sabato 17 giugno 2017

My old friend.

16 giugno 2017.

Cara Ansia, my old friend.
Dovrei continuare a studiare, ho un esame tra dieci giorni e ho riscattarono dallo scivolone dell'ultimo esame.
Ultimo esame dove eri lì con me, come sei oggi qui, cone tutte le notti negli ultimi mesi e non te ne vai. Anche ora sei qua, non come un'entità astratta, ma come un blocco di marmo che mi schiaccia il petto, una mano invisibile che sta stringendo la sua presa su cuore e polmoni che fanno fatica a lavorare. Sei un piccolo mostricciatolo che seduto sulla mia spalla mi sussurra negatività che non so più se sono frutti del tuo sacco o se ti limiti a esporre la realtà.
Evito gli inviti, invento scuse per non andare a fare serata con le amiche… soldi, devo studiare, ho gia un impegno, ma la realtà è che ho paura. Paura di te, di me. E se finisse come quella volta in riva al mare, se finisse come quella volta in cui costrinsi tutti a tornare a casa alle 7 di mattina perché sono stata male e ho un vuoto di ore che ho ricostruito solo grazie ad altri? O se invece mi sentissi male come quelle volte a scuola in cui rimanevo lucida mentre mi sembrava di affogare e di non riuscire a uscire dall'acqua per fare entrare aria nei miei polmoni anziché acqua?
Forse dovrei avere il coraggio di dire ad alta voce “ho un problema” e poi “ho bisogno di aiuto, da sola non riesco”, ma io non ce la faccio ad ammettere di avere un problema, di avere bisogno di aiuto, di avere un punto debole. No, non riesco e tu di questo ti nutri diventando più forte giorno dopo giorno.
Com'era prima di te?
Come stavo?
Chi ero?
Chi sono?
Ho la sensazione che tu stia diventando me, che tu stia divorando tutto e che tu stia finendo con il definire chi sono. Non sono più io che ho l'ansia. Sei tu ad avere me.
Io sono la mia ansia.
Ho fame, vorrei una pizza coi funghi anche se fa caldo, ma quando metto il cibo in bocca deglutire fa quasi male, è come se i bocconi fossero troppo grandi sia da masticare che da buttare giù. Allora bevo tanta acqua, tante bevande zuccherate, mi costringo a mangiare a cena e a ogni boccone mi ripeto nella testa “non devi dargliela vinta. Mangia.”.
E’ un combattimento costante, forse è per questo che quasi ogni notte sogno di scontrarmi con un lupo che mi batte sempre. Dimostra di comandare lui.
Comandi tu.
Mi comandi tu.
Ti ho scritto come se fossi una persona, perché oramai sei così presente che non sei più astratta, sei quasi tangibile. Ti ho scritto perché così mi libero di questa morsa al petto e posso tornare a studiare di questo mondo di cui vorrei fare parte, di radio, di comunicazione, di cose belle che tu mi stai rovinando.
Ora respiro meglio rispetto a molte righe fa, scrivere aiuta, ma non è possibile farlo sempre.
Il CD nello stereo è finito, le macchine corrono sul viale e le sento dalla finestra aperta da cui non entra aria. Tutto va avanti, io mi sento impantanata nelle sabbie mobili, se mi agito potrei solo sprofondare più velocemente. Allora mi fermo, cerco di analizzare come uscirne.
Posso tornare a studiare?
A essere me?
A essere libera da te?

martedì 23 maggio 2017

Ho aperto il blog, ho cliccato su "Nuovo post" per scrivere, per vomitare fuori tutto quello che mi gira in testa da stanotte, tutto quel malessere che mi ha fatto evitare accuratamente di fermarmi a sentire un telegiornale, di guardare le news accompagnate da video e audio, ma è dieci minuti che litigo con le parole che faccio uscire. Mi sembrano tutte sbagliate.
La verità è che è da stanotte che mi sento in colpa per tutti i concerti a cui sono andata, per tutte le serate felici, per tutte le lacrime sotto i palchi, per le risate, le notti in cui ho perso la voce, per le persone che ho incontrato e poi perso, per tutte le amiche che ho conosciuto grazie alla musica, grazie a un concerto. Mi sento in colpa perché esattamente un mese prima io ero ad un concerto e ridevo con un'amica sul "quando non puoi andare al coachella, e allora porti il coachella al forum" perché ridevamo facendo le stupide con le coroncine di fiori, con la collana hawaiana presa per un suo amico. Mi sento in colpa perché io da quel concerto sono uscita sudata per aver ballato e la voce un po' ammaccata per cantare, sono uscita viva e sono andata ad una festa. Ho riso, ho fatto tardi e sono rientrata a casa.
Ho visto non so più quanti concerti, visti con mio padre, mia madre, le amiche, da sola. Ho conosciuto persone, alcune perse mentre altre sono miei amiche. Ho vissuto l'ansia del prima, la gioia del durante e la tristezza del dopo. Ho storto la bocca per date troppo lontane, ho esultato per quelle vicine a un prezzo fattibile. Ho macinato chilometri, vissuto disagi per scioperi dei treni, ore di macchina e d'attesa fuori da cancelli chiusi nelle peggiori condizioni meteorologiche. Ho vissuto ogni concerto sentendomi al posto giusto, al sicuro. Erano il mio posto sicuro, la mia fuga da una vita che mi colpiva mentre già ero a terra. Erano un luogo che non era un vero luogo perché ogni volta era diverso, ma quello dove ti senti sicuro, mai da solo anche quando non sei in compagnia. E mi sento in colpa per tutto questo. Mi sento dannatamente in colpa, perché per molti quello sarà stato il primo concerto, quello che io ricordo con la gioia di aver scoperto che nonostante tutto puoi stare bene, mentre per loro sarà un incubo che si ricorderanno sempre. Per altri, è stato il primo concerto e l'ultimo giorno della propria vita.
E' tutto il giorno che leggo cose, parlo con le amiche, mi confronto, so che lo sgomento non è solo mio, che il senso di colpa è condiviso e quella sensazione di "e il prossimo concerto come lo vivremo?" la condivide chiunque viva i concerti come li vivo io. E' tutto il giorno che mi confronto coi pensieri altrui per evitare i miei di pensieri. E' da quando mi sono alzata che leggo di gente che scrive che abbiamo vinto noi perché non rinunceremo a vivere, che non vinceranno perché la paura non ci fermare e forse è vero, forse hanno ragione loro, come forse avevo ragione quando prima ho detto a mia madre "ma' per le statistiche dovrei avere anche paura a mettermi alla guida o a prendere un treno, lo sai?" dopo che ha commentato che non starà più tranquilla a sapermi ad un concerto - lei che a sedici anni mi ha lasciato per un'intera giornata all'Arena Parco Nord per un festival - o forse sbagliavo. Ma che importa?
Non c'è un vincitore, non c'è perché quasi ogni giorno da qualche parte lontano da qua qualcuno muore così e la maggior parte di noi siamo indifferenti. Non ha vinto nessuno, abbiamo perso tutti, perché questi atti di violenza sono solo una sconfitta collettiva.
La verità è che ho scritto perché gli attentati mi feriscono sempre sia che succedano "vicino" sia che succedano "lontano", ma questa volta hanno fatto vacillare l'unica certezza che mi era rimasta: i concerti sono il mio posto sicuro.
E non è più sicuro.

lunedì 24 aprile 2017

"In due è amore, in tre una festa" e in quasi diecimila è "un bel concerto da mitomani" con Lo Stato Sociale.

La prima volta che ho visto Lo Stato Sociale dal vivo era estate, era agosto ed era il 2012 - quanti anni avevo? 18? - e lo ricordo perché era un concerto in spiaggia, a quel festival estivo gratuito che prego ogni anno che riescano a (ri)organizzare ogni anno, perché oltre ad animare questa zona, porta sempre delle gran belle serate - oltre a darmi qualche gioia che porto dentro per anni, come Lo Stato Sociale o i Tre Allegri Ragazzi Morti.
Mi ricordo che, ad andarli a vedere, mi convinse un'amica che, ora, non so neanche se li ascolta più. Io di canzoni ne conoscevo ben poche, ma quelle poche che conoscevano mi piacevano parecchio - cinque anni dopo, Magari non è gay ma aperto è ancora nella top ten delle mie personali preferenza di questa band - e così andai, trascinandomi dietro qualche altro amico che non apprezzando molto la musica che facevano, non mi fece godere il concerto. Non ricordo se mi hanno disturbato la serata o se mi hanno trascinato via, per poi tornare, facendomi perdere qualche canzone, però ricordo che non me lo sono potuto godere e, col senno di poi, dico che mi dispiace. Il 2012 era l'anno di uscita di Turisti Della Democrazia, anno in cui piano piano, grazie soprattutto al web e al passaparola, la band si è fatta conoscere sempre di più, passando da piccole piazze a luoghi sempre più capienti.
Quando nel settembre 2015 andai al concerto della Garrincha a Firenze - concerto a cui andai soprattutto per la band prima di loro mentre due amiche erano lì soprattutto per Lo Stato Sociale - mi ritrovai davanti ad una band cresciuta: prima di tutto, c'era un vero e proprio palco, cosa che non c'era alla prima volta in cui li vidi, le luci erano quelle di un vero concerto, i microfoni erano molto migliori, ma quello che spiccava era che la band aveva preso più confidenza col palco, ma senza perdere quell'aria scanzonata di gente che si diverte, che dice quello che gli passa per la testa non dando peso al fatto che quello che potrebbero dire potrebbe far storcere la bocca a qualcuno. Il pubblico sotto al palco, oltre alla band sopra, era cambiato, perché quello in cui mi ritrovai nel 2015 sapeva tutte le canzoni, le cantava a squarcia gola, pogava, sudava, si divertiva molto di più di quello acerbo e poco informato di tre anni prima. Comunque, anche quel giorno, se qualcuno mi avesse detto cosa sarebbe successo quasi due anni dopo, avrei detto "sì, vabbe, mi prendi per il culo" e, probabilmente, l'avrebbe detto Lo Stato Sociale stesso.
Cosa è successo quasi due anni dopo?
Quasi due anni dopo, sabato 22 aprile 2017 per l'esattezza, Lo Stato Sociale ha riempito con quasi diecimila persone l'Assago Forum. Certo, qualche voce polemica a questa mia cosa potrà pure dire "c'è chi il Forum l'ha riempito" e non sarei stupita di questa affermazione, ma con tutta la calma del mondo potrei pur spiegare che chi c'è riuscito o sono grandi nomi nazionali o lo sono a livello internazionale. Non è proprio il caso de Lo Stato Sociale che, effettivamente, non ha di certo grandi passaggi in radio, non ha grandi supporti mediatici, non ha avuto grandi sponsor per il concerto. Ho seguito questa band per anni, a periodi alterni di entusiasmo estremo a quelli in cui li ascoltavo o leggevo qualcosa su di loro distrattamente, ma praticamente ho vista band almeno una volta in ogni fase della sua evoluzione, da una spiaggia in una provincia dimenticata a al Forum. Quella che ho avuto sabato "davanti" - davanti si fa per dire, per la prima volta ho fatto un concerto dalla piccionaia, anche se questo non ha limitato il mio entusiasmo e delle persone con e intorno a me - era una band evoluta, ma non per questo meno emozionata, meno cazzara, meno libera di parlare. Hanno riempito quasi totalmente il Forum, arrivando per una strada alternativa che non è quella dei talent, dei singoli con grandi passaggi in radio - in cinque anni, credo di aver beccato una sola volta una canzone loro in radio e di radio ne sento diverse - o di grandi major che tirano in mezzo sponsor e quant'altro e questo non lo dico per polemica verso altri, che ognuno fa la strada che vuole e quella che si ritrova davanti, ma perché come hanno sottolineato loro dal palco, c'è sempre una strada alternativa per arrivare a fare quello che si sogna. Sono la solita band di sempre, quella che non si vergogna di dire che "è band antifascista, antisessista, antimilitarista e che prima di ogni tour firma una piccola clausola che dice: ogni volta che vai sul palco devi dire “La Lega fa schifo”.", non limitando neanche le battute contro Salvini che facevano partire grandi boati - e, ho letto di qualcuno che si è risentito di quanto detto, perché la musica dovrebbe essere apolitica... ma hanno comprato il biglietto alla cieca? I figli che hanno accompagnato non li hanno mai fatto sentire qualche pezzo prima del concerto? - e applausi, per confermarsi i soliti di sempre che parlano dicendo quello che vogliono. La scaletta era varia, alternando pezzi del cd uscito a marzo a quelli del passato - per questo posso dichiararmi una persona felice visto che hanno fatto quasi tutte le canzoni che preferisco, compreso Forse più tardi un mango adesso canzone che io ho aggiunto accanto al disegno di un ananas su un banco in università - e nonostante una voce iniziale, una voce femminile, metallica e impersonale, aveva iniziato la serata dicendo "ci scusiamo per la mancanza di scenografie, ma a fare i prezzi bassi non ci sono i soldi per fare le ficate", la scenografia c'era ed era anche efficace al contesto: erano giochi di luci, balletti della band sul palco o video mandati su uno schermo alle loro spalle sul palco. E' stato un concerto che ha fatto pogare la platea, cantare tutto il forum e far ballare le persone anche sul terrazzino della platea C, ma tutte le belle sensazioni di un concerto con una scaletta composta da circa 25 pezzi - di cui una era una cover di Bello Figo suonata al pianoforte da un solitario Lodo - si potrebbero riassumere in Niente Di Speciale, quando il forum è stato illuminato dai cellulari - e da qualche accendino qua e là - mentre la canzone veniva suonata alla pianola.
Nel 2012 ho visto una band acerba, ma con buone qualità.
Nel 2017 ho viso una band cresciuta, evoluta con sonorità varie, testi scanzonati, testi arrabbiati, testi a volte criptici a volte diretti, ma una band con grandi qualità sia su disco sia e soprattutto sul palco, da dove sa coinvolgere, sa far cantare, ballare, sudare, emozionare, ridere e perfino far dire "ora potrei piangere io" (e fidatevi, mi è stato detto).




Siete il più grande si può fare della nostra vita”.
- Lodo.

(uno screen del mio video non rende quanto fosse illuminato il forum)
(si ringrazia l'amica Way per questa foto)




E dopo aver cercato di raccontare con estrema lucidità questo concerto, cosa non proprio da me, volevo spendere due righe per dire quanto sia bello avere accanto qualcuno che ti dà corda quando dici "se noi non possiamo andare al Coachella, portiamo il Coachella da Lo Stato Sociale", che si mette a ballare in piccionaia con te e sa quando dire "questa è la tua canzone". I concerti sono sempre belli, ma quando a fianco avete un'Amica, è meglio.

"Ancora ci si ostina a credere che Milano è una città dove mancano i colori".

Non riesco a capire come mai molte delle persone intorno a me si ostinano a dirmi che “Milano è una città grigia” e, ancora di più, non capisco come non comprendano che non è vero. Io, ogni volta che mi viene detto questo, alzo gli occhi al cielo, perché so che per spiegarlo dovrei potergli far vedere Milano coi miei occhi, farla vivere come la vivo io ogni volta che vado, e forse allora vedrebbero anche loro i colori di Milano.
Milano ha il suo modo di essere colorata, anche se escludessimo il verde degli alberi. E’ colorata a modo suo, forse in modo pacato e non da colori ostentati come l'azzurro del mare in un giorno di sole. Milano ha il suo colore in quella casetta lilla semi nascosta che vedo ogni volta che il mio treno si appresta ad arrivare in stazione centrale, casa lilla che confina con un'altra casa colorata, ma questa è di un celeste scuro bello accesso che non si può non vedere. Milano ha i suoi colori nei cartelloni pubblicitari, nelle grandi insegne sui palazzi - palazzi così alti da ostentare la loro ambizione di voler raggiungere il cielo - e i colori sono anche nelle grandi vetrate che riflettono quello che hanno intorno; ha i suoi colori nei tram, nel giardino verticale, nei murales e in tutte quelle cose che a volte si danno per scontate. Milano ha i suoi colori nelle persone che vanno di fretta - quelle persone che di solito vedo e mi domando “chissà dove vanno così di corsa” -, nei turisti e nei loro diversi dialetti o nelle loro diverse lingue, nella gente di passaggio. Milano ha i suoi colori nella maestosità del Duomo che ti saluta appena esci dalla metropolitana - ed è, ogni volta, uno spettacolo mozzafiato - come li ha nell'oro della Madonnina che brilla nelle giornate di sole e come ha i suoi colori nelle vetrine dei negozi, nelle bandiere degli alberghi e dei consolati. Milano ha i suoi colori nei fiori di un venditore che sta all'angolo di una piazza, uno di quelli che ha il negozio in un baracchino e i fuori ha un sacco di fiori variopinti, uno di quelli che non si vedono quasi più neanche nei piccoli paesi se non fuori dai cimiteri; ha i suoi colori nel bianco, nel nero e nel rosso dei murales ai Giardini delle culture, come ha colore nei bicchieri take away per il caffè.
Milano ostenta tante cose, ma non i suoi colori, che però, invece, sono tanti e belli che neanche riesci a elencarli tutti. Milano i suoi colori se li tiene per sé e per chi li vuole vedere, ma poi ci sono volte che i colori sono impossibili da non vedere, come il tramonto che mi ha accolto alle otto di sera di un giovedì qualunque e che sul balcone di un'amica mi ha tolto il fiato più di ventitré anni di tramonti in riva al mare. E i colori di quel tramonto sono anche quelli che do ai sorrisi delle amiche, delle risate fatte senza preoccuparsi del “sto ridendo troppo per una cosa stupida”; sono i colori che do anche alle persone che non so se rivedrò sia quelle che incontri per caso e per qualche ragione ti fanno sorridere sia quelle con cui spendi qualche ora del tuo tempo. Sono i colori che do ai concerti, alle bevute in compagnia, alle sigarette fumate a tarda serata al freddo, ai tè bevuti in tazze belle, alla metropolitana sbagliata, sono quei colori che Milano mi regala e che si rispecchiano nei miei sorrisi, nelle mie giornate spensierate in cui non devo più preoccuparmi di limitare me stessa, ma anzi posato esserlo a piena e, soprattutto, si riflettono in quella tranquillità che mi dona ogni volta, anche quando il periodo non è dei migliori per nessuno. Milano è piena di colori, ma bisogna saperli vedere.


Se Milano mi accoglie così, io come faccio a non esserne innamorata?

"se la Madonnina muore nasce un fiore"
Giardini delle culture.


lunedì 3 aprile 2017

Lunedì ho un esame, non sono minimamente preparata.
Questo semestre sto facendo fatica ad andare a lezione, perché ci sono mattine che l'ansia mi schiaccia così tanto che non ho né la voglia né la forza di alzarmi da letto.
Ci sono un po' di cose che non vanno bene, che mi preoccupano, ma mi sento in un equilibrio così precario che anche solo scriverne potrebbe farmi crollare in mille pezzi.
Sento che sto cadendo in uno dei miei periodi di chiusura, che alzo i muri, tengo tutti fuori, allontano tutti. E ho paura che questa volta non sarò poi in grado di far ri-avvicinare le persone.
Sono stressata, sono stanca. Vorrei solo risvegliarmi tra vent'anni.

venerdì 10 marzo 2017

"Il meglio arriverà".

Se non fosse stato per i ricordi di Facebook non avrei mai realizzato che un anno fa stavo per andarmi a tatuare per la seconda volta, perché questo tatuaggio è come se ci fosse da sempre.
C'è da quando una me che stento a riconoscere ascoltò una canzone per la prima volta e si ritrovò a piangere, perché c'erano tutti i suoi ricordi, tutto quello che era stato, tutto quello che era e tutto quello che sarebbe stato. E' diventata subito la canzone, quella che ascolto nei momenti in cui sento che sto per mollare, ma anche quella che ascolto quando devo caricarmi prima di qualcosa che mi sembra impossibile affrontare; è la canzone che mi ricordano gli altri quando si accorgono che sto crollando.
Un anno fa, su un treno che mi riportava a casa dall'università, decisi che era arrivato il momento di tatuarla, di rendere reale un legame che c'era sempre stato e, nel giro di due mesi, era scritto in nero inchiostro su pelle bianca. Indelebile.
Non è una promessa, non è una dedica a qualcuno, non è un ricordo. E' un promemoria a me stessa da me stessa. E' dirmi ogni giorno "okay, è arrivata un'altra botta, ma ricorda le cose belle, ricorda casa, ricorda di quando eri bambina, ricorda che hai perso il conto delle botte, ma ti sei sempre rialzata. Ti sei rialzata tu, si è rialzata la tua famiglia, quindi lotta che il meglio arriva o te lo vai a prendere che sei troppo cocciuta per mollare.".
Può un tatuaggio cambiarti? Non lo so, ma con me l'ha fatto. Nell'ultimo anno sono diventata più forte, più combattiva e so che questo promemoria mi sprona ogni giorno, mi spronerà sempre.
Per quello che è stato, per quello che è e per quello che sarà.
Sono grata ai Finley per un'infinità di cose, per un'infinità di persone che hanno portato nella mia vita, ma non sarò mai grata come lo sono per questa canzone.


venerdì 3 marzo 2017

"So before I save someone else, I’ve got to save myself".

"I gave all my oxygen to people that could breath
[...]
I drove miles and miles, but would you do the same for me?
Oh, honestly
Offered off my shoulder just for you to cry again
[...]
They gave me the heartache and in return I gave a wing
Its goes on and on and on


Life can get you down so I just numb the way it feels

I drown it with a drink and out of date prescription pills
And all the ones that love me they just left me on the shelf
My farewell
So before I save someone else, I’ve got to save myself

I gave you all my energy and I took away your pain
‘cause human beings are destined to radiate or dream
What line do we stand upon ’cause from here looks the same?
And only scars remain


[...]

But if don’t Then I’ll go back
To where I’m rescuing a stranger


Just because they needed saving just like that

Oh, I’m here again
Between the devil and the danger
But I guess it’s just my nature


[...]"


Avrei tante cose da dire su questa canzone, dal fatto che mi ricorda tutti gli sforzi che ho fatto per aiutare gli altri per ritrovarmi poi a domandarmi "ma perché? Dove erano loro quando io avevo bisogno?", perché la frase "so before I save someone else, I've got to save myself" si sposa perfettamente con una cosa che mi hanno detto giusto ieri, come avrei da dire mille altre cose, ma Save Myself di Ed Sheeran parla per me, in ogni singola parola, e io la sto ascoltando in loop pensando a quanto vorrei saper piangere per buttare fuori tutte le cose negative.

domenica 26 febbraio 2017

E mentre passa già la prima metro sotto il pavimento, sopra ci sei te e tutta Milano intorno.

In un periodo della mia vita che oscilla tra giornate in cui vorrei limitare i contatti umani, giornate in cui mi armo di sorrisi e allegria per stare vicina a mille persone diverse (non che mi pesi, in realtà) e giornate dove sto ok, giovedì mi sono convinta che dovevo uscire, perché oramai quasi tutti i miei jeans stavano andando a farsi fottere. Così, controvoglia più di quanto chiunque abbia immaginato, ho preso la macchina (da sola) per andare a fare shopping (da sola) a cercare dei vestiti (da sola). Sono tutte cose che a molte delle persone che conosco piacciono, io le odio. Guidare, per quanto ultimamente lo faccio piuttosto spesso, mi fa ancora paura, roba che quando sono in macchina da sola e devo mettere in moto faccio prima dei grossi respiri, fare shopping per cercare vestiti mi mette a disagio, perché mi mette davanti a quella che sono fuori. Mille sforzi, mille lotte, ma io sono ancora quella che quando si guarda allo specchio avrebbe voglia di prendere il primo oggetto pesante a portata di mano per lanciarlo contro il vetro mandandolo in frantumi insieme all'immagine. Sto imparando ad accettarmi, a convivere con il mio fisico, ma fare shopping per me è tutto tranne che un momento rilassante: vedo qualcosa, mi piace, poi lo guardo meglio e capisco che non solo non mi starebbe bene, ma non mi farebbe sentire a mio agio, così mi nascondo dietro a "non saprei quando usarlo" quando si parli di vestiti, a "ma dove ci vado poi!?" quando qualcosa è diverso da quello che indosso di solito, perché ho trovato il mio stile, il modo in cui con me stessa convivo bene e con cui, ogni tanto, penso "ah, oggi non sono poi così male!". Giovedì, però, ero in questo vasto negozio e, dopo pochi passi, ho notato una gonna semplice, nera, né troppo corta né troppo lunga, l'ho guardata e ho pensato "ma dove ci vai, Mara?" e non l'ho neanche guardata bene, andando a cercare un paio di jeans che mi piacessero, mi stessero e mi piacessero addosso. Non è stato facile, le taglie dei vestiti per chi non si è insicuro, certe volte, sono devastanti peggio di una critica, perché la taglia è tangibile, è dire "sei tanto così" e, nonostante sappia di non essere un numero o una lettera, fa male sapere che "tanto così" non è proprio poco. Ho trovato dei jeans, ne ho provati diverse paia evitando di pensare che per alcuni la mia taglia non c'era, era finita, ma continuavo a pensare a quella gonna e sarà stato che era da sola, ma io l'ho presa e l'ho provata. Ho tentato di mandare una foto ad un'amica nel camerino, più per dire "guarda! Ho fatto un passo!" che per volere davvero un parere su come mi stesse, e davanti alla mia immagine riflessa che quel giorno odiavo particolarmente perché metà dei jeans che avevo visto erano in taglie che non mi sarebbero entrate neanche cucendo due gambe insieme facendomi sentire (di nuovo) sbagliata, ho pensato "sai che c'è!? A me piace, mi piace come mi sta. La prendo". E l'ho presa. Nessuno sa cosa ha significato per me comprare quella gonna, pensare a cosa abbinarla, a nessuno ho detto "questa gonna è una vittoria per me". A nessuno, perché a tutti ho detto "mi piaceva e l'ho presa, non è elegante, la posso abbinare anche a cose più da me", ho tenuto per me cosa volesse dire e, ora, sto cercando di convincermi che, prima o poi, dovrò metterla.
Venerdì mattina Milano mi aspettava e siccome avevo una proclamazione di laurea poco meno di un'ora dopo il mio arrivo in Centrale, sono partita già vestita per la laurea, questo voleva dire partire già con il vestito addosso. Io con un vestito. Io che con suddetto vestito faccio un viaggio in treno, cammino per le strade di una città, mi perdo per l'università, e per giorni sono stata in panico per questo, avevo voglia di sedermi in un angolo buio per la paura di dover uscire con un vestito, ma mi sono ripetuta "la tua amica si laurea. La tua amica di cui sei fiera da morire si laurea e tu vuoi andarci in jeans? Vuoi andarci senza essere adatta alla situazione? Col piffero, tira fuori le palle". E le ho tirare fuori. Sono andata in giro, le prime ore ero a disagio, mi sentivo osservata, giudicata, a muovermi in treno avevo voglia di sotterrarmi, poi la paura è passata e, sapete una cosa? Sono sopravvissuta godendomi il momento di gloria di un'amica con tutta la gioia di cui ero capace.
E sono sopravvissuta così tanto che ogni tanto ieri e oggi ci ripensavo tra me e me dicendomi "toh, guarda che hai fatto. Chi l'avrebbe detto, anche solo un anno fa, che saresti andata in giro per Milano con un vestito?".
Ieri ero ancora a Milano, mi sono buttata nel caos del sabato di Piazza Duomo durante la fashion week e, per la prima volta dopo non so più quanto tempo, io stavo bene. Ero in mezzo alle persone, a tante persone, e non mi sentivo in trappola come invece spesso mi capita quando sono a "casa", dove la tranquillità oscilla tra essere una parentesi riferita a poche ore in qualche posto che considero "sicuro" con persone che mi conosco abbastanza da saper leggere le mie espressioni o una maschera che uso per non far preoccupare nessuno (sia mai che io, orgogliosa come sono, ammetta di avere dei problemi a stare in mezzo alle persone, che ultimamente basta che siano due e io mi senta a disagio), ma invece a Milano stavo bene, ma bene davvero. Non avevo l'ansia a camminare tra la folla, non mi sentivo sbagliata in nessuno dei modi in cui mi sono sempre sentita qua. Ero libera, da cosa? Da me stessa, dalle mie ansia, dalle mie insicure, dai giudizi che mi hanno segnato per tutta l'adolescenza. Ed è stata un'avventura.
Ho trovato una statua di Francesco Hayez, sono entrata nel cortile della Pinacoteca di Brera, ho camminato sotto gli ombrelli con le copertine di Elle - disposti sopra una via a festeggiare i trent'anni della celebre rivista di moda - e mi sono fatta fotografare di spalle da un'amica, io piccola piccola sotto quel mare di colori. Io e la mia amica abbiamo fatto l'aperitivo in un localino nel quadrilatero della moda finendo per fare amicizia con due ragazze norvegesi con cui poi siamo andate a bere in un'altra parte di Milano, parlando in un inglese zoppicante - Odino benedetto, perché devo capirlo meglio di quanto riuscirò mai a parlarlo? - con cui però riuscivamo a capirci e a ridere un sacco. Erano così simpatiche che io e Amica volevamo adottarle. Davvero. "Come to Oslo!" mi ha quasi sciolto per come ce l'hanno detto.
Stasera sono tornata a casa e, per quanto sorridente e gioiosa dopo questi tre giorni altro, è tornato tutto come prima. Sono di nuovo chiusa in camera mia con la copertina degli Avengers sulle spalle, copertina che oramai è la mia copertina di Linus, a cercare di non pensare che mercoledì inizia marzo e non ho più scuse per non andare a Pisa, per non stare in mezzo alla gente. Certo, ora so che potrò andarci pensando ai momenti belli quando starò pensando "ma perché sono uscita di casa stamani?", che da qualche parte neanche tanto lontano c'è un posto che mi fa stare bene, che per un po' mi fa dimenticare le lotte che faccio contro me stessa ogni santo giorno per essere sempre all'altezza delle mie stesse aspettative, per essere sempre quella che vorrei essere, ma che forse non sono; è rassicurante sapere che, da qualche parte, c'è un posto che ha persone che ti permettono per ventiquattro ore continue di dimenticarti completamente delle cose che non vuoi affrontare, è come se quelle che qua sono parentesi, là fossero quotidianità.
E' bello sentirsi bene:
Ora, però, guardo la valigia e sento già la mancanza delle persone che conosco, della città. Mi aggrappo alle piccole gioie di "casa", dei progetti per i prossimi giorni, ma la malinconia c'è.

In lontananza, si vede anche il Duomo di cui, davvero, sono incondizionatamente innamorata.

domenica 12 febbraio 2017

"Sorridi e non ti importa niente, niente."

E' da quando sono entrata nell'adolescenza che lotto con me stessa sia per accettarmi per come sono sia per volermi bene, per vedermi bella come sono, mi ci sono voluti quasi dieci anni per fare qualche passo, ma pian piano qualcosa si smuove. Nell'ultimo anno, forse ultimo anno è mezzo, io di passi ne ho fatti tanti, perché me ne rendo conto da sola che sono diventata più sicura, che ci sono non solo giornate, ma periodi in cui non odio l'immagine nello specchio, soprattutto mi rendo conto che ogni cosa che faccio, la faccio perché fa stare bene me, non per gli altri. E vivo bene. Benissimo.
A Sanremo c'era questa canzone - che per me non doveva arrivare quinta, ma questa è un'altra storia - e mentre qua tutti esultano per un "compaesano", io continuo ad ascoltare e riascoltarla, perché mi dà tutta la forza che avrei voluto da adolescente, che avrei voluto nei momenti no.

"E dentro hai una confusione
hai messo tutto in discussione
sorridi e non ti importa niente, niente
[...]
se anche il cuore richiede attenzione
tu fatti del bene
tu fatti bella per te
[...]
E sei più bella quando sei davvero tu
e sei più bella quando non ci pensi più"

lunedì 6 febbraio 2017

"Zio posso abbracciarti? E' una vita che ti ascolto."

Sono nata nel novantaquattro, ma ho un cugino più grande che non ho mai capito che genere ascolti, però quando ero piccola gli stavo spesso tra i piedi e così ho finito per assorbire 883 e, soprattutto, gli Articolo 31.
Già, tra tutto il rock che in adolescenza ho scoperto, gli Articolo 31 e poi J-Ax da solo sono rimasti un pilastro del mio modo d'essere, mi hanno accompagnata nei momenti di allegria e in quelli in cui la musica era la compagnia della mia rabbia, il modo di coprire i miei che litigavano (non a caso, una parte di A pugni col mondo, non riesco tutt'ora ad ascoltarla senza avere gli occhi che pizzicano) o era un modo per non sentirmi sola, diversa, quella bistratta per come vestiva, per come portava i capelli, per i suoi gusti, i suoi hobby o per le sue idee. La musica di J-Ax, per quanto io a volte non condivida sempre le sue idee, è stata, per me figlia unica con il sogno di non esserlo, un po' come i consigli di un fratello maggiore che non avevo (tutt'ora, quando metto in dubbio il mio modo di pormi alla vita ho bisogno di sentire I consigli di un pirla per ricordarmi che non voglio diventare un fantoccio, che mi piace essere quella che se gli dicono di alzarsi, lei si siede e incrocia le braccia). Nonostante le critiche, a me l'accoppiata con Fedez non dispiace neanche, se andiamo oltre ai soliti singoli che si fanno per essere mandati in radio (voglio dire, da solo ha fatto Maria Salvador che ha fatto parlare tutti, ma Oi Maria non era da meno, via), ma la verità è che Fedez in sé non mi dispiace, non rientra in una top quindici dei miei gusti personali, ma io di criticarlo proprio non me la sento. Fatto sta che, ieri, cd alla mano mi sono armata di pazienza e circondata da bambini e bambine quasi tutte lì per Fedez, mi sono fatta ore di coda per andarmi a fare firmare Comunisti col rolex da un giovane tatuato poco più grande di me e di un signore a cui praticamente devo un po' più che grazie. Arrivata sul palco avrei voluto dire chissà che, ma il tempo era poco e mi sono limitata ad un "zio posso abbracciarti? E' una vita che ti ascolto", titubante e un po' in imbarazzo, ma lui ha sorriso rispondendomi "certamente" allargando le braccia. In quel momento, dentro di me, c'era una bambina chiusa in camera con il suo primo MP3 che cantava le sue canzoni con le lacrime agli occhi nei momenti di sconforto che ha sorriso, come ho sorriso io.
Nell'album c'è una canzone che si intitola Musica del cazzo ed è una delle tre canzoni in cui, volente o no, mi ci ritrovo e neanche poco, ma non solo perché cita praticamente buona parte della mia playlist musicale di Spotify - mancano giusto Patty Smith e David Bowie, poi eravamo al completo - ma il ritorno dice una cosa - "E' solo musica del cazzo /però a me mi ha dato coraggio / di non subire come un babbo dal governo e da una ex E' solo musica del cazzo / però a me mi ha dato coraggio / lo so che non curerà il cancro /però so che ha salvato me"  - ed è forse la spiegazione migliore di quello che ha fatto la musica, non solo quella di chi la canta, per me. Mi ha cresciuta, mi ha salvato e mi ha aiutato a formarmi una testa che, per quanto sia spesso una testa di cazzo, è abbastanza aperta da non giudicare mai, da non accettare tutto stando zitta e muta. E' bello avere una canzone con cui poterlo dire.

(E ora torno al mio binge watching di sequenze di film muti per l'esame di cinema, se sopravvivo, domani dopo l'esame mi metto a ballare in stazione, giuro.)

venerdì 27 gennaio 2017

Duemilatrentacinque metri.


Fino a ieri ero qua su, a duemilatrentacinque metri sul livello del mare. Questo posto lo raggiungo ogni anno dal millenovecentonovantasei, anno in cui sono datate le mie prime foto sulla neve (e si potrebbe dire pure tra la neve, visto che esiste una foto di me che spunto da un buco in un monte di neve). Sono ventuno anni che in questo periodo dell'anno faccio quattro ore di macchina tra autostrada e strade montane per andare in quel residence che, oramai, conosco meglio di casa mia. Ho mancato solo un anno, l'anno scorso, perché con gli esami non riuscivo proprio ad organizzarmi, a differenza di quest'anno in cui almeno sei giorni dei dieci per cui abbiamo la disponibilità dell'appartamento, sono riuscita a ritagliarli.
Tra quelle montagne ne ho viste succedere tante, ho realizzato lì che i miei stavano proprio per lasciarsi del tutto - il primo anno che mamma non è salita con me e papà - ed è anche lì che sono caduta rompendomi una gamba e ritrovandomi costretta a una operazione e sei mesi di ferri e riabilitazione. Quella caduta, però, non ha segnato la fine del mio amore per la montagna o la mia voglia di sciare - anche se il ginocchio, ogni tanto fa un po' troppo male per scendere da una pista all'altra con tranquillità - perché, stupendo tutti e in primis me stessa, l'anno dopo ho messo nuovamente gli scarponi ai piedi e sono tornata a sciare, le prime piste, come faccio da sei anni a questa parte, le ho fatte a fiato sospeso, con la paura di cadere nuovamente, ma poi la paura passa e c'è solo il senso d'assoluta libertà, il vento dato, a volte, dalla velocità che ti sferza le guance arrossandole prima del sole e la calma assoluta. Non esiste ansia a duemilatrentacinque metri di quota.

(Un giorno in cui era brutto tempo e non abbiamo sciato, sono andata a fare quattro passi in paese, conoscendo una barista che prima mi ha scambiato per una del posto chiedendomi se lavorassi lì - ho la faccia da animatrice turistica!? - e poi raccontandomi di essersi sposata "un toscano come te", cioè me. E il caffè, nel suo bar, era pure buono.)

martedì 10 gennaio 2017

La soddisfazione non è il voto, ma mio padre al telefono mi urla “sono proprio orgoglioso di te” con in sottofondo il rumore del porto in cui lavora da sempre tra blocchi, tubi e prodotti vari da caricare e scaricare da navi che puzzano di muffa e lo so bene, perché quando ero bambina quell'odore lo sentivo attaccato ai suoi vestiti quando rientrava a casa.
La soddisfazione non è il voto, ma mia madre che esulta al posto mio per i miei voti mentre io sminuisco con “è stata solo fortuna per la prima domanda e perché so parlare, portando il discorso dove voglio io. Davvero, solo fortuna”.
La soddisfazione non è il voto, ma è sapere di averli fatti contenti, di nuovo.
La soddisfazione, alla fine di una lunga giornata iniziata con la sveglia alle 5:45, con la macchina che, poco meno di un'ora dopo la mia sveglia, decide che col piffero che vado in moto, l'ansia, gli argomenti che non sapevo - e che non erano pochi e, grazie a quale grazia non si sa, non sono minimamente stati sfiorati - e il freddo che m'è entrato nelle ossa aspettando il treno e, poi, l'autobus per tornare a casa è che ancora una volta ho battuto me stessa, il mio non credermi mai all'altezza, il mio non essere mai sicura di niente.

martedì 3 gennaio 2017

3 di 365.

Quest'anno, non ho scritto un post di fine anno, come non ho scritto un post di inizio anno, un po' perché ero via, un po' perché, forse, non avrei saputo cosa scrivere.
Sono cambiata tanto, forse tantissimo, durante l'anno passato. Non so se sia cambiata in meglio o in peggio, ma so di essere cambiata: ho chiuso rapporti per mia volontà, una chiusura l'ho subita, ma sta andando bene; qualche rapporto l'ho ripreso, ho accidentalmente trascurato qualche persona e mi sono promessa di non farlo più. Ho imparato ad accettarmi per come sono, fuori e dentro, è un continuo alti e bassi, ma a fine anno mi sono messa un vestito e sono stata bene con me stessa, anzi, a dirla tutta, quasi quasi mi sentivo bella! Non ho imparato a vincere la mia ansia, ci sono notti in cui mi sveglio tremando, giorni in cui mi sento il petto schiacciare sotto un macigno - come oggi che sono tornata a casa mia dopo qualche giorno da un'amica - ma continuo a lottare a pensare che posso farcela, non ho bisogno di aiuti, posso farcela da sola. Sono testarda, ce l'ho nel sangue di esserlo.
Posso dire di avercela fatta in tanti piccoli successi personali, perché sono riuscita a prendere la tanto agognata patente e, per di più, sono riuscita a prendere confidenza con la mia macchina (anzi, mentre ero via da qua, in vacanza qualche giorno da un'amica, ho comprato un adesivo da attaccare al retro della macchina e, al Disney Store, ho preso uno tsum di Thor da tenere in bella vista in macchina... c'è chi prega i santi, chi gli Avengers!) e, al contrario di quanto pensassi, la sto usando abbastanza. Sto riuscendo ad affrontare l'università, a fare amicizia, a socializzare con le persone, a non preoccuparmi di cosa pensano di me. Sto riuscendo a non farmi fregare dal primo che mi tratta bene - nota bene, è il solito finto uomo che un'estate m'ha baciato per poi dirmi, perché costretto, di essere fidanzato, e che si rifa vivo ogni due per tre - e a non buttarmi giù pensando al passato.
Ogni anno compro una Moleskine nera, la uso per scrivere cose che, a volte, qua non finiscono, purtroppo, nel duemilasedici l'ho usata ben poco, non so perché, ma fatto sta che oggi, tornata a casa da qualche giorno via, avevo ben poco da leggere, però c'è una cosa che mi ha fatto sorridere tanto: la prima pagina la uso sempre per scrivere i miei buoni propositi, quelli che non dico a nessuno per scaramanzia, e quei tre semplici che ho scritto gli ho mantenuti tutti e tre. Sarà poco, ma per me è come aver scalato l'Everest in calzini di Harry Potter (che ho! Me li hanno regalati! Amo le persone che mi conoscono!). Quest'anno c'è un cambiamento: agenda nera, ma non è una Moleskine. E' una semplice agenda nera dal contorno delle pagine blu, chissà che cosa porterà questo cambiamento.
Ho deciso che per il duemiladiciassette voglio continuare su questa strada, voglio continuare a volermi bene, ad essere me stessa, a ridere per motivi stupidi con le amiche, a godermi i momenti, a lottare con la mia ansia, a battermi per i miei obbiettivi. Nonostante il duemilasedici non sia stato un grande anno, ho trovato la mia strada, non è illuminata, non è battuta, non è proprio bella, ma è la mia e la voglio continuare anche se è difficile e, ammettiamolo, a me le cose facili non piacciono neanche tanto.
A te che stai leggendo, in rtiardo, auguro un buon anno fatto di sorrisi veri e pieni di gusto, di quelli che anche se rari, riempiono tanto.

Volevo lasciare un ricordo di me che, oggi, in stazione mi sono messa
a fare la stupida costringendo Amica a farmi una foto.