the shelf
My farewell
So before I save someone else, I’ve got to save myself

I gave you all my energy and I took away your pain
‘cause human beings are destined to radiate or dream
What line do we stand upon ’cause from here looks the same?
And only scars remain


[...]

But if don’t Then I’ll go back
To where I’m rescuing a stranger


Just because they needed saving just like that

Oh, I’m here again
Between the devil and the danger
But I guess it’s just my nature


[...]"


Avrei tante cose da dire su questa canzone, dal fatto che mi ricorda tutti gli sforzi che ho fatto per aiutare gli altri per ritrovarmi poi a domandarmi "ma perché? Dove erano loro quando io avevo bisogno?", perché la frase "so before I save someone else, I've got to save myself" si sposa perfettamente con una cosa che mi hanno detto giusto ieri, come avrei da dire mille altre cose, ma Save Myself di Ed Sheeran parla per me, in ogni singola parola, e io la sto ascoltando in loop pensando a quanto vorrei saper piangere per buttare fuori tutte le cose negative.

domenica 26 febbraio 2017

E mentre passa già la prima metro sotto il pavimento, sopra ci sei te e tutta Milano intorno.

In un periodo della mia vita che oscilla tra giornate in cui vorrei limitare i contatti umani, giornate in cui mi armo di sorrisi e allegria per stare vicina a mille persone diverse (non che mi pesi, in realtà) e giornate dove sto ok, giovedì mi sono convinta che dovevo uscire, perché oramai quasi tutti i miei jeans stavano andando a farsi fottere. Così, controvoglia più di quanto chiunque abbia immaginato, ho preso la macchina (da sola) per andare a fare shopping (da sola) a cercare dei vestiti (da sola). Sono tutte cose che a molte delle persone che conosco piacciono, io le odio. Guidare, per quanto ultimamente lo faccio piuttosto spesso, mi fa ancora paura, roba che quando sono in macchina da sola e devo mettere in moto faccio prima dei grossi respiri, fare shopping per cercare vestiti mi mette a disagio, perché mi mette davanti a quella che sono fuori. Mille sforzi, mille lotte, ma io sono ancora quella che quando si guarda allo specchio avrebbe voglia di prendere il primo oggetto pesante a portata di mano per lanciarlo contro il vetro mandandolo in frantumi insieme all'immagine. Sto imparando ad accettarmi, a convivere con il mio fisico, ma fare shopping per me è tutto tranne che un momento rilassante: vedo qualcosa, mi piace, poi lo guardo meglio e capisco che non solo non mi starebbe bene, ma non mi farebbe sentire a mio agio, così mi nascondo dietro a "non saprei quando usarlo" quando si parli di vestiti, a "ma dove ci vado poi!?" quando qualcosa è diverso da quello che indosso di solito, perché ho trovato il mio stile, il modo in cui con me stessa convivo bene e con cui, ogni tanto, penso "ah, oggi non sono poi così male!". Giovedì, però, ero in questo vasto negozio e, dopo pochi passi, ho notato una gonna semplice, nera, né troppo corta né troppo lunga, l'ho guardata e ho pensato "ma dove ci vai, Mara?" e non l'ho neanche guardata bene, andando a cercare un paio di jeans che mi piacessero, mi stessero e mi piacessero addosso. Non è stato facile, le taglie dei vestiti per chi non si è insicuro, certe volte, sono devastanti peggio di una critica, perché la taglia è tangibile, è dire "sei tanto così" e, nonostante sappia di non essere un numero o una lettera, fa male sapere che "tanto così" non è proprio poco. Ho trovato dei jeans, ne ho provati diverse paia evitando di pensare che per alcuni la mia taglia non c'era, era finita, ma continuavo a pensare a quella gonna e sarà stato che era da sola, ma io l'ho presa e l'ho provata. Ho tentato di mandare una foto ad un'amica nel camerino, più per dire "guarda! Ho fatto un passo!" che per volere davvero un parere su come mi stesse, e davanti alla mia immagine riflessa che quel giorno odiavo particolarmente perché metà dei jeans che avevo visto erano in taglie che non mi sarebbero entrate neanche cucendo due gambe insieme facendomi sentire (di nuovo) sbagliata, ho pensato "sai che c'è!? A me piace, mi piace come mi sta. La prendo". E l'ho presa. Nessuno sa cosa ha significato per me comprare quella gonna, pensare a cosa abbinarla, a nessuno ho detto "questa gonna è una vittoria per me". A nessuno, perché a tutti ho detto "mi piaceva e l'ho presa, non è elegante, la posso abbinare anche a cose più da me", ho tenuto per me cosa volesse dire e, ora, sto cercando di convincermi che, prima o poi, dovrò metterla.
Venerdì mattina Milano mi aspettava e siccome avevo una proclamazione di laurea poco meno di un'ora dopo il mio arrivo in Centrale, sono partita già vestita per la laurea, questo voleva dire partire già con il vestito addosso. Io con un vestito. Io che con suddetto vestito faccio un viaggio in treno, cammino per le strade di una città, mi perdo per l'università, e per giorni sono stata in panico per questo, avevo voglia di sedermi in un angolo buio per la paura di dover uscire con un vestito, ma mi sono ripetuta "la tua amica si laurea. La tua amica di cui sei fiera da morire si laurea e tu vuoi andarci in jeans? Vuoi andarci senza essere adatta alla situazione? Col piffero, tira fuori le palle". E le ho tirare fuori. Sono andata in giro, le prime ore ero a disagio, mi sentivo osservata, giudicata, a muovermi in treno avevo voglia di sotterrarmi, poi la paura è passata e, sapete una cosa? Sono sopravvissuta godendomi il momento di gloria di un'amica con tutta la gioia di cui ero capace.
E sono sopravvissuta così tanto che ogni tanto ieri e oggi ci ripensavo tra me e me dicendomi "toh, guarda che hai fatto. Chi l'avrebbe detto, anche solo un anno fa, che saresti andata in giro per Milano con un vestito?".
Ieri ero ancora a Milano, mi sono buttata nel caos del sabato di Piazza Duomo durante la fashion week e, per la prima volta dopo non so più quanto tempo, io stavo bene. Ero in mezzo alle persone, a tante persone, e non mi sentivo in trappola come invece spesso mi capita quando sono a "casa", dove la tranquillità oscilla tra essere una parentesi riferita a poche ore in qualche posto che considero "sicuro" con persone che mi conosco abbastanza da saper leggere le mie espressioni o una maschera che uso per non far preoccupare nessuno (sia mai che io, orgogliosa come sono, ammetta di avere dei problemi a stare in mezzo alle persone, che ultimamente basta che siano due e io mi senta a disagio), ma invece a Milano stavo bene, ma bene davvero. Non avevo l'ansia a camminare tra la folla, non mi sentivo sbagliata in nessuno dei modi in cui mi sono sempre sentita qua. Ero libera, da cosa? Da me stessa, dalle mie ansia, dalle mie insicure, dai giudizi che mi hanno segnato per tutta l'adolescenza. Ed è stata un'avventura.
Ho trovato una statua di Francesco Hayez, sono entrata nel cortile della Pinacoteca di Brera, ho camminato sotto gli ombrelli con le copertine di Elle - disposti sopra una via a festeggiare i trent'anni della celebre rivista di moda - e mi sono fatta fotografare di spalle da un'amica, io piccola piccola sotto quel mare di colori. Io e la mia amica abbiamo fatto l'aperitivo in un localino nel quadrilatero della moda finendo per fare amicizia con due ragazze norvegesi con cui poi siamo andate a bere in un'altra parte di Milano, parlando in un inglese zoppicante - Odino benedetto, perché devo capirlo meglio di quanto riuscirò mai a parlarlo? - con cui però riuscivamo a capirci e a ridere un sacco. Erano così simpatiche che io e Amica volevamo adottarle. Davvero. "Come to Oslo!" mi ha quasi sciolto per come ce l'hanno detto.
Stasera sono tornata a casa e, per quanto sorridente e gioiosa dopo questi tre giorni altro, è tornato tutto come prima. Sono di nuovo chiusa in camera mia con la copertina degli Avengers sulle spalle, copertina che oramai è la mia copertina di Linus, a cercare di non pensare che mercoledì inizia marzo e non ho più scuse per non andare a Pisa, per non stare in mezzo alla gente. Certo, ora so che potrò andarci pensando ai momenti belli quando starò pensando "ma perché sono uscita di casa stamani?", che da qualche parte neanche tanto lontano c'è un posto che mi fa stare bene, che per un po' mi fa dimenticare le lotte che faccio contro me stessa ogni santo giorno per essere sempre all'altezza delle mie stesse aspettative, per essere sempre quella che vorrei essere, ma che forse non sono; è rassicurante sapere che, da qualche parte, c'è un posto che ha persone che ti permettono per ventiquattro ore continue di dimenticarti completamente delle cose che non vuoi affrontare, è come se quelle che qua sono parentesi, là fossero quotidianità.
E' bello sentirsi bene:
Ora, però, guardo la valigia e sento già la mancanza delle persone che conosco, della città. Mi aggrappo alle piccole gioie di "casa", dei progetti per i prossimi giorni, ma la malinconia c'è.

In lontananza, si vede anche il Duomo di cui, davvero, sono incondizionatamente innamorata.

domenica 12 febbraio 2017

"Sorridi e non ti importa niente, niente."

E' da quando sono entrata nell'adolescenza che lotto con me stessa sia per accettarmi per come sono sia per volermi bene, per vedermi bella come sono, mi ci sono voluti quasi dieci anni per fare qualche passo, ma pian piano qualcosa si smuove. Nell'ultimo anno, forse ultimo anno è mezzo, io di passi ne ho fatti tanti, perché me ne rendo conto da sola che sono diventata più sicura, che ci sono non solo giornate, ma periodi in cui non odio l'immagine nello specchio, soprattutto mi rendo conto che ogni cosa che faccio, la faccio perché fa stare bene me, non per gli altri. E vivo bene. Benissimo.
A Sanremo c'era questa canzone - che per me non doveva arrivare quinta, ma questa è un'altra storia - e mentre qua tutti esultano per un "compaesano", io continuo ad ascoltare e riascoltarla, perché mi dà tutta la forza che avrei voluto da adolescente, che avrei voluto nei momenti no.

"E dentro hai una confusione
hai messo tutto in discussione
sorridi e non ti importa niente, niente
[...]
se anche il cuore richiede attenzione
tu fatti del bene
tu fatti bella per te
[...]
E sei più bella quando sei davvero tu
e sei più bella quando non ci pensi più"

lunedì 6 febbraio 2017

"Zio posso abbracciarti? E' una vita che ti ascolto."

Sono nata nel novantaquattro, ma ho un cugino più grande che non ho mai capito che genere ascolti, però quando ero piccola gli stavo spesso tra i piedi e così ho finito per assorbire 883 e, soprattutto, gli Articolo 31.
Già, tra tutto il rock che in adolescenza ho scoperto, gli Articolo 31 e poi J-Ax da solo sono rimasti un pilastro del mio modo d'essere, mi hanno accompagnata nei momenti di allegria e in quelli in cui la musica era la compagnia della mia rabbia, il modo di coprire i miei che litigavano (non a caso, una parte di A pugni col mondo, non riesco tutt'ora ad ascoltarla senza avere gli occhi che pizzicano) o era un modo per non sentirmi sola, diversa, quella bistratta per come vestiva, per come portava i capelli, per i suoi gusti, i suoi hobby o per le sue idee. La musica di J-Ax, per quanto io a volte non condivida sempre le sue idee, è stata, per me figlia unica con il sogno di non esserlo, un po' come i consigli di un fratello maggiore che non avevo (tutt'ora, quando metto in dubbio il mio modo di pormi alla vita ho bisogno di sentire I consigli di un pirla per ricordarmi che non voglio diventare un fantoccio, che mi piace essere quella che se gli dicono di alzarsi, lei si siede e incrocia le braccia). Nonostante le critiche, a me l'accoppiata con Fedez non dispiace neanche, se andiamo oltre ai soliti singoli che si fanno per essere mandati in radio (voglio dire, da solo ha fatto Maria Salvador che ha fatto parlare tutti, ma Oi Maria non era da meno, via), ma la verità è che Fedez in sé non mi dispiace, non rientra in una top quindici dei miei gusti personali, ma io di criticarlo proprio non me la sento. Fatto sta che, ieri, cd alla mano mi sono armata di pazienza e circondata da bambini e bambine quasi tutte lì per Fedez, mi sono fatta ore di coda per andarmi a fare firmare Comunisti col rolex da un giovane tatuato poco più grande di me e di un signore a cui praticamente devo un po' più che grazie. Arrivata sul palco avrei voluto dire chissà che, ma il tempo era poco e mi sono limitata ad un "zio posso abbracciarti? E' una vita che ti ascolto", titubante e un po' in imbarazzo, ma lui ha sorriso rispondendomi "certamente" allargando le braccia. In quel momento, dentro di me, c'era una bambina chiusa in camera con il suo primo MP3 che cantava le sue canzoni con le lacrime agli occhi nei momenti di sconforto che ha sorriso, come ho sorriso io.
Nell'album c'è una canzone che si intitola Musica del cazzo ed è una delle tre canzoni in cui, volente o no, mi ci ritrovo e neanche poco, ma non solo perché cita praticamente buona parte della mia playlist musicale di Spotify - mancano giusto Patty Smith e David Bowie, poi eravamo al completo - ma il ritorno dice una cosa - "E' solo musica del cazzo /però a me mi ha dato coraggio / di non subire come un babbo dal governo e da una ex E' solo musica del cazzo / però a me mi ha dato coraggio / lo so che non curerà il cancro /però so che ha salvato me"  - ed è forse la spiegazione migliore di quello che ha fatto la musica, non solo quella di chi la canta, per me. Mi ha cresciuta, mi ha salvato e mi ha aiutato a formarmi una testa che, per quanto sia spesso una testa di cazzo, è abbastanza aperta da non giudicare mai, da non accettare tutto stando zitta e muta. E' bello avere una canzone con cui poterlo dire.

(E ora torno al mio binge watching di sequenze di film muti per l'esame di cinema, se sopravvivo, domani dopo l'esame mi metto a ballare in stazione, giuro.)

venerdì 27 gennaio 2017

Duemilatrentacinque metri.


Fino a ieri ero qua su, a duemilatrentacinque metri sul livello del mare. Questo posto lo raggiungo ogni anno dal millenovecentonovantasei, anno in cui sono datate le mie prime foto sulla neve (e si potrebbe dire pure tra la neve, visto che esiste una foto di me che spunto da un buco in un monte di neve). Sono ventuno anni che in questo periodo dell'anno faccio quattro ore di macchina tra autostrada e strade montane per andare in quel residence che, oramai, conosco meglio di casa mia. Ho mancato solo un anno, l'anno scorso, perché con gli esami non riuscivo proprio ad organizzarmi, a differenza di quest'anno in cui almeno sei giorni dei dieci per cui abbiamo la disponibilità dell'appartamento, sono riuscita a ritagliarli.
Tra quelle montagne ne ho viste succedere tante, ho realizzato lì che i miei stavano proprio per lasciarsi del tutto - il primo anno che mamma non è salita con me e papà - ed è anche lì che sono caduta rompendomi una gamba e ritrovandomi costretta a una operazione e sei mesi di ferri e riabilitazione. Quella caduta, però, non ha segnato la fine del mio amore per la montagna o la mia voglia di sciare - anche se il ginocchio, ogni tanto fa un po' troppo male per scendere da una pista all'altra con tranquillità - perché, stupendo tutti e in primis me stessa, l'anno dopo ho messo nuovamente gli scarponi ai piedi e sono tornata a sciare, le prime piste, come faccio da sei anni a questa parte, le ho fatte a fiato sospeso, con la paura di cadere nuovamente, ma poi la paura passa e c'è solo il senso d'assoluta libertà, il vento dato, a volte, dalla velocità che ti sferza le guance arrossandole prima del sole e la calma assoluta. Non esiste ansia a duemilatrentacinque metri di quota.

(Un giorno in cui era brutto tempo e non abbiamo sciato, sono andata a fare quattro passi in paese, conoscendo una barista che prima mi ha scambiato per una del posto chiedendomi se lavorassi lì - ho la faccia da animatrice turistica!? - e poi raccontandomi di essersi sposata "un toscano come te", cioè me. E il caffè, nel suo bar, era pure buono.)

martedì 10 gennaio 2017

La soddisfazione non è il voto, ma mio padre al telefono mi urla “sono proprio orgoglioso di te” con in sottofondo il rumore del porto in cui lavora da sempre tra blocchi, tubi e prodotti vari da caricare e scaricare da navi che puzzano di muffa e lo so bene, perché quando ero bambina quell'odore lo sentivo attaccato ai suoi vestiti quando rientrava a casa.
La soddisfazione non è il voto, ma mia madre che esulta al posto mio per i miei voti mentre io sminuisco con “è stata solo fortuna per la prima domanda e perché so parlare, portando il discorso dove voglio io. Davvero, solo fortuna”.
La soddisfazione non è il voto, ma è sapere di averli fatti contenti, di nuovo.
La soddisfazione, alla fine di una lunga giornata iniziata con la sveglia alle 5:45, con la macchina che, poco meno di un'ora dopo la mia sveglia, decide che col piffero che vado in moto, l'ansia, gli argomenti che non sapevo - e che non erano pochi e, grazie a quale grazia non si sa, non sono minimamente stati sfiorati - e il freddo che m'è entrato nelle ossa aspettando il treno e, poi, l'autobus per tornare a casa è che ancora una volta ho battuto me stessa, il mio non credermi mai all'altezza, il mio non essere mai sicura di niente.

martedì 3 gennaio 2017

3 di 365.

Quest'anno, non ho scritto un post di fine anno, come non ho scritto un post di inizio anno, un po' perché ero via, un po' perché, forse, non avrei saputo cosa scrivere.
Sono cambiata tanto, forse tantissimo, durante l'anno passato. Non so se sia cambiata in meglio o in peggio, ma so di essere cambiata: ho chiuso rapporti per mia volontà, una chiusura l'ho subita, ma sta andando bene; qualche rapporto l'ho ripreso, ho accidentalmente trascurato qualche persona e mi sono promessa di non farlo più. Ho imparato ad accettarmi per come sono, fuori e dentro, è un continuo alti e bassi, ma a fine anno mi sono messa un vestito e sono stata bene con me stessa, anzi, a dirla tutta, quasi quasi mi sentivo bella! Non ho imparato a vincere la mia ansia, ci sono notti in cui mi sveglio tremando, giorni in cui mi sento il petto schiacciare sotto un macigno - come oggi che sono tornata a casa mia dopo qualche giorno da un'amica - ma continuo a lottare a pensare che posso farcela, non ho bisogno di aiuti, posso farcela da sola. Sono testarda, ce l'ho nel sangue di esserlo.
Posso dire di avercela fatta in tanti piccoli successi personali, perché sono riuscita a prendere la tanto agognata patente e, per di più, sono riuscita a prendere confidenza con la mia macchina (anzi, mentre ero via da qua, in vacanza qualche giorno da un'amica, ho comprato un adesivo da attaccare al retro della macchina e, al Disney Store, ho preso uno tsum di Thor da tenere in bella vista in macchina... c'è chi prega i santi, chi gli Avengers!) e, al contrario di quanto pensassi, la sto usando abbastanza. Sto riuscendo ad affrontare l'università, a fare amicizia, a socializzare con le persone, a non preoccuparmi di cosa pensano di me. Sto riuscendo a non farmi fregare dal primo che mi tratta bene - nota bene, è il solito finto uomo che un'estate m'ha baciato per poi dirmi, perché costretto, di essere fidanzato, e che si rifa vivo ogni due per tre - e a non buttarmi giù pensando al passato.
Ogni anno compro una Moleskine nera, la uso per scrivere cose che, a volte, qua non finiscono, purtroppo, nel duemilasedici l'ho usata ben poco, non so perché, ma fatto sta che oggi, tornata a casa da qualche giorno via, avevo ben poco da leggere, però c'è una cosa che mi ha fatto sorridere tanto: la prima pagina la uso sempre per scrivere i miei buoni propositi, quelli che non dico a nessuno per scaramanzia, e quei tre semplici che ho scritto gli ho mantenuti tutti e tre. Sarà poco, ma per me è come aver scalato l'Everest in calzini di Harry Potter (che ho! Me li hanno regalati! Amo le persone che mi conoscono!). Quest'anno c'è un cambiamento: agenda nera, ma non è una Moleskine. E' una semplice agenda nera dal contorno delle pagine blu, chissà che cosa porterà questo cambiamento.
Ho deciso che per il duemiladiciassette voglio continuare su questa strada, voglio continuare a volermi bene, ad essere me stessa, a ridere per motivi stupidi con le amiche, a godermi i momenti, a lottare con la mia ansia, a battermi per i miei obbiettivi. Nonostante il duemilasedici non sia stato un grande anno, ho trovato la mia strada, non è illuminata, non è battuta, non è proprio bella, ma è la mia e la voglio continuare anche se è difficile e, ammettiamolo, a me le cose facili non piacciono neanche tanto.
A te che stai leggendo, in rtiardo, auguro un buon anno fatto di sorrisi veri e pieni di gusto, di quelli che anche se rari, riempiono tanto.

Volevo lasciare un ricordo di me che, oggi, in stazione mi sono messa
a fare la stupida costringendo Amica a farmi una foto.