lunedì 29 dicembre 2014


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Da una parte c'è quello che è stato, dall'altra quel che sarà.

venerdì 26 dicembre 2014

E' Natale nelle piccole cose.

Per me il Natale non esiste, è solo un periodo dell'anno fatto per ricordarmi di essere figlia di genitori separati che si odiano e non ci può essere un rapporto civile neanche per tre giorni l'anno, o almeno lo vedo così fino a che non mi ritrovo tra le braccia di una zia che, purtroppo, vedo una volta all'anno e che mi ricorda quanto in quella scritta che porto sulla scapola destra ci sia anche lei.
La penso così fino a che una cugina di cinque anni e mezzo non mi si butta addosso per abbracciarmi e riempirmi la guancia di baci prima di andare via facendomi cadere ripetutamente interra ridendo.
Forse non è il Natale che vivevo quando avevo la sua età, ma nelle piccole cose ritrovo quella piccola grande gioia di quando si è bambini.

martedì 23 dicembre 2014

"E se ti va, potresti abbracciarmi"

Presente quei film americani per adolescenti dove il protagonista vede la persona che ha per la testa e tutto quello che c'è intorno diventa solo rumore bianco? Vedere te è stato esattamente così.
Cosa stavano dicendo le ragazze che erano con me? Quali rumori c'erano per strada? e di canzoni di Natale in diffusione dai negozi c'era qualcosa?
Non riesco a ricordare, non ricordo neanche la tua voce che dice "ciao", mi torna in mente solo il rumore sordo del cuore che non ha corso ai duecentoventi, ma si è fermato di colpo, ha inchiodato ancora prima che le sinapsi del mio cervello capissero che quel ragazzo dal giacchetto azzurro e il cappello rosso (Dio, mi sto trattenendo dallo scriverti "quei colori insieme no!") eri tu. Tutto il corpo l'ha capito prima della razionalità.
"Ha abbassato lo sguardo" ha detto di te la mia amica, di me ha detto che ero rossa e sorridevo, e che qualcosa vorrà pur dire, ma è vero? Non che hai abbassato lo sguardo, quello l'ho visto, ma che vuol dire qualcosa intendo.
E' un loop continuo quel momento, lo è il sorriso sul tuo viso (il fatto che hai sorriso quando mi hai visto è una mia stupida speranza ed il sorriso in realtà era già lì?) che è mille volte meglio delle luci di Natale e di tutte queste decorazioni che una signora in autobus ha definito "belle".
C'è una canzone de L'orso che dice "e se ti va, potresti abbracciarmi" e porcogiudacristocane non riesco a pensarla separata dal tuo sorriso con le fossette.
"A lei piace, ma finge di no perché ha paura di perderlo come amico". Ha torto. Ha ragione. Non lo so più. Stamani eri mio "fratello", quell'amico che vorrei felice fosse anche con la ragazzina dai capelli rossi, ora sei quel sorriso che vorrei poter baciare.

(E non capisco perché di te finisco sempre a scrivere in seconda persona come se tu potessi leggere anche questo, ma questo non lo leggerai mai, non lo saprai mai).

Oggi è un giorno buono.

E' il primo giorno di vacanza, mi sto preparando per uscire con tutta la calma del mondo di chi, per una volta, è in perfetto orario, lo specchio oggi non è il mio peggior nemico e la giornata promette sorrisi.
Oggi è un giorno buono.

sabato 20 dicembre 2014

La doppia faccia di una perdita.

"Però ti sei anche resa conto che da quando non esci più con lei, stai meglio"

(Ed io che, a volte, ancora ci penso che vorrei tornare indietro e aggiustare quell'amicizia unidirezionale che solo in certe giornate di sole mi manca un po', quando mi sento dire così che è come dire "io me ne sono accorto da un po', manchi solo tu a capirlo", mi rendo conto di quanto ogni perdita abbia due facce. Una triste, di dolore, di malinconia e rimorsi, di voglia di tornare indietro e poi c'è l'altra faccia, quella dello stare bene, del sorridere, di scegliere di mettere prima gli altri senza dover essere costrette a farlo. Certe perdite coincidono con delle conquiste).

mercoledì 17 dicembre 2014

Home is a place in my heart.


Firenze l’è piccina e l’è anche casa mia,
ce l’ho sempre davanti anche quando vado via.
Firenze non cambiare che dopo non ci piaci,
rimani piccolina noi ti si porta i baci
Non necessariamente devi vivere o aver vissuto in un posto per considerarlo casa. Secondo alcuni casa è, banalmente, “dov’è il tuo cuore”. Altrettanto banalmente, per me casa è quel posto che ti porti nel cuore, che è diverso dal dire “dove si trova il tuo cuore”, perché potrei anche dimenticarcelo per sbaglio da qualche parte, mentre mettere un posto nel proprio cuore, costruirli un suo spazio, è una scelta. Casa è, per me, quel posto che mi permette di sorridere con poco, nonostante io mi trovi lì con la scuola e classe mia sa solo combinare casini, è dove ho qualcuno che mi accoglie a braccia aperte. Casa è, per me, quel posto che nonostante io non c’abbia mai abitato, abbia in sé buona parte delle mie radici, ma anche ricordi, belli ma anche meno belli. Casa non è per me quel posto “dov’è il mio cuore”, casa è quel posto che anche se non vedo da tempo, il giorno in cui ci rimetto piede non mi farà mai sentire un estranea, perché riconoscerò sempre il suo aspetto, quell’aria diversa che solo lì trovi, quell’accento che in autobus tentavano tutti di imitare, ma nessuno ci riesce. Casa è per me Firenze che ogni volta sa sempre abbracciarmi in un abbraccio calco anche quando la temperatura è bassa e gelano le mani.

domenica 14 dicembre 2014

Trecentosessantatré.

Un anno fa, anzi trecentosessantatré giorni fa si avviava a spaccarmi il cuore come nessun'altro prima di lui.
Trecentosessantatré giorni dopo, quel taglio sul cuore me lo sono ricucita da sola, lui ha cucito tutti gli altri e non m'importa se quella cicatrice a volte mi dà ancora fastidio. E' guarita, lui è rimasto nella mia vita in modo diverso e inaspettatamente fondamentale mentre io sorrido, perché nonostante tutto, sono fortunata.

domenica 7 dicembre 2014

Un mare di guai, un bel mare di guai.

E' quasi una settimana che cerco di evitate di scrivere quello che ho per la testa, che mi sta facendo uscire scema, perché se una cosa la pensi, se la dici ad alta c'è, ma non è tangibile, però se la scrivi è tangibile, reale, inevitabile.
"L'amore non c'è, non ti interessa nessuno, ma sei divisa tra due persone".
Sento ancora la professore di psicologia che parla mentre mi osserva, sento ancora i commenti delle compagne di classe farsi lontani mentre dentro sento un boato simile a quello che sentii anni fa quando il ponte crollò. Era una verità che avevo tenuto nascosta a tutti, compresa me stessa. Forse, qualcuno l'aveva intravista attraverso le crepe dei miei muri, ma io no, avevo chiuso gli occhi e non vedevo niente, neanche le ombre.
Ora, le ombre, mi stanno inghiottendo.
Se avesse ragione quell'amica che mi dice che "ti convinci di vederlo così per non star male" ed ho torto io a essere convinta delle cose, nel dire "ogni tanto ci penso che le cose potevano essere diverse, ma solo perché è passato un anno esatto da quando le cose promettevano di essere diverse"?
Se l'altro, anche se non lo penso tutti i giorni, anche se non lo sento e non lo vedo da troppo, me lo portassi dentro, in quei posti che ho sfiorato sulla sua schiena? Se io provassi davvero "qualcosa di più", perché mi "piacciono aspetti diversi di uno e dell'altro"? Cosa dovrei fare?
Per uno tremo, tremo quando lo intravedo da lontano, tremo così tanto da cambiare strada per non incrociarlo, per non tremare come la California.
Per l'altro... per l'altro scalerei le montagne, supererei la distanza come ho superato l'odio per il contatto fisico finendo a fargli i grattini standogli abbracciata ad ogni occasione, come ho pedalato sotto il sole solo perché lui mi aveva chiesto di andare.
Per uno ho affrontato un salto, mi sono rotta qualche osso, ma son guarita, c'è voluto tempo, ma sono guarita e credevo di stare bene prima che dicessero determinate cose.
Per l'altro faccio finta di non ricordare ogni minimo dettaglio, di non pensarlo quando l'ansia si mangia il mio ossigeno.
Cosa dovrei fare se quella professoressa tanto geniale avesse ragione, se fossi divisa tra due persone che in me non vedono lo stesso? Cosa dovrei fare per tornare a non sentire, a non pensare che forse ha ragione ed io sto come ha detto lei?
Vorrei silenzio, quiete, com'era prima, quando ero bendata e le cose le vedevano solo gli altri, perché tornare ad aver bisogno di chi non sente lo stesso fa male, male da far mancare l'aria.

domenica 16 novembre 2014

Ciao, è un giorno scuro e mi manchi parecchio.

Vorrei parlarti, lo vorrei così tanto che ho iniziato a scriverti come se tu potessi leggere, come se queste cose te le stessi dicendo e la cosa buffa è che se ora tu mi scrivessi, queste cose te le direi davvero, perché con te oramai non ho paura. Sì, forse ho qualche paranoia di troppo, ma se ti scrivo qualcosa lo faccio in maniera totale che tanto tu non giudichi, tu capisci.
Mi mancano i tuoi messaggi in piena notte, le nostre confessioni serie, i messaggi senza senso sulle cose più disparate e le dichiarazioni d'affetto quasi dal nulla. Mi manchi così tanto che inizio a finire in paranoia, soprattutto di notte quanto sono più abituata a "vederti" spuntare a scrivermi di sentire una canzone con cui ti sei fissato. In quei momenti mi chiedo se è davvero internet il problema o se sono io, se ti sei studato di avermi come amica. Se così fosse, io come farei? Io che di te ho così tanto bisogno da sentirmi persa, intrappolata in una pozza di catrame ce mi sta lentamente ingoiando, come farei se te ne andassi davvero? Se stato l'unico a cui ho permesso di starmi vicino in questi mesi, quindi so con assoluta certezza che ne uscirei menomata.
So che dovrei fidarmi, che tu hai sempre lottato per la mia fiducia, per farmi capire che tu non te ne andrai, che non vuoi andartene, ma le mie paranoie sono così forti che in questi giorni vincono su di me, su di te, sulla nostra amicizia.
(dove sei?)
Avrei così tante cose da raccontarti, così tante cose su cui vorrei una tua rassicurazione, ma più di tutto vorrei sapere che stai been, che non è come l'ultima volta che non ci siamo sentiti che ti hanno spezzato quel cuore enorme e bello che hai, perché non sopporterei di saperti ferito e di non esserti vicino.
Ti vorrei così tanto parlare che scrivo cose senza senso, perché ho troppe  cose per la testa, ma chissà, magari domani che sono a Firenze, quella città che entrambi amiamo, cedo a scriverti e tu, in qualche modo, risponderai e saprò che tutto ok.

venerdì 14 novembre 2014

Certe mancanze sono come l’autobus che non passa, in un giorno di sciopero, e tu non sai come arrivare a casa.

lunedì 27 ottobre 2014

It's alright to cry, even my dad does sometimes, so don't wipe your eyes, tears remind you you're alive.

Ed Sheeran canta a tutto volume, ma non copre il rumore dei pensieri, è solo un sottofondo che riscalda l'atmosfera, una dolce compagnia.
Non so cos'ho stasera, perché andava tutto bene fino a qualche ora fa, ma adesso ho solo tante cose che mi schiacciano e non ho forza per alzarmi, nonostante io mi finga forte per reggere tutti.
Cosa mi farebbe stare bene? Non lo so, non lo so più. Forse nulla, forse non esiste nulla che mi faccia star bene o anche solo meglio. Nonostante non sappia cosa mi potrebbe aiutare, so cosa vorrei fare mentre Ed Sheeran continua a cantare "Even My Dad Does Sometimes" vorrei scrivere ad un'amica che non sento da troppo che, nonostante faccia così sedicenni, io vorrei tanto un abbraccio ed un bacio in fronte, come in quelle mattinate in cui ero triste in quella scuola che neanche ricordo chiaramente. Vorrei scrivere ad un'altra amica, dirle che mi manca da matti, che questa distanza che si è creata "mi fa un sacco schifo", proprio così, in maniera poco corretta dal punto di vista del linguaggio. Vorrei dire a quell'amico che si è trasferito dalla parte di Milano di farmi davvero sapere quando scende, perché, oltre alla voglia matta di un suo abbraccio, voglio vedere quanto sia felice ore e conoscere chi l'ha reso così felice e ringraziarlo, perché se lo meritava tanto quel ragazza dalla voce dolce.Vorrei dire a tre amiche di scusarmi se non ci sono come un tempo, se sono più chiusa, ma non voglio dar loro più peso di quello che già hanno sulle spalle e soprattutto che mi mancano, mi mancano così tanto da far male. Vorrei dire a quell'amico che ho una fottuta paura di allontanarlo, di perderlo, ma che se andarsene fosse una sua scelta, lo accetterei anche se sarebbe come dire addio ad una piccola, grande, parte di me. Soprattutto vorrei dire tante cose a lui, così tante che non saprei neanche che dirgli e allora prenderei carta e penna e gli racconterei tutte le cose fatte insieme che mi ricordo e di quanto siano tutte le cose migliori che ricordi da un buon anno a questa parte, ma soprattutto gli scriverei di volergli far leggere tutte le cose che ho scritto su di lui. Tutte, dall'anno scorso ad ora. Se non è qualcosa di vicino all'amore questo, io non amerò mai.
Vorrei dire tante altre cose a tante altre persone, ma taccio e scrivo e vorrei piangere mentre Ed canta ancora "It's alright to cry / Even my dad does sometimes / So don't wipe your eyes / Tears remind you you're alive".

mercoledì 15 ottobre 2014

Another turning point, a fork stuck in the road.

Stasera mi sento ad un incrocio con troppe strade davanti a me che sono ferma nel tentativo di capire qual è quella da prendere, ma sono senza una mappa stradale, un gps, un'indicazione scarabocchiata su un foglietto o un segnale stradale a cui affidarmi.
Anche se passasse qualcuno, non saprei che indicazione chiedere, perché forse so che devo trovarla da sola, ma io, che non ho senso dell'orientamento, come faccio a muovermi da qui?
E non so dove andare ed ho paura, troppa paura, ma ferma non si può stare.

martedì 30 settembre 2014

Avrei voluto sfruttare il suo compleanno per dirgli tutte quelle cose che non ho mai detto da un anno a questa parte, ma anche solo scrivergli la frase più brutta di sempre è stata un'impresa.
E non capirò mai com'è possibile che, quando gli sono accanto, posso parlare di tutto senza problemi, ma quando è lontano, anche scrivergli la cosa più stupida sembra un'impresa.
("sarebbe bello se tu fossi qui, ti avrei offerto una crêpe per festeggiare e saremmo andati agli scogli dove quest'anno non siamo andati neanche una volta e avremmo parlato di futuri inverosimili col mare di settembre davanti".
Sarebbe bello potertelo scrivere, tutto d'un fiato senza pensare. Sarebbe bello)

domenica 28 settembre 2014

Fanculo (a me), perché non posso essermi davvero sentita a casa tra braccia che non hanno sentito lo stesso, che non sentono la (mia) mancanza, che per loro sarà mai casa.
Fanculo, fanculo, fanculo.
Non posso avere gli occhi lucidi e (ri)trovarlo ovunque.
Fanculo, fanculo, fanculo.

sabato 27 settembre 2014

E' sabato sera, io sono già in pigiama, con una coperta a fiori sulle spalle, a cercare informazioni su come seminare e far crescere una pianta carnivora mentre una compagnia di classe mi prende per folle per aver comprato i semi di pianta carnivora e dal piano di sotto si sente Masini che canta "T'innamorerai".
Oggi è stata una bella giornata, stasera sto uno schifo e mi pento persino di essermi buttata su una pianta carnivora, quando a mala pena so tenere una pianta grassa. Forse l'ho presa per dare a qualcosa le mie attenzioni, forse perché sono impazzita davvero e non devo fare acquisti nei periodi in cui mi fingo "felice".
C'è Masini che canta con Zarrillo, ora, e mi viene da dire da urlare di togliere l'audio: quello che sento mi facendo salire il mal di testa.

Ho appena letto che "le piante carnivore non sono difficili, vanno capite". Ho capito perché ho comprato i semi di una Dionaea Muscipula.

lunedì 22 settembre 2014

Quando i vuoti pesano più dei pieni.

Cerco di tenere occupata la testa in tutti i modi, per non sentire le paranoie, l'ansia e quel dannato senso di mancanza che mi fa sentire persa che mai.
Ho ripreso la mia routine, modificandola un po' rispetto agli altri anni: ogni mattina mi alzo alle sei e mezza, senza rimandare la sveglia, cercando di non fare tutto di corsa e con l'ansia di perdere l'autobus.
Cerco di essere amichevole con tutti, nonostante stia sulle mie senza farlo notare troppo, di scherzare, senza però star sempre a far la stupida. E poi studio senza rimandare, senza troppe pause.
Mi tengo occupata e per un po' funziona, però poi mi torno a preoccupare per tutti, cioè per quel gruppo ristretto di persone di cui mi importa davvero, per me stessa ed il mio futuro. Tutto questo finisce in paranoie, in ansia. Non ne parlo, sia mai che qualcuno si senta in colpa per rendermi partecipe e non voglio, mi va bene star in silenzio, sono abbastanza forte da sopportare, ma se ho bisogno chiedo aiuto. Ho imparato.
E poi c'è quel senso di manca che non è mai stata presenza e che fa malissimo per quello, perché ti sfiora, ti trapassa senza fermarsi mai. Ti fa sentire un senso di vertigine che è come il senso di acquolina quando il vento porta il profumo di pane caldo, ma non puoi mangiarlo. C'è chi si lamenta di una presenza diventata assenza, ma io gli farei provare cosa vuol dire avere un vuoto dentro che corrisponde perfettamente ad una persona che non hai avuto, non hai e non avrai mai, neanche per un giorno, ma solo per momenti inconsapevoli ed i momenti inconsapevoli non sono condividere, non sono riempire davvero un vuoto.
Ho un vuoto con la sua forma, lui non l'ha saputo un anno fa, non l'ha saputo otto mesi fa e neanche il mese scorso.
Ho un vuoto che ha la sua forma, ho ansie che si calmano solo col ricordo di uno abbraccio o di lui che legge ad alta voce. Ho una strana nostalgia che ha il suono della sua voce ed marea di canzoni che sanno di pop-corn e tè caldo, come quella volta ad inizio gennaio.
Ho tutte queste cose, ne ho anche tante altre, ma se non ho le mani sulla sua schiena per cercare di fargli capire le cose che non ha mai capito e che non ho mai avuto il coraggio di dire, che cos'ho?
Forse è meglio se torno a geografia, al è ed a "American History X".

sabato 20 settembre 2014

Voltare pagina.

Mi dico "volta pagina", tanto non ci sarà mai nulla che ti darà un motivo per scrivere, se non il dannatissimo senso di mancanza di cui hai già scritto troppo senza scrivere nulla.
Mi dico "volta pagina", lo faccio ogni volta che mi viene da imprecare perché ogni mio sforzo di (rI)dimenticarlo viene sabotato, lo faccio quando cedo e mi sfogo con quell'unico amico che sa la realtà dei fatti che mi dice che sì, devo andare avanti se non voglio rischiare - cosa c'è da rischiare, mi vien da dire, se non la mia stessa vita? E' l'unica cosa in ballo - ma che, però, la vita è troppo imprevedibile per escludere ogni probabilità.
Mi dico "volta pagina", ma poi mi chiedo "come cazzo si fa?".
Mi dico "volta pagina", mi chiedo come si fa, ma intanto continuo a sentire la stessa canzone maledicendomi per l'ennesime parole che sanno di assenza

giovedì 18 settembre 2014

Don't you see me? I think I'm falling, I'm falling for you.

Sto cercando di tornare alla mia vita di sempre, come ho già fatto un anno fa, ma non so quanto io ci stia riuscendo.
L'anno scorso riuscivo a chiudere i pensieri su di lui infondo alla mia testa. Quest'anno, a distanza di quasi un mese dalla sua partenza, rivedo ancora la sua figura ferma in piazza mentre la macchina, in cui sono seduta, gira l'angolo a tutta velocità. Ricordo questo come ricordo tutto quello che lo riguarda.
Non pensarlo è difficile come trovare un pensiero davvero felice quando sale l'ansia e tu sei lì che non respiri bene pensando "questa volta è la fine", ma cerchi comunque qualcosa che ti calmi.
Stamani ci stavo riuscendo, non perché io stia tornando a chiuderlo in un cassetto della mia memoria, ma perché era un viaggio in autobus da disagio, ma mi sarebbe andato bene ugualmente, se solo non fosse stato per quel maledetto accento che conosco troppo bene.
Quali sono le probabilità che una persona della stessa provincia si trasferisca proprio qua, a circa duecentosessantacinque chilometri, o forse più, di distanza? E che quella ragazza fermasse me per sapere degli autobus, perché "stai dove sto io e vai nella mia stessa scuola"?
Quali sono le probabilità che io, questa volta, perda anche la speranza di metterlo in un cassetto, che si chiude male, della mia memoria?
E se un accento, più famigliare di quelli di qua, anziché ricordati di tanti ricordi, di bei posti e di quell'amica che è una sorella maggiore, ti ricorda abbracci fugaci che, invece di soffocare come tutti gli altri nell'ultimo periodo, ti hanno fatto sentire dannatamente viva, cosa vuol dire?

mercoledì 17 settembre 2014

Non riesco a trovare la canzone che mi ha fatto sentire l'ultima sera che era qua, l'ultima sera che l'ho visto, l'ultima sera che abbiamo passato insieme. So di potergli scrivere, di poterglielo chiedere, non ci sarebbe nulla di male, ma non riesco a farlo, così continuo a cercarla tra l'intera discografia di una band e, se fossi un altro tipo di persona, un altro tipo di ragazza, starei già piangendo per il senso di vuoto di non riuscire a trovare questa dannata canzone.
Una delle ultime insieme, quella con cui era fissato, quella che sarebbe come passargli, di nuovo, le mani tra i capelli.

domenica 14 settembre 2014

"Buona fortuna per questo lungo viaggio che sia fino alla luna o solo fino a casa".

Quando aspetti qualcosa per tanto, forse addirittura troppo, tempo, finirà che ad un passo da quella cosa, qualsiasi essa sia, finirà con un emozione che è un misto tra ansia da attesa, paura e, perché no, una felice incredulità che questa cosa sia davvero arrivata. Questo miscuglio è quello che provo io stasera, quando domani – che poi è un domani fin troppo vicino, vista l’ora – è quel giorno che aspetto da anni: il mio ultimo primo giorno di scuola.
Non ho mai temuto la fine delle superiori, forse da qualche tempo ho iniziato a temere l’esame, ma la fine delle superiori in sé per sé, mai. Al contrario, l’ho attesa fin dal primo giorno, in quel lontano duemilaotto, quando non mi sarei mai aspettata un percorso così travagliato.
Le superiori le ho iniziate puntuale, con tanti sogni per la testa, ma senza quel sogno da far diventare obbiettivo. Le ho iniziate in un liceo, che tutt'ora non so se era la scuola sbagliata per me o se ero io la persona sbagliata per quella scuola, in una provincia diversa, con persone diverse al mio fianco a condividerlo con me e soprattutto con una me che non so quanto sia davvero la predecessora di questa me che sono ora.
Le superiori le finirò in ritardo, ma con un unico sogno per la testa. Un sogno grande, forse troppo grande, ma è un sogno che sa di obbiettivo, che sa di “impegno e sacrificio, perché sennò al sogno non ci arrivi”. Le finisco in un istituto professionale, scelto per disperazione dopo un’altra bocciatura e non per una vera e propria voglia di fare quella scuola, ma che nonostante questo mi ha fatto avere qualche piccola grande rivincita personale.
Sarà che è normale avere un miscuglio di emozioni, dove per me l’elemento che spicca di più è l’ansia-paura, ad un passo da un anno che, nel bene e nel male, è importante per tutti, sarà che io lo aspetto da sempre, sarà che già di mio sono ansiosa e alla vigilia di date importanti sto sempre un po’ così, sarà che con tutti questi anni persi pensavo di non arrivarci mai, ma stasera ho così tante sensazioni addosso che le parole giuste non riescono a trovarmi o sono io a non trovare le parole giuste.


(Questo post mi ha fatto scoprire che "predecessora" esiste davvero, anche se è considerata una forma rara ed io che pensavo di aver scritto una puttanata mentre stavo seduta in terra con una penna tra le mani!)

sabato 13 settembre 2014

And I hear him singing while he sits there in his chair while these autumn leaves float around everywhere.

Sono le dieci e un quarto di sera del dodici settembre duemilaquattordici, sono esattamente tre anni da un po', ma non so perché io abbia ceduto solo ora a mettere una delle "tue" canzoni e scriverti, come ogni anno. Forse perché, per tutto il giorno, ho pensato che scriverti una lettere come se tu potessi leggere, alla mia età, fosse totalmente stupido, ma invece ho ceduto, perché ne ho bisogno e perché mi manchi da impazzire.

Ciao nonno,
ora inizio questa lettera come si deve, ma che senso ha? Tu non ci sei più e non puoi ritrovare da ridire su come ho iniziato questa lettera.
Ho pensato a cosa dirti tutto il giorno e di cose ce n'erano tante, ma adesso non ne ricordo quasi nessuna se non che mi fa male la tua mancanza. Male da ridurmi a pezzi.
Tre anni fa, quando te ne andasti, io ero a casa e stavo scrivendo una storia oramai gettata nel dimenticatoio, senza sapere che ti eri spento in un'anonima camera d'ospedale smisi di scrivere, non riuscivo più a farlo. Una mezz'ora dopo mi chiamò papà e mi disse testuali parole "dopo mi racconti del primo giorno di scuola, prima devo dirti una cosa... verso le 18:30 nonno se n'è andato". Le ricordo troppo bene. Di quei tre giorni ricordo il dolore, tutto il resto è troppo vago, troppo poco impresso nella mia memoria. Solo la promessa di diventare qualcuno di cui saresti stato fiero è chiara nella mia memoria, insieme al dolore.
Nonno, per queste poche parole ho impiegato un'ora, spero di finire prima di mezza notte. Non so perché, ma finire dopo mi sembrerebbe quasi di tradirti. Sono quasi certa che a te, però, del ritardo non importerebbe molto.
Ho ridotto il numero di amici, soprattutto quelli qua, tenendo solo le persone di cui mi posso davvero fidare. In certi casi, sai, ha fatto male, ma col senno di poi e per come si stanno dimostrando, è meglio sopportare quel po' di dolore e delusione che avere certa gente affianco. Esco meno, ma mi va bene, perché so che su quelli amici che ho posso davvero contare. Forse, questa decisione e questa accettazione sono date da aver imparato ad essere forte o ad aver scoperto di esserlo. Questo ha portato a tante cose, nonno, ma non ti annoio con un elenco infinito di cose su cui sto lavorando da quando so di potercela fare. Ti volevo solo dire che, sarà stupido e banale, ma io lo devo anche a te, perché il tuo ricordo, insieme a quello di nonna, mi salva più spesso di quanto ammetta. Sai qual è il problema? E' che con il tempo i ricordi si consumano, perdono un po' della loro chiarezza ogni giorno che passa ed io, ora, ricordo immagini che, per quanto a colori, appartengono ad un film muto, perché le voci sono oramai dimenticate. La tua, che ricordo così intonata quando cantavi e da un tono saggio, mi manca più di qualsiasi altra cosa. Mi bastava quella per sapere che c'era qualcosa di buono.
Purtroppo, il tempo passa e, anche senza malattie, i ricordi si perdono un po'.

Nonno, ti voglio scrivere le ultime cose con questa penna su cui è stampato il nome di un farmaco e che non mi piace per niente.
Sono arrivata all'ultimo anno di superiori, so di esserci arrivata tardi e che uscire da un istituto professionale non è la stessa cosa che uscire da un liceo, nonostante questo io cercherò di rendere fieri tutti, mamma, papà, mamma, l'unica nonna che mi resta, tutto il resto della famiglia ed anche me stessa, perché no?, ma soprattutto farò in modo di uscire bene, perché, nonostante tu non ci sia più, vorrei tanto che tu fossi fiero di me. Vorrei uscire da lì e pensare "nonno sarebbe fiero di avermi come nipote". Penso questo riferito a te e non a nonna perché so che a lei basterebbe sapermi felice per essere fiera. Forse sbaglio a puntare in alto, perché anche a te basterebbe la stessa cosa.
Dopo vorrei continuare, vorrei diventare giornalista, partire, andare lontano, ma questa è un'altra storia.
Poco tempo prima che ti allettassi, pochi mesi prima della tua morte mi dicesti, mentre ti accompagnavo in casa, "vai e sorridi". Lo sto facendo, sto andando per la mia strada e sorrido.
Sorrido un po' di più pensando che questa lettera di arrivi, chissà dove, in una casa uguale a quella che io amavo tanto e che non è più quella che era, con nonna che cucina, anziana, ma in sé e bellissima, e tu in salotto seduto sulla poltrona che ti dondoli piano. Canta ancora Bella Ciao, seduto su quella poltrona dondolandoti piano, pensandomi un po' che io penserò a te.

Nonno, ora, io la smetto con tutta questa marea infinita di parole, che non sono quelle che volevo dirti realmente, ma ti porto con me ogni giorno, tra i ricordi migliori, tra quelli che danno forza.
Vado e sorrido, te lo prometto.





(Solo ora che ho finito di batterla a computer mi rendo davvero conto di quante cose non ho detto neanche questa volta).

martedì 9 settembre 2014

I sang a lullaby by the waterside and knew if you were here, I'd sing to you.

Avrei bisogno di scrivere sentendo tra le mani il contatto rilassante con il corpo di plastica della penna, con l'inchiostro nero che disegna parole sulla carta bianca mentre la penna danza con passi incerti ed imprecisi per lasciare quell'indefinibile disegno di parole dato dalla mia grafia quasi sempre non precisa e costante. Avrei bisogno di questo, ma in tutta la casa non trovo una singola penna nera che mi vada bene e la Moleskine è, in questo esatto momento, troppo lontana da me. Mi accontento del digitale, ma è così distaccato e privo di sbalzi d'umore, tremiti della mano sotto un qualche pensiero che rimane impresso in una parola più tremolante della precedente; mi accontento, perché se non scrivo ora, in questo esatto momento, potrei implodere.
Continuo a sentire la stessa canzone non so più da quanto tempo, ma di tutto il testo l'unica cosa che la voce di Ed Sheeran riesce a farmi arrivare al cervello, permettendomi di sentirla davvero, capirla e sentirla rimbombare nella mia testa è quel "I sang a lullaby by the waterside and knew if you were here, I'd sing to you". Rimbomba da ore nella mia testa, come una verità che fa male, male da morire.
Se lui fosse qui.
Se lui fosse qui cosa? Gli canteresti una ninnananna in riva al fiume?
No, non so cantare, prima di tutto, quindi non sarebbe una bella cosa e, poi, che senso avrebbe cantarla a chi non vuole sentirla? A chi, tra l'altro, non vorrà mai sentirla?
Non so neanche quanto serva darmi queste risposte ciniche - ciniche, ma veritiere - che tanto il mio cervello memorizza, ma non sente, perché la canzone le copre con quella stramaledetta frase che, per un breve momento, è quasi stata sostituita da un'altra che dice "you're the song my heart is beating to". Una canzone straziante, probabilmente.
Continuo a chiudere gli occhi e a vederti qua, quando invece sei a chissà quanti cazzo di chilometri lontano da "qua"; continuo a chiuderli e a risentire quella stramaledetta sensazione di completezza che era solo - sempre e solo - mia. La cosa peggiore è sapere che il ricordo di quella sensazione, il ricordo della sua voce, il ricordo di lui qui è l'unica cosa a calmarmi quando l'ansia sale, sale, sale, sale fino a soffocarmi.
La cosa buffa è che mi sento a pezzi, continuo a sentire questa canzone che non so neanche quanto mi aiuti a stare meglio mentre continuo a negare a me stessa la necessità di dire a qualcuno di fidato "sto a pezzi, mi manca più di quanto mi è mancato un anno fa quando è ripartito, più di quanto mi sia mancato a gennaio quando sono ripartita io", ripetendomi che forse lo vedrò tra poco e forse, allora, questa sensazione sparirà per non tornare, ma so bene che tornerà. Tornerà più forte di prima, portandomi più vicina all'implosione.
Chissà dove, chissà come sta, chissà a cosa pensa, chissà quante cose che non so.
"I sang a lullaby by the waterside and knew if you were here, I'd sing to you".
Se solo fossi qui...

martedì 2 settembre 2014

I work hard to be a better me.

Sono al secondo giorno di allenamento, nonostante i muscoli doloranti dal primo, compresi quelli delle braccia che prima di iniziare la seduta di oggi neanche mi ero resa conto che mi facessero così male, mi sono messa lì tranquilla a far la mia mezz'ora di allenamento cercando di non fermarmi e di non sfanculare troppo Jillian Michaels tenendo duro, ma posso già dirmi soddisfatta. Non dei risultati, che di certo non vedrò dall'oggi al domani, ma perché, non solo non sono morta come ieri, ma perché mi sento psicologicamente soddisfatta di me stessa, perché mi vedo convinta in quello che faccio.
Da piccola, erano soliti dirmi che Roma non è stata costruita in un giorno, ora me lo dico da sola, per ricordarmi che per raggiungere gli obbiettivi ci vuole tempo, oltre che costanza e tenacia.

lunedì 1 settembre 2014

"A me pare che il vero capodanno sia il primo di settembre. O giù di lì".

Settembre, ben arrivato.
E' buffo come, a vent'anni, io aspetti ancora il tuo arrivo, come la gente normale aspetta il primo dell'anno, ma soprattutto è buffo come io, alla mia età, senta ancora il bisogno di scriverti come se tu fossi una persona e non un mese dell'anno compreso tra il caldo agosto e il più mite ottobre.
Ho perso il conto delle "lettere" che ti ho scritto negli anni, sai? Molte, probabilmente, sono irrimediabilmente perse e, forse, meglio così, perché chissà che contenuti pessimi.
Una cosa che ti dico da un po' di anni è che ho paura delle prove che mi metti davanti, delle cose che dai e, soprattutto, delle cose cose che togli. Quest'anno cos'hai intenzione di fare? Sarai buono? Sarò all'altezza dei tuoi progetti?
Non so, e non posso sapere, cosa mi aspetta da parte tua, ma so cosa mi aspetta da parte mia. So che, probabilmente, mi sono messa davanti troppi obbiettivi da iniziare oggi, ma il primo gennaio è troppo freddo e troppo stanco dai festeggiamenti della notte prima. Tu, per me, sei più lucido, più tranquillo, più adatto a iniziare propositi più o meno buoni.
Quali sono questi "famosi" propositi, caro Settembre?
Prendere in mano la mia vita, smettendola di piangermi addosso guardandomi riflessa senza far nulla. Non sono quella che voglio? Bene, ci lavoro su. Mi costruisco le fondamenta per accettarmi, per volermi bene, per essere più sicura di me. Prendere in mano la mia vita vuol dire che smetterò di pensare così tanto, di farmi battere su tutto dalla paura e dall'ansia, magari imparerò a correre qualche rischio, perché forse la vita è anche questo, giocare senza pensare troppo a come andrà. Vuol dire anche che imparerò a non mettere gli altri davanti a me in qualsiasi caso, senza pensare se lo meritano o meno; imparerò a dare tutta me stessa a chi lo merita, aprendomi di più, come mi hanno già detto di fare. Forse, lascerò andare anche i rancori ed i ricordi di chi non è rimasto per sua scelta, anche se questo, oltre ad essere difficile, vorrà dire addio (o solo arrivederci?).
Inizierò a dare il meglio di me nella scrittura e tornerò ad impegnarmi a scuola, per me ed i miei sogni, ma anche per nonno che mi hai portato via anni fa e che ora ho, in parte, sulla pelle.
Settembre, ho così tanti obbiettivi che non riesco neanche a darli voce per bene, a dirgli tutti, ma, sai, potevo essere sintetica e dire che voglio sorridere davvero, senza tanti rimpianti ed odio, e che, soprattutto, voglio vivere, vivere davvero.
Non importa se tu sarai buono o meno, sai, da quando ho sulla pelle quel disegno mi basta poco a ricordarmi che sono forte. Non importa, perché non sono sola, ho chi mi aiuterà a rialzarmi, se cadrò, e che si incazzerà se non manterrò i miei propositi. Settembre, gioca le tue carte, io sono pronta. Per la prima volta da quando ti scrivo, giochiamo alla pari. Posso trovare la forza per affrontare le cose, come posso affrontare l'inizio della quinta (ed uscirne viva). Posso vincere su me stessa e, forse, anche su di te.

Da tre anni ad oggi, è la prima volta che sono felice che tu sia arrivato.
Ben tornato, Settembre.

mercoledì 27 agosto 2014

I wish that I could wake up with amnesia and forget about the stupid little things.

Sto ripensando a dove fossi l'ultima volta che ha piovuto, non troppi giorni fa, ed era meglio se non ci pensavo, se non ricordavo ogni minimo dettaglio oltre alle grosse gocce di pioggia che cadevano sull'asfalto, lasciando che l'aria si impregnasse dell'odore dell'asfalto e della terra bagnata.
Mi stupisco di ricordare ogni minimo dettaglio, ma non le parole a cui, io, do sempre fin troppa importanza, come mi stupisco di rivolere indietro quella sera che era piena di tristezza e di casini. Ricordo anche quel momento in cui la macchina curvava veloce ed io lo perdevo di vista, ben sapendo che l'indomani non sarebbe rimasto, ma non sapendo quando l'avrei rivisto e ricordo quel dolore, come uno strappo dentro che mi ha accompagnato fino a casa, in casa, a letto.
Sto ripensando all'ultima volta che ha piovuto e ripenso a quando, qualche ora prima dei casini, quando la pioggia non aveva ancora incominciato a cadere, mi ritrovai, in mezzo agli scherzi, a ricevere un abbraccio. Ora invece diluvia, non c'è l'ombra di abbracci, neanche scherzando, e penso a quanto sia stupida a ricordare tutto.

domenica 24 agosto 2014

Come posso essermi sentita intera in rari e fugaci abbracci che non facevano sentire lo stesso a chi li ha dati?

Pensieri senza senso.

Stasera son triste, lo ero anche ieri, ma poi son riuscita a ridere un po’, prima che le cose degenerassero in un casino generale – se non fossero incasinati, probabilmente, non mi ci troverei così bene - e finissi col rientrare in casa incazzata ed in iperventilazione per tutto il nervoso e l’ansia del fine serata.
Ieri, mi sono allontanata da tutti e me ne sono andata sulla riva a guardare il mare, sgolando alla goccia un bicchiere quasi pieno di vodka che avevo riempito di nuovo poco prima e che tenevo da troppo tra le mani, senza berlo, facendola diventare troppo calda per i miei gusti. Non sono rimasta sola allungo, un’amica mi ha raggiunto, ricordandomi che anche se non la posso avere accanto ogni giorno, lei c’è e mi conosce sempre meglio di chiunque altro. Alla fine, poi, non mi son sentita così sola, nonostante quella tristezza infame che ieri mi è salita dentro, perché a me fa schifo ‘sta cosa che tutti partono e io resto qua. Mi fa schifo da anni, ma quest’anno più che mai. E la cosa peggiore è che ho in testa una canzone di un gruppo stupido da ieri sera e non riesco a togliermela dalla testa, di nuovo.
Sto reprimendo ogni cosa, sto fingendo di non essere a pezzi per questo e mille altri motivi. Mi piace fingermi intera quando mi son resa conto di essere a metà, a pezzi. Tornerò a passare dei giorni di merda, come prima, perché negli ultimi dieci giorni son riuscita a reprimere tutto, a ritrovare il mio equilibrio fatto di risate, di discorsi seri, di cagate, di serate assurde e di casini immani.
Ho degli occhiali da ridare ad una persona che mi ignora, ed io faccio lo stesso non dico di non farlo, e non so neanche come riconsegnarli, ho da pensare a questo, alla scuola sempre più vicina, ad un esame di stato che io non so mica se riuscirò ad affrontare, ad una classe in stragrande maggioranza composta da gente che mi sta profondamente sul cazzo, dove l’unica persona da cui avevo preso l’abitudine di farmi abbracciare mancherà perché tra poche settimane si trasferirà altrove. Dio, a cosa mi appiglio di buono stasera, domani e nei prossimi giorni?
Non riesco a scrivere, ho un peso addosso che mi schiaccia, quindi scrivo a telegramma, continuando a sentire la stessa canzone mentre aspetto che sto maledetto film si carichi. Dio, quanto odio tutto questo, quanto odio me.

giovedì 21 agosto 2014

Did you tattoo a lucky charm to keep you out of harms way?

Ieri a quest'ora, ero in ansia come non ero mai stata prima di ora, ma non per la paura di tatuarmi, per quello non ho avuto né dubbi né ripensamenti, nemmeno per un secondo. Avevo l'ansia perché stavo per macchiarmi la pelle a vita, perché stavo per mettere nero su bianco sulla mia pelle tutto quello che sono stata, che sono e che sarò, perché una volta finito, quando avrei sentito mancarmi la forza o mancarmi chi non è più qua, basterà che mi guarderò dietro per sapermi intera, forte, mai sola.
Ho avuto paura, seduta su uno sgabellino e mezza appoggiata ad un lettino, ho aspettato che la macchinetta toccasse la mia pelle stringendo tra i denti una maglia, ma il dolore non è mai arrivato. E' stata un'ora di lavoro, tra battutine di un'amica che lo pregava di farmi un po' male, perché così non c'era gusto, risate per cavolate (mie poche, avevo paura di muovermi!) e canzoni sparate a tutto volume. Ero tra amici, di cui una importantissima, non c'era dolore, ogni tanto ho lanciato un pensiero ad alcune persone che avrei voluto al mio fianco, ma non erano riuscite ad esserci fisicamente e persone che non hanno neanche provato ad esserci da lontano. Ha bruciato, dopo, la pelle era rossa vivo ed io non mi sono mai sentita così sicura di qualcosa nella mia vita.
Ora penso a quanto poco sappiano di me la maggior parte della gente che mi circonda, perché il significato vero e completo, lo sanno giusto le persone fidate e penso che forse sono anche tra le poche persone che sanno davvero chi sono, quindi mi convinco che non sia un caso. Forse, sono anche le uniche a sapere che con me non ci vuole tanto, basta solo esserci anche da lontano, anche solo dicendomi "voglio la foto u,u" nel giorno più importante dei miei vent'anni.
Mi sento pronta a prendere la mia vita in mano, ora. Pronta a mettere le mani sul timone per condurre questa nave dove voglio io che male che vada o bene che vada, se servisse, l'ancora a cui aggrapparmi c'è. C'è e ci sarà sempre.

martedì 19 agosto 2014

Ho ritirato il primo libro di quinta, arrivato qualche giorno fa. E' quello d'italiano, l'ho praticamente sfogliato tutto, soffermandomi su autori che conoscevo o su poesie che amo così tanto da non resistere a leggerle ad alta voce, come La pioggia nel pineto di D'Annunzio, che, però, non mi ispira poi così tanta simpatia, e La casa dei doganieri di Montale che è praticamente parte di me. La cosa più bella, però, è arrivata alla parte di "morfosintassi", dove ho trovato un breve capitolo sul corretto uso della è aperta e della é chiusa, dove, tra gli esempi, c'era "me" e "te", su cui l'altra sera si sono messi a discutere i miei amici. Forse, porterò con me queste serate senza senso durante un anno di tormenti.
Sto blaterando cose a caso, per non pensare che domani a quest'ora l'ansia per il tatuaggio sarà svanita, io avrò sulla pelle un disegno di un amico che riassume i miei (primi) vent'anni, lì tra i nei e le lentiggini che ho sulle spalle. Sarà lì, come un amuleto portafortuna, per quando sentirò la mancanza degli occhi di nonno e della cucina di nonna, sarà lì per ricordarmi che ce l'ho fatta e sempre ce la farò. Nonostante l'estrema convinzione, ho l'ansia, ma credo sia normale, è pur sempre una cosa definitiva.
E vorrei uscire, ma qua devo aspettare che mi dicano di scendere, ma qua secondo me si son persi tutti.

domenica 17 agosto 2014

Ho fatto la strada del ritorno cercando di spingere più possibile coi muscoli delle gambe per andare più veloce possibile con la bicicletta, nella vana speranza di togliermi dalla testa tutti i pensieri che lo riguardavano, ma non credo di esserci riuscita se sento ancora la sensazione della sua barbetta che pizzicava sulla mia pelle quando ha strusciato il mento tra le mie scapole, nonostante se la fosse fatta questa mattina.

sabato 16 agosto 2014

Sono le 4:41, scrivo qua per non perdere le parole che mi frullano in testa e non ho altri posti dove scriverle.
Sono a casa da quaranta minuti, i vestiti che ho buttato a lavare sanno di fumo e salsedine, gli anfibi sono sporchi di sabbia, ma io sto benone. Negli ultimi giorni, mi sto ricordando di avere vent’anni, che fare tardi a quest’estate è normale, anche se mia madre sta sveglia fino a quando non rientro e mi saluta scocciata per l’ora. E’ normale fare qualche stronzata, ritrovarsi davanti ad un falò improvvisatissimo, visto che in spiaggia ci siamo scesi tardi e per disperazione, osservare gli amici correre in mutande verso l’acqua e maledire il raffreddore per non poterli seguire se non rischiando di passare, poi, i prossimi giorni con la febbre.
Stasera, con il falò che a volte scaldava e a volte bruciava, ho accettato di avere vent'anni, non più “diciannove più uno”, e ho capito che a vent'anni si deve spegnere la testa e vivere un po’ di più.

(E' bello rientrare che potrebbe già considerarsi mattina, scrivere su Tumblr perché non si sa dove sia la Moleskine e dover poi copiare tutto alla mattina)

venerdì 15 agosto 2014

Sing me to sleep.

Ieri sera sono rimasta a casa, mentre gli altri andavano a ballare, nella vana speranza di stare meglio oggi per poter far serata senza rischiare di crollare morta sotto il peso di questo raffreddore micidiale, e non so né come né perché mi sono iniziati ad arrivare tremila messaggi, quasi tutti da gente che, bene o male, sento spesso. Tutti, tranne uno.
Per istinto di conservazione, non mi fido mai a prima vista delle persone, nonostante possano darmi buone sensazione. Prima di fidarmi, ma fidarmi davvero non fidarmi da "ciao come stai?" e quattro chiacchiere dove gli altri parlano di sé ed io non mi lascio neanche intuire, ci metto quella che può sembrare un'eternità, ma nell'ultimo anno c'è stata un'eccezione. Un'eccezione bellissima.
Era novembre, quando entrò in classe, bello anche per me che ho standard di bellezza totalmente diversi, gentile, educato e con una voce calda che, a sentirla cantare, ti fa venire due metri e mezzo di pelle d'oca. Io me lo ricordo bene, perché timidezza o no, istinto di non fidarmi mai di nessuno, alla seconda ricreazione ci stavo già parlando come se nulla fosse. Neanche una settimana dopo, avevo già una dipendenza dai suoi abbracci e dalla sua voce quando cantava. Secondo la prof. di tecniche della comunicazione, che capisci tutti con un solo sguardo, abbiamo instaurato un determinato rapporto, in così breve tempo, perché siamo due persone affini, simili e forse è la cosa più vera che abbia mai detto riferita a me e, di cose vere, ne ha dette tante.
Coi mesi, ha solo dimostrato di essere una persona fantastica, ma con quello sguardo triste che non riuscivo mai a capire del tutto, che non riuscivo a raggiungere davvero, come non capivo perché di tutte le sue notti insonni, delle assenze a causa dei suoi attacchi di panico troppo frequenti. Non capivo e quando qualcuno lo nominava, mi sentivo in colpa. L'ultima volta che abbiamo parlato, era giugno, ci dicemmo di non perderci, ma io son così, non cerco mai nessuno per non disturbare, ma a lui un pensiero lo buttavo sempre, come quando in piena ansia mettevo una sua cover in ripetizione, per calmarmi e questo lui mica lo sa. Non sapevo più nulla di lui, se non certe notizie carpite da facebook, fino a ieri quando non ho trovato il suo nome sul display del mio cellulare, fino a quella chiamata, quella voce che conosco così bene che mi parlava ed alleggeriva mesi di pesantezza sul cuore.
Ha rischiato di farmi piangere, quella chiamata, non dal dolore, ma dalla gioia. Mesi di assenza, cancellati così, perché c'erano cose che voleva dirmi perché mi vuole bene e mi considera una delle due persone che, in quella classe, meritava di sapere le cose. Lui parlava, mi raccontava di quanto stesse meglio, di quanto si sia finalmente accettato, di quanto abbia trovato chi lo renda felice e del fatto che tra poco parte. Va lontano, va ad essere felice ed io ascoltavo, parlavo, gli dicevo che è giusto così, con la convinzione che lui se lo meriti davvero. C'è solo una cosa che mi ha fatto riempire gli occhi di lacrime ancora di più del "perché ti voglio bene", quel "fagli il culo a tutti, non solo durante le verifiche", come se sapesse che ho la capacità di farmi valere, di dare tanto.
Ho scritto tutto ieri sera, ora sto riscrivendo, perché quella parole a caldo erano troppo calde, ma tutt'ora, con la sua voce che canta in sottofondo, ho gli occhi lucidi. Non ho mai chiesto tanto dalla vita, non ho mai preteso che qualcuno mi considerasse abbastanza importante da dirmi qualcosa anziché dirlo a qualcun'altro, ma quella dimostrazione d'affetto, disinteressata e venuta da sé, senza forzature da nessuno se non da chi la voleva dare, mi ha spiazzata. Spiazzata così tanto che scrivo a ruota libera come non facevo da un sacco, presa da una febbricitante gioia di vivere e vorrei gridare alla vita che a lui deve più di quanto gli abbia dato in diciannove anni di vita.

martedì 12 agosto 2014

Sono rientrata a casa che l'orologio sul display del mio cellulare segnava le 5:22 del mattino, facendo piano, perché me lo sentivo che mia madre era già crollata, nonostante dica sempre che quando esco e faccio tardi non riesce a dormire. Arrivata al piano delle camere da letto, la sentivo russare, l'ho svegliata per dirle che ero sana e salva a casa, così almeno poteva dormire tranquilla.
Tra una cosa e l'altra, non ho messo la testa sul cuscino prima delle sei e, sarà stata che ero esausta, che il mio ginocchio mi inveiva contro con fitte allucinanti se lo muovevo, sarà stata una serie di cose, ma sono crollata pensando che forse, una crepes alle quattro e mezzo del mattino, potevo mangiarmela anch'io come gli altri. Sembravano buone.
Non ho sognato o forse ho sognato, ma ero troppo stanca per rendermene conto, l'unico sogno che riesco a ricordare è quello che mi ha portato a svegliarmi: un numero non registrato in rubrica mi comunicava che aveva chiarito con il/la tipo/a e che non scendeva quest'estate, perché andavano al Bolgia. Ora, di gente che conosco che potrebbe andarci, c'è, ma che mi scrivano a me per dirmi questo, non penso proprio. Non so perché, però mi sono svegliata di soprassalto e il telefono segnava che erano passati trentacinque minuti a mezzogiorno. Faceva caldo, troppo caldo, per girarsi dall'altra parte e dormire ancora, ma l'avrei fatto volentieri. Ora, più di un'ora e mezza dopo ho ancora i capelli bagnati avvolti nell'asciugamano, il letto da fare, il collo bloccato e scrivo post senza senso, perché ho preso l'abitudine di scrivere anche le stronzate, solo per tenermi attiva.
Alla fine non ho neanche bevuto ieri sera, ma ho ballato uguale, ho scambiato qualche parola con gente sconosciuta che non so neanche da quando esce con loro, ho incontrato una ragazza che è a scuola da me e mi ha guardato un po' sconvolta per avermi trovato poco prima delle cinque in una crepperia affollata di gente che veniva da ballare. Ho spento la testa, per qualche ora, ogni tanto dovrei farlo, perché forse hanno ragione che penso troppo... anche se io, le cinque/le sei di mattina vorrei farle vedendo l'alba, almeno.

lunedì 11 agosto 2014

Don't let the water drag you down.

La mia vita, ultimamente, è un paradosso. C’è chi, pur di avermi con loro stasera, mi passa a prendere dopo aver staccato di lavorare alle undici passate, nonostante il rapporto sia oramai fatto di sporadici messaggi e richieste di uscite che rifiuto praticamente la stragrande maggioranza delle volte con scuse pessime, mentre chi usa tante belle parole continua a darti le spalle dimostrando il contrario di quello che dice. Questo paradosso, però, lo prendo col sorriso, penso che se esco, almeno un drink riuscirò a farmelo, che se spengo la testa e non ricordo dov’ero l’ultima volta che sono andata a ballare facendo quindi paragoni tra la compagnia della volta prima e di stasera, posso sempre divertirmi. Me lo merito. Merito di staccare la spina, i pensieri, l’ansia, la voglia di urlare, di mandare a fanculo la maggior parte della gente almeno per qualche ora.
Continuo a dormire male, a svegliarmi di soprassalto da incubi così reali che a volte penso di non aver solo sognato ritrovandomi a combattere contro me stessa, per riprendere sonno, ma oramai non funziono più tanto bene ed è un’eterna lotta tra le paranoie portate dagli incubi che faccio e i pensieri pesanti che mi seguono sempre. A volte penso che sarebbe meglio non svegliarsi affatto, continuare a vivere quegli incubi in ripetizione continua anziché svegliarsi e sentirsi arrivare addosso tutto. Di giorno, però, sto meglio, credo, me ne voglio convincere anche se continuo a distruggermi le mani mangiandomi le unghie e le pellicine a sangue e sperando di uscire nella speranza di accendermi quante più sigarette possibile. Va meglio, credo, perché ho seguito un consiglio ed ho reagito, smettendola di essere sempre quella che ascolta in silenzio, spiegando a chi meritava di essere tenuto vicino, perché non c’ero come c’ero sempre stata e, grazie al cielo, nel secondo caso hanno capito, facendomi persino sentire 'in colpa' per averle volute tenere fuori per "non farle preoccupare". Va meglio, perché ho deciso di non essere passiva ai rapporti, ma di essere attiva e reattiva ai rapporti con gli altri. Non taccio più, non sto più ferma, perché, per quanto possibile, voglio prendere in mano la mia vita... almeno quella parte che posso decidere io in che direzione puntare.
Sto pensando che mancano due giorni e inizierà un periodo di cose belle, ma continuo ad avere l'ansia, la voglia matta di gridare, di sedermi in riva al mare a scrivere, invece che farlo a computer che continuo a pensare che sia prendere distacco da me stessa. Scrivo ed ho l'ansia che non passa, forse dovevo farlo a penna o continuare a vegetare sul letto aspettando stasera.

domenica 10 agosto 2014

Se qualcuno mi ha mandato degli accidenti, deve avermeli mandati buoni.

Dopo aver tirato fuori un padellino che, non so per quale oscuro motivo forse per le sue piccole dimensioni, mi ricorda la casa delle Barbie che avevo da bambina, le uova e l'olio, mi accingo a prepararmi la cena da sola, ma già accendere il gas si presenta come un'impresa. L'accendi gas della cucina, che non so neanche da quando esista in casa quella specie di incrocio tra una pistola ed un accendino verde fluo, non va, così dopo aver girato tutta casa in cerca di un accendino, tutta pimpante all'idea di farmi una frittata - che, tra l'altro si è miseramente rotta - accendo il gas... rischio di bruciarmi, perché parte una fiammata.
Vabbè, penso, è andata bene. Puzza solo un po' di pollo, ma non mi sono bruciata.
Cinque minuti e una frittata brutta come la morte dopo mi siedo a tavola, Ghost whisperer in tv, infilzo una fetta di frittata e, da una festa con tanto di gonfiabili che non sapessero stessero montando sotto casa, parte Cicale Cicale.
Ok, sopporta, alza la tv e sopporta.
Finisci di vedere la tv, finisci la cena e parte Il Ballo Di Simone.
Repertorio moderno, penso, peggio di così non ti può andare stasera.
Invece no! Perché se può andar peggio, va peggio.
E mentre scrivo sta cosa, pensando che davvero qualcuno mi odia e mi manda degli accidenti, è partita una canzone non meglio identificata che sembro lo Yodel. Sia ben chiaro che qua è una località di mare e non mi trovo tra le montagne svizzere o tirolesi.

(Ogni tanto mi piace raccontare le mie vicende tragicomiche su blog che hanno l'aspetto serio...)

sabato 9 agosto 2014

Oggi mi sento forte, nonostante il mio corpo sia in procinto di spezzarsi sotto i dolori dovuti al ciclo.
Oggi mi sento forte, ho aggiornato un'amica sul come mai nell'ultimo periodo ero più assente del solito, ho risposto ad un'altra amica a cui promettevo da giorni di rispondere e mi hanno fatto sorridere un sacco, ricordandomi che nonostante la distanza, nonostante io domani non sarò in viaggio con loro per il Salento, nonostante tutto che cos'è l'amicizia, quella dei piccoli gesti, come promettermi di portarmi i taralli e di portar dietro Jimmy il pallone per ricordarsi di me, cosa che so che faranno, come so che quando dicono che gli mancherò insieme al mio disordine e alle mie chiacchiere infinite dicono il vero.
Oggi mi sento forte, sarà anche che ho iniziato a seguire i consigli di un amico a cui, forse forse, ha ragione davvero.
Oggi mi sento bene, anche se stanotte ho fatto di nuovo tardi, ma questa volta senza piangere, tra sorrisi spontanei davanti a messaggi forse banali e scontati dopo tutto questo tempo e tra mille pensieri che mi hanno schiacciato di nuovo.
Oggi mi sento forte, nonostante stia perdendo una festa a cui avrei voluto andare, ma non avevo nessuno e tanto meno non avevo le persone dell'anno scorso con cui ballare, non avevo lui brillo con i suoi capelli rossi che sotto le luci sembravano più rossi. Un po' mi brucia, al solito punto dove sento come una specie di fastidiosissimo prurito da un anno, ma è ok. Anche se stasera non sono lì, anche se mi aspetta un film anziché vodka e vino, anche se non potrò ballare in mezzo alla gente, anche se sono qua da sola e non vorrei essere qua da sola, ma vorrei essere a ridere, a ridere di gusto, mi sento forte ed è tutto ok.
Oggi mi sento forte, forse è solo una sensazione data dal fatto che mi sono fatta la cena da sola senza bruciarmi e senza bruciare casa, dopo tanto tempo che non ero più abituata a dovermela cavare da sola. O forse è dovuta al fatto che non stia pensando, che mi riempia il tempo di libri, canzoni e film.
Oggi mi sento forte, so che tra qualche ora, a letto, non sarà così, ma per ora respiro profondamente e mi convinco che sì, sono forte e resto in piedi.

Ed è buffo come scriva cose senza senso conscia che manchino di senso e come non faccia niente per dargliene uno. Oggi sono forte, ma resto sempre troppo pigra per risistemare questo flusso di parole senza senso.

giovedì 7 agosto 2014

I legami continuano a sgretolarsi, tra urla e dubbi su un'ora vuota post rabbia che non riesco a ricostruire - cos'è successo mentre ero rannicchiata in terra? - mentre gli oggetti, la casa, rimangono in piedi. Neanche minimamente sfiorati da tutto quello che succede.
Penso che dovrei chiedere aiuto, almeno a chi si definisce amico, ma no, io non chiedo aiuto. Io chiudo la porta, mi rannicchio sul letto, ai messaggi rispondo come se nulla fosse, come se non stessi piangendo, come se il cuore non pompasse troppo forte e l'aria non si spezzasse. Poi scrivo, il giorno dopo, di quanto avrei voluto scrivere a qualcuno "ho bisogno di un abbraccio", ma a chi? Le uniche che ci sarebbero davvero, sono a chilometri e che senso ha farle preoccupare? Ad un amico che mi ha sempre detto di esserci, ma io taglio fuori ogni volta che sto male? No, questa parte di me la conosce da lontano, tra spiragli di porte che chiudo quando mi sfogo, ma non voglio mostrargli tutti i cocci della mia esistenza. Alle altre? Alle altre chi, quelle che chiedono di uscire quando hanno voglia e bisogno loro di sfogarsi? Chi c'è ogni tanto lavandosi la coscienza dicendo "io ci sono", ma poi non c'è mai o chi ti scrive un "mi manchi" su whatsapp, senza mai cercarti davvero?
No, caccio indietro quella voglia e stringo il cuscino, il giorno dopo mi incazzo che son stanca di esserci per le cagate di tutti, ma mai che ci sia qualcuno o che io permetta a qualcuno di esserci quando sono io quella che sta a pezzi.
Continuo a scrivere cose senza senso, cercando di svuotare la testa, ma non svuoto un cazzo e la cosa buffa è che neanche la musica sembra aiutarmi, ma forse sono io che sento roba a caso senza impegnarmi a sentire qualcosa che mi disinfetti le ferite. Sto sentendo Salmo solo perché me lo consigliava youtube, neanche sento cosa dice, sento solo il beat martellante che mi rimbomba nelle orecchie attraverso le cuffie.

Sono stanca di provare ad essere buona, ad essere la figlia perfetta, ad essere educata, a sorvolare, a non rispondere. Sono stanca, vorrei solo chiudere gli occhi e riaprirli lontano da qua.

martedì 5 agosto 2014

I can't drown my demons, they know how to swim.

Ennesima notte insonne a combattere l'ansia, che finge di essersi fatta battere, facendomi finire con la faccia schiacciata sul cuscino per coprire i singhiozzi del pianto.
Mi sembrava di soffocare, tra lacrime e ansia, mi è ritornata in mente quella volta al mare, da bambina, quando stavo giocando a riva con altri bambini, perché c'era bandiera rossa ed il bagno non si poteva fare, e rimasi intrappolata dentro all'onda che si infrange sulla riva, facendo un effetto centrifuga, e mentre giravo come i calzini in lavatrice, l'acqua salata mi entrava nel naso, nella bocca, mi faceva bruciare gli occhi. Ieri notte, mi sono sentita nella stessa schifosissima maniera. Stavo annegando, ma nessuno se ne accorgeva, perché sto solo giocando sulla riva, perché io so nuotare.
Ennesima notte insonne dove, tra un tremito d'ansia ed un singhiozzo da pianto, penso che mi piacerebbe dormire di notte e star sveglia di giorno.

lunedì 4 agosto 2014

Now, you’re just somebody that I used to know.

Stavo pensando a quella volta, più di due anni fa, quando ricevetti un abbraccio così forte da rimettere tutto apposto dopo un attacco d’ansia, il peggiore di sempre.
Stavo pensando a sabato sera, quello di due giorni fa, quando un’amica mi ha domandato se quello non fosse lui, dopo essergli passata accanto senza accorgermene ricevendo solo un’occhiata di gelido rancore.
Stavo pensando a come lui sia diventato un perfetto sconosciuto, di come io sia cresciuta rimanendo in piedi senza di lui, senza i suoi abbracci, senza la sua compagnia a camminare per qualche chilometro sotto al sole d’agosto per delle crepes e per tanta tristezza
Stavo pensando che ho un groppo in gola maledetto, tutte urla e lacrime represse, che mi rende pesante respirare e che l’unica soluzione sarebbe camminare per chilometri, per sedersi davanti al fiume, mentre qualcuno ti passa un accendino in silenzio.
Io mi salvo da sola, però, così mi tengo il groppo in gola e non permetto più a nessuno di avvicinarsi come avevo permesso a lui.

venerdì 1 agosto 2014

Anche se lo so, mi convinco che forse piangere laverà via la rabbia.

Quando i miei si sono separati, per qualche anno, ho sofferto di attacchi d'ira - esistono? - dove il cervello si spegneva e per me non c'era altro che il nervoso, la rabbia, la voglia di urlare, di rompere tutto e nel farlo magari di fare male, più che altro era rivolto verso me stessa quel istinto di voler far male. Perché me lo sono ricordata solo oggi a distanza di tanti anni? Perché la rabbia che ho dentro sta montando come all'ora, solo che anziché uscire come faceva prima, mi incazzo per niente, col computer che non va, con mia madre che mi dice mezza parola storta, e bestemmio come il peggior scaricatore di porto e tiro pugni contro la scrivania, facendomi male alla mano pensando "ma chissene, tanto passa e se non passa neanche questa, pace. Sopravvivo". Sono ritornata apatica, non faccio nulla, mi rompo il cazzo a non far nulla, ma pace, continuo a non far nulla, se non guardare film e telefilm a sfare e leggere libri che mi fanno ripensare alla morte di nonno, senza dirlo a nessuno, e continuo a leggere.
Non tocco una sigaretta da settimane, domani sera magari riesco ad uscire, le compro e ne faccio fuori almeno un paio, forse la rabbia passa, ma non credo. Quel gesto è parte della rabbia, la rabbia autodistruttiva, non costruttiva, come Alaska di "Cercando Alaska" di J. Green che fuma per ammazzarsi. Un qualcosa del genere.
In tutti questi anni, la cosa che non ho mai e poi mai fatto era smetterci di esserci per gli altri, anche per chi non c'era per me, io c'ero. C'ero in qualsiasi circostanza, anche quando avrei voluto urlare "ma mi vedi!? Sono a pezzi, sto crollando da mesi e tu non ci sei mai stato per me, perché dovrei esserci io!?" e invece stavo lì, ascoltavo e davo consigli, perché dicono che quelli li so dare, me la cavo bene. Bella merda avere come talento quello di saper dar consigli e mettersi nei panni degli altri, perché nei miei chi ci si mette? Io. E mi è sempre andato bene, mi piaceva cavarmela da sola, essere in grado di stare bene o male in piedi da sola, essere forte o almeno farlo credere a quasi tutti. Mi è sempre andato bene essere nata per ascoltare gli altri, col tempo ho anche smesso di essere logorroica per imparare ad ascoltare anche i silenzi, ma ora credo di essere arrivata al limite massimo. Sono stufa di ascoltare chi non c'è poi quando non dormo alla notte e sento che sto per piangere, prendo il telefono, ma poi lo rimetto giù senza aver detto a nessuno di come sto. Sono arcistufa di sentire chi fa la vittima, come se al mondo soffrissero solo loro, che stanno male solo loro, che poi nel 90% dei casi la colpa è loro e il concetto "chi è causa del suo male pianga se stesso" non è neanche tanto chiaro; gente che non fa scriverti quando stanno male, ma poi se sei tu a scrivere che non dormi, che ti svegli in piena notte con l'ansia e non riesci a dormire, ti lasciano nella tua merda come hanno sempre fatto, ma con l'estrema pretesa che poi tu sia sempre buona e cara quando hanno i loro momenti no. Forse è vero, "non c'è peggior cattivo di un buono che si incazza", perché ora le cose non le dico più con calma, le dico con rabbia, se tu fai la vittima io ti lascio nel tuo brodo, com'è stato fatto con me quando mentivo sul "io non piango mai", "sto bene", "nono, l'ansia m'è passata" e si fingeva che fossi brava a mentire.
Sto male, lo riconosco da tutta la rabbia che porto dentro, che più che con gli altri poi è con me stessa, con quella stupida che si fa il sangue marcio per tutti, per quella stupida che non fa che pensare che forse, se si fosse impegnata, due anni non li avrebbe persi, è tutta rabbia contro di me che sto dritta davanti a me, riflessa nello specchio, e l'unico istinto che ho è tirare un cazzotto contro quell'immagine e sentire il vetro che si rompe, che taglia e fa male. E' contro di me che non so come tirarmi fuori, ma che a volte ammetto di star male, ma tra chi non c'è e a chi non voglio chiedere aiuto, resto in piedi da sola su due gambe instabili.
Ho un groppo in gola, gli occhi lucidi che minacciano di piangere come i cieli grigi delle foto che ha messo un'amica dalla sua vacanza in Puglia.
"Ora che sei forte, che se piangi ti si arrugginiscono le guance" canta Brondi, me l'hanno pure scritto, tempo fa, ma ora come ora non mi importa. Si vedesse pure la ruggine sulle guance, ma magari le lacrime lavano via la rabbia.
Anche se dubito.
Anche se so che non sarà così.
Anche se so che sta corrodendo le fondamenta.
Anche se lo so, mi convinco che forse piangere laverà via la rabbia.
Non piango, però, non piango di giorno, si noterebbe troppo.

martedì 29 luglio 2014

Fuori sta diluviando, io vorrei uscire sotto l’acqua e sedermi lì, senza muovere un muscolo, sentendo l’acqua che mi entra dentro fino alle ossa.
Ho riletto tutto quello che ci siamo detti io e lui in quel periodo, prima d litigare, prima di rischiare di perderci.
Non c’è più dolore, non c’è più rancore, forse un po’ di rimpianto, perché sì, sarebbe stato bello che le cose fossero andate bene, ma forse non era destino, non era il nostro destino. Non l’avevo ancora accettato del tutto, rimpiangevo com’era andata, che tutte le belle frasi fossero andate perse, che l’unica volta che abbia rischiato sia andata male. E’ andata come doveva andare, com'era giusto che andasse, quindi non è andata male.
Dopo aver riletto, anche la litigata, i suoi mi dispiace, i miei non importa, sono convinta che sia solo stato un modo per unirci di più come amici.
Forse era destino credere di essere quello di cui si aveva bisogno per stare bene, rischiare di perdersi, di odiarsi, per ritrovarci amici, così amici da dirci che sarebbe bello essere fratello e sorella. Era un destino strano fatto per arrivare ad una cosa bella. Perché se non avessi un amico così al mio fianco, sempre e comunque, dove sarei?
Ho finalmente accettato le cose, va benissimo così.
Fuori diluvia, Glen Hansard canta con delicatezza, niente va bene, ma tutto è al suo posto.

venerdì 25 luglio 2014

Dicono di me che sono "una vecchietta acida".

Sono quel tipo di persona che sta sempre sulle sue e che è gentile a modo proprio, tanto che passo per acida nella stragrande maggioranza dei casi. Tra l'altro, passar per acida, a me va benissimo, sia chiaro, mi risparmia dalla rottura di dover per forza esternare affetto e cose varie.
Oggi, all'insaputa di tutti perché me lo terrò per me - e sì, per il blog che poi un giorno di questo me ne dimenticherò e allora scorrerò i post del duemilaquattordici e ritroverò questa cosa e penserò "ma allora non sono sempre una "vecchietta acida" come dico!" - perché voglio sorridere da sola.
C'è una vicina di casa anziana, che nonostante l'età e la salute cagionevole è una donna fantastica, sempre ben curata e con dei vestiti bellissimi, che è rimasta fuori casa dopo essere tornata da Pisa per delle visite. E' passata a suonare sperando di trovare mia madre, ma c'ero solo io con un mollettone enorme in testa, vestita malissimo e con la misantropia alle stelle, ma nonostante questo ho cercato di aiutarla come potevo, adoperandomi a chiamare la figlia cercando di rintracciarla per sapere la fine di queste benedette chiavi.
Mi ha ringraziato, dopo essere stata qua una buona mezz'ora a chiacchierare aspettando che le riportassero le sue chiavi - che, per dovere di cronaca, erano cadute in macchina - se n'è andata via ringraziandomi un sacco. Poco fa, ho sentito aprire e chiudere la porta di casa sua, è rientrata, per fortuna!
Forse, per una volta, non sto rimpiangendo di non uscire.

martedì 8 luglio 2014

Sto leggendo “Consigli a un aspirante scrittore” di Virginia Woolf, in maniera sofferente, perché essendo un PDF, non mi fa sottolineare le cose che vorrei poter ricordare e sono troppe pagine per poterle stampare, ma mi accontento, in versione cartacea sembra introvabile.
Leggo, sperando di imparare qualcosa, ma soprattutto di riprendere a scrivere, come facevo un tempo, senza paura del foglio bianco, senza paura dei miei personaggi, delle storie che mi ronzano in testa. Leggo, memorizzo mentalmente parti e penso che forse ha ragione un’amica con la sua teoria che ho paura dell’abbandono da parte dei miei personaggi una volta finita una storia, che cosa strana. Non che io sia mai stata normale. Leggo, ma faccio una pausa per vomitare queste parole e penso che tra un’ora ho l’autobus, sono ancora vestita con un paio di pantaloni vecchissimi, tagliati e logori e la maglia del pigiama, forse dovrò prepararmi di corsa.
Non so come sta andando, in realtà. Ho passato un weekend col sorriso in faccia, poco bisogno di fumare, senza maschere sul viso e una risata leggera sulle labbra, ora invece sono un po’ stranita, sarà che Virginia Woolf, in costante equilibrio tra benessere e depressione, mi fa tanta tenerezza o sarà lo stomaco che brontola, sarà che devo uscire, ma ho mille pensieri per la testa. Una volta scrivevo e parlavo molto, ora scrivo poco e parlo ancora meno. Ho fatto un passo avanti, però, ad un’amica che mi conosce da prima, prima di queste bonarie prese in giro sul fatto che sono una “vecchietta acida” perché non abbraccio le persone, ammettendo, con un non abbraccio più se non quando sono o tanto felice o tanto triste, che c’è qualcosa che non va
Ultimamente, ammetto solo ad un amico quando sono “presa male”, senza vergognarmene. Qualcuno punta ancora che tra noi, prima o poi, succederà qualcosa, io non ci credo né ci spero più. Il rapporto che c’è, mi va bene così, perché dovrei cambiare l’unico rapporto che mi permette di essere totalmente sincera con una persona, rischiando di rovinarlo o peggio perderlo? Non mi va e non per mancanza di coraggio, come nel caso delle storie che non scrivo neanche più per paura, ma perché mi va bene così.
Farnetico, forse troppo. Torno a Virginia ed ai suoi consigli, prima di prepararmi per un milkshake al cocco che forse metterà tutto apposto o almeno così sembrerà.

venerdì 4 luglio 2014

Quando ero nella vecchia scuola, quando uscivo con altre persone, quando avevo un pessimo periodo bastava che dicessi poche parole ad un'amica, per ritrovarci in un'area verde piccolissima a fumare sigarette, senza neanche tanto bisogno che le raccontassi che avessi. Cambiando scuola, ho cambiato posti, persone, abitudini e avevo quasi smesso di fumare, poi le cose sono andate a puttane ed io ho ripreso il vizio, contando i soldi fino all'ultimo centesimo per comprare almeno un pacchetto da venti, ma sono sigarette sprecate, fumate una dietro all'altra che non mi aiutano più a togliere quel senso di malessere che ho perennemente addosso e solo adesso ho capito che mi manca tutto l'insieme.
Forse, dovrei ricreare una cosa simile, ma non vedo posti giusti e persone adatte, quindi stasera finirò le sigarette, imprecherò che mi son durate poco e come un circolo vizioso ne comprerò un altro, sperando sia quello buono per disinfettare le ferite.

martedì 1 luglio 2014

Vorrei solo che qualcuno si accorgesse che se fumo di più è perché c'è qualcosa non va, soprattutto perché non sto attenta a dove lascio gli accendini.
Vorrei solo che qualcuno si accorgesse che se né mi faccio abbracciare né abbraccio è perché ho paura, non so di cosa, ma ho paura.
Vorrei, ma non succede mai, perché io sono forte, io sto in piedi da sola, io non smetto di sorridere, io non dico mai nulla.

venerdì 27 giugno 2014

Avremmo un forno vecchio e una tovaglia con le ciliege.

Non so se quando parlo del rapporto che c'è tra noi cerco di convincere me stessa o chi mi conosce, perché a volte fai male, male da morire, in un punto non chiaro tra il cuore e la bocca dello stomaco che altro non è il punto dove sento sempre quella maledetta sensazione di incontrarti o anche solo di vederti da lontano e ci prende ogni cazzo di volta.
E non capisco perché quando si tratta di te, non riesco ad usare la terza persona quando scrivo, ma solo la seconda singolare e metto tutto sullo stesso piano con le coordinate non riuscendo ad usare le subordinate.
Sheryl Crow sta cantando che "the first cut is the deepest", ma il primo sarà anche il più profondo, ma a me anche gli altri ventordicimila fanno male, come tutti i se, i ma, i "perché cazzo deve rispondere scazzato quando sono io a dirgli di un altro quando siamo solo amici!", i "tu sei come me" e tutte quelle dannate cose che stanotte mi hanno fatto sognare un gatto di nome Banana, il mio lavoro da giornalista poco soddisfatta, tu che facevi il pizzaiolo con le braccia completamente tatuate come sogni e tutto questo a Firenze in un bilocale senza terrazzo, ma con un letto disfatto e un lavandino da dividere per lavarci i denti; tu cucinavi la pizza in un forno dall'aspetto vecchio, io scrivevo su un tavolo con la tovaglia con le ciliege lamentandomi del caro vita.
Sai, ora fossi un altro tipo di persona, piangerei, piangerei tantissimo, ma non piango, non piango mai, anche se dovrei, ma se piangessi, si scioglierebbe il trucco ed ho già messo i trucchi nello zaino.

venerdì 20 giugno 2014

Sono convinta che siamo solo amici, (finalmente) lo sono davvero, perché se non lo vedessi come tale, non avrei saputo raccontargli determinate cose, ma nonostante tutto, nonostante sia detto in amicizia, quando leggi determinati messaggi nel pieno della notte, lo stomaco non può non annodarsi, il cuore non può non tremare.
C'è. C'è. C'è.
C'è e non vuole andarsene.
Non sto scrivendo, non mi sto confrontando con me stessa. In pratica, sto evitando di parlare, di sfogarmi, di dire esattamente cos'ho che non va, prima di tutto a me stessa, poi agli altri trovando scuse, sia con me che con loro, per non farlo. Invece dovrei farlo, dovrei parlare con qualcuno, dire tutto quello che non va o se proprio non ne voglio parlare, dovrei scrivere, come ho sempre fatto, ma non riesco a fare né una né l'altra cosa.
Vivo in bilico, come un'equilibrista che cammina su di un filo con sotto il vuoto, ma allo stesso tempo sono seduta in un vagoncino delle montagne russe. Un momento sono su e il momento sto "cadendo" nel vuoto.

domenica 8 giugno 2014

Ieri sera mi sono concessa di essere me stessa, quella vera che tengo sempre un po' nascosta. Ho fumato qualche sigaretta in meno, ho riso per i motivi più stupidi, ho detto le prime cose che mi passavano per la testa, ho sorriso, ho corso ad abbracciare un amico e non mi sono chiusa a riccio davanti a nuove persone.
Forse, devo imparare ad accontentarmi dei piccoli passi avanti che faccio ogni giorno, senza guardare che per arrivare in cima alla montagna, c'è ancora troppa strada.

giovedì 5 giugno 2014

Prima o poi lo capirò perché quando mi sento dentro, in un punto non meglio identificato compreso tra il cuore e lo stomaco dove le farfalle annegano nei succhi gastrici, che ti incontro o anche solo che ti vedo da lontano, io ti incontro o ti vedo da lontano con il tuo stramaledetto cappello variopinto. Quel giorno capirò anche perché quando dico "oggi non lo vedremo in giro" ed è così.
Prima o poi lo capirò perché, ogni tanto, pizzichi un po', come la cicatrice che ho sotto al ginocchio che, nonostante siano passati quattro anni, quando cambia il tempo, se la sfioro, dà ancora fastidio.

mercoledì 28 maggio 2014

La sveglia suona presto, dopo troppe poche ore di sonno.
Autobus, scuola, interrogazioni, verifiche, casino, pausa e di nuovo interrogazioni in orari extra scolastici.
E poi i sorrisi degli altri, le risate senza senso, le piccole soddisfazioni scolastiche e personali, le chiacchiere tra amiche, le sigarette come palliativo a tutto, anche al cuore che, inaspettatamente, capisce, ancora una volta, prima di essere nella stessa zona, prima che gli occhi lo vedano che vi incontrerete. Le sue facce da “non capivo se eri te o meno”, bazzicare la stessa zona, messaggi pieni di racconti.
Sole negli occhi, occhiali in faccia, sorriso sul viso.
Oggi è un giorno buono.

mercoledì 21 maggio 2014

"Se fossi quel genere di gente, ti augurerei il male".
E' chiaro che io non sia quel genere di gente, perché io più che augurarti il male, ti sto augurando il mare.

domenica 18 maggio 2014

But mostly I hate the way I don't hate you - Not even close, not even a little bit, not even at all.

Odio il fatto che ho iniziato a scrivere di te, per l’ennesima volta, perché impossibilitata a soffocare ancora le parole. Odio non saper scrivere di te usando il computer, ma dover prima usare carta e penna, perché sennò non esce neanche mezza parola.
Odio sentire la tua mancanza, la tua presenza ed odio sentire quando ti incontrerò in giro e quando non ti incontrerò, ma non sentire quando posso mettermi l’anima in pace e dormire, tristemente, senza i tuoi messaggi più o meno sensati, o quando aspettare non è una vana attesa.
Odio il tuo modo di camminare, di accennare un sorriso quando saluti, la tua ironia, così sottile che non si sa se scherzi o meno, e soprattutto odio il modo in cui pronunci “Amy!”. Odio anche il fatto che di te apprezzo anche i dettagli stupidi e soprattutto quelli che, negli altri, odio, come il tuo dannatissimo naso enorme.
Odio quando mi consigli canzoni sapendo bene che mi piaceranno, perché conosci i miei gusti ed odio il fatto che sapresti anche quali film consigliarmi.
Odio il fatto che mi conosci, che mi capisci, che sai della mia ansia e delle mie paranoie, ma ancora di più odio il fatto che ti conosco, ti capisco e so cosa ti passa per la testa da come scrivi. Odio sentire il tuo dolore, la tua gioia o ogni tuo dannato sentimento. Odio quanto dici che ti conosco meglio del tuo migliore amico, che di certe cose ne parli solo con me perché solo io ti so aiutare, ma c’è una cosa che odio ancora di più ed è quando ti ritieni grato di sapermi tua amica. Odio sapere che tu ci sei, che ti potrei scrivere delle mie paranoie senza romperti, senza sentirmi stupida ai tuoi occhi. Odio vedere “Dieci cose che odio di te” scrivendo queste cose, anziché guardare Heat Ledger.
Odio avere un groppo allo stomaco, perché non so come stai, perché non sono io nei tuoi pensieri. Odio, quasi più di tutto, che credevo di aver superato il non riuscire a vederti come un amico, come odio il fatto che tu sia veleno e cura, condanna e salvezza.
Più di tutto, però, odio aver sbagliato verbo già dal principio.

sabato 17 maggio 2014

Un passo avanti e cento indietro.

Per ogni passo avanti che faccio, torno indietro di altri dieci oppure finisco ad ogni passo più vicina ad un dirupo, avvicinandomi di spalle, quindi perdendo anche il senso della distanza che c'è tra me ed il baratro.
Il suo dolore mi arriva addosso come un proiettile che, oltre a ferire la pelle, a far zampillare il sangue, rompe qualche osso. Lo sento addosso, come se fosse mio, e mi spiazza, perché essere empatiche e sentire la tristezza altrui, capirla, è una cosa, ma il dolore che ti fa imprecare, come l'acqua gelata quando ti butti in mare prendendo la rincorsa, è tutta un'altra cosa.
E forse tutti i passi avanti che credevo di aver fatto non erano immaginati, ma solo nella direzione sbagliata.

giovedì 15 maggio 2014

Ho dato l'esame di inglese.
L'allergia sta prendendo il sopravvento su di me.
Devo studiare diritto e sono convinta mi manchino più degli appunti sulla moneta.
L'ansia sta diventando il mio pane quotidiano, ma non solo la mia, anche quella degli altri.
Sono stanca, voglio dormire tra le diciotto e le diciannove ore come i koala.
Maggio è un mese che non mi piace, anche se ci sono le fragole.

(Mi piace scrivere post senza alcun senso logico solo per necessità di scrivere)

venerdì 9 maggio 2014

Sono stanca, stanca di tutto.
Stanca di me stessa, prima ancora di essere stanca degli altri. Stanca di non essere quella che voglio – lo sarò mai? – e di non riuscire ad accettarmi, stanca di guardarmi allo specchio e aver voglia di essere invisibile, stanca di sentir parlare bene di me da altri e pensare “ma di chi cazzo state parlando?”, stanca di ricordare che c’è chi mi disse che “l’universo di colori è dentro di te”, quando dentro ho solo una densa melma nera che assorbe tutto, assorbe tutto e tutti e li fa sparire.
Sono stanca di essere quella forte, saggia, quella che sulle proprie ansie e paranoie ci scherza mentre in realtà la stanno soffocando e nessuno lo vede da quanto fumi, da quanto tu sia diventata insensibile, scazzata, cinica e stronza. Sono stanca di schivare gli abbracci, di fingermi forte, di non saper parlare, di non saper dire ad alta voce “io non ce la faccio ad uscirne da sola”.
Sto implodendo, nessuno lo vede.
Sto implodendo, non lo sto facendo a vedere a nessuno.
Sono diventata brava, sono diventata forte.
Sono stanca, stanca di tutto.

sabato 3 maggio 2014

Sometimes, the good girls seem bad girls #1

Sono quella che si potrebbe definire una brava ragazza. Sì, ok, senza un vero e proprio motivo, di nascosto ai miei, mi concedo qualche sigaretta e bevo alcol, ma tutto nella norma e in livelli accettabili, salvo qualche rara eccezione dove ho superato il limite. Nonostante questo, sono davvero quella che si potrebbe definire tale, ma, soprattutto nell'ultimo mese, vengo avvicinata da gente che mi chiede della droga.
L'ultima? Qualche ora fa, camminando a passo svelto per non perdere la corriera, con due amiche tutto tranne che dall'aspetto da "sfattone", veniamo avvicinate da un signore di mezza età, con un accento fiorentino misto romano, alto e tondo con un cappello orribile in testa che, educatamente, ci ferma con un "scusate belle ragazze, posso chiedervi una cosa?" che fin lì uno va pure a pensare "ma chiederà delle indicazioni". AH! Se, te piacerebbe!
No, il continuo della frase è "non è che avete una sigaretta, del fumo o della bamba" con tanto di gesto di pippare e, ovviamente, avvicinandosi a me... ora, ok che giro con la testa mezza rasata, ho la faccia scavata color cadavere e delle occhiaie terribili che sembro la classica ragazza tossicona dei film americani di serie z, ma sembro così tanto una rimastona da chiedere tutto a me?
Mi consolo solo di una cosa: ha fatto sorridere, era un signore educato, logorroico e molto cordiale.

And in other life I would make you stay.

Sento che lo sto perdendo, che si sta allontanando, ma non so se sia la mia paura a farmi convincere di questo o se sia davvero così.
Sento che lo sto perdendo, che si sta allontanando, ed è la stessa sensazione di quando, nel sonno, sogni di dover urlare, ma, nonostante tu stia provando ad urlare con tutta la voce che hai in corpo, non ci riesci, non esce il minimo suono. E' la stessa orribile sensazione.

mercoledì 30 aprile 2014

I wanna see him happy.

Nonostante tutto, mi piace da matti che, di notte, abbia voglia di raccontarmi quelle "scene romantiche in stazione" con lei, di rendermi partecipe di quanto stia bene, di quanto sia felice ultimamente, perché, chissà poi come, mi mette una gran voglia di vivere.
Mi piace saperlo felice, felice più di me, più della gente triste e apatica che incontro ogni giorno sui mezzi pubblici, per la strada. Mi piace la sua felicità.
Lui non lo sa, però, che i suoi racconti mi fan venir voglia di scrivere brevi storie romantiche pieni di gente che vorrebbe saltellare in stazione dopo un bacio, ma si accontenta di sorridere come un ebete.
(Non sa neanche che nel ultimo e breve istante di lucidità prima di addormentarmi, son due notti che mi sfiora il pensiero che "sarebbe bello se, al posto di lei, ci fossi io"... ma poi, giuro, passa).

venerdì 25 aprile 2014

Mi riempio le giornate, esco, corro da una parte all'altra, mi fermo giusto il tempo di mangiare, di sistemarmi e correre di nuovo fuori e se non esco, mi riempio di serie tv, di film. Mi riempio le giornate con gli altri, con la gioia di un amico che, forse, ha trovato una con cui le cose promettono di andar bene, con la tristezza di un'amica che non lascio sola dopo una rottura, con i sorrisi di un'altra amica e le chiacchiere di altra gente.
Mi riempio di altri, di cose da fare, per non sentirmi, per non dover stare da sola con me stessa.
Ho capito che il problema non è il resto del mondo: il problema sono io.

mercoledì 23 aprile 2014

Quando ero piccola, amavo farmi raccontare storie da mio nonno che non era il tipo da raccontarmi storie senza una morale o senza un minimo di contenuto culturale; non mi ha mai raccontato le favole classiche come Biancaneve o Cenerentola, lui era più il tipo da raccontarmi la storia del pastore che gridava sempre "al lupo! Al lupo!". Tra le storie che amavo, non so bene neanche io perché, c'era la storia di Sansone.
Nonno me la raccontava perché Dalila era anche il nome di sua madre, che era battezzata con un altro nome, perché come Dalila, il prete, non la voleva mica battezzare ed io amavo questa storia di quest'uomo che come gli tagliavano i capelli perdeva la forza.
Oggi, dalla parrucchiera mi sono ricordata di nonno e di questa storia, perché più taglio i capelli, più guadagno forza. Sono tornata a casa coi capelli (di nuovo) tagliati cortissimi, per il disappunto di alcune persone, ma son più forte. Mi guardo allo specchio e ho gli occhi di chi vuole riprendere in mano se stessa e portarla in alto.

domenica 20 aprile 2014

lunedì 14 aprile 2014

Some of us have to grow up sometimes.

Fino a qualche mese fa, se mi si chiedeva cosa volevo fare da grande rispondevo "non lo so, ma vorrei fare l'università", perché i miei piani, vaghi, mai ben delineati fino in fondo, si fermavano alla laurea. Ora, alla domanda "cosa farai in futuro?" rispondo con certezza, senza incertezze, spiegando un piano ben delineato, difficile, lungo, forse anche un po' troppo da sognatrice incallita quale sono, ma è lì, solido e, per certi versi, rassicurante
Tutto questo, mi spaventa, perché questo vuol dire che sto veramente crescendo, io che evito di prendere la patente perché, oltre ad aver paura di uccidere qualcuno, non voglio sentirmi parte del mondo dei "grandi", ho già deciso tutto, con gli ovvi piani b, c, d e tutto il resto dell'alfabeto, e penso più in là di domani o del fine settimana. E fa paura, ma fa sentire sicuri, come se si fosse in mezzo all'oceano e, oltre a sapere la meta da raggiungere, si sa con assoluta certezza la rotta e si sa di non poter sbagliare, nonostante le tempeste improvvise che potrebbero arrivare.

venerdì 11 aprile 2014

A smile is enough.

E’ buffo come un “venite a fare un giro con noi?” ricevuto da un’amica possa sconvolgerti non solo il pomeriggio, ma anche il metabolismo che chiede sigarette più di quanto richieda l’ossigeno.
Non riuscire a guardarlo in faccia, senza sapere se era per quelli occhiali che sembrano da donna o se è perché ti devi abituare, per poi finire a ridere, a parlare, a sorridere come se nulla fosse. Come se non fossi con due sconosciuti, oltre a lui che sconosciuto non è, ma neanche poi così conosciuto.
Sorridere come se foste solo tu e la amica ed è bello, a fine giornata, sorridere così. E’ bello, nonostante sull’indice desto ho una piccola vescica bianca causata dal nervoso giocherellare con l’accendino, che sembra ricordarmi che vederlo solo come un amico non sarà una strada facile, ma alla fine va bene così, anche la vescichetta ha smesso di far male, smetterà anche questo e a me resterà questo sorriso vero sulle labbra.
Sorrido, di gusto, non può essere la strada sbagliata, dopo tutto.

lunedì 7 aprile 2014

You had me at hello.

Esco da scuola a passo deciso di chi vuole andare a casa, di chi ha già deciso che al rientro non si presenterà.
Lui gira l’angolo, con gli occhiali più zarri che riesca ad immaginare e la maglia dei Bulls, ma se non avesse salutato, forse, io avrei tirato dritto, senza averlo visto, senza sentito la sua voce. Lui saluta, io vengo riportata alla realtà, le gambe rallentano, nella testa solo bestemmie per maledirmi.
Ho perso l’autobus, poco importa.

giovedì 3 aprile 2014

Ho sempre creduto che, tra ragione e sentimento, io fossi ragione. Purtroppo, mi sto rendendo conto di aver sempre sbagliato tutto.
Sono sentimento. Sono sempre e solo sentimento.

mercoledì 26 marzo 2014

Di "se" e di "ma" ne son piene le fosse.

Avrei dovuto dire “scusa, aspetta un attimo!”, sconfiggere le gambe che tremavano, correre, raggiungerlo dirgli “ciao!”. Avrei dovuto far così, anziché rimanere ferma, con gambe tremanti, urlare il suo nome, sapendo che da lontano non vede un cazzo e che, sicuramente avrà salutato per educazione, come un’emerita imbecille.
Le cose giuste da fare le capisco sempre troppi giorni dopo.

domenica 23 marzo 2014

“Oh, per tutta la vita, lo sai?”

Non importa se la voce si è consumata, uscendo rauca ogni volta che si proferisce parola, e se la gola fa male, perché hai cantato con tutto il fiato che avevi nei polmoni.
Non importa se ogni parte del tuo corpo si lamenta ad ogni movimento, perché, forse, non hai più allenamento per saltare un’ora e passa come se nulla fosse.
Non importa se rimanere svegli è uno sforzo enorme, se la stanchezza sembra schiacciarti, perché le ore di sonno sono molto inferiori alle ore di viaggio e ancora meno rispetto alle ore che hai passato sveglio usando tutte le tue energie.
Non importa se una mano duole per un colpo dato ad una transenna in preda alla rabbia, perché sapere che certe canzoni sono dolci solo in apparenza, non serve a “salvarti” dal momento in cui quella rabbia sarà la tua e cantare è l’unico modo per non farsi schiacciare.
Non importa se tutto non è andato come si voleva, se non si è riuscito a mentre una promessa, se i programmi non sono stati pienamente rispettati, se è mancata nella scaletta quella canzone che è la tua ancora. Non importa, perché, nonostante tutto, certe serate, certi concerti, certi sorrisi, certe risate, certe persone, certe amicizie sapranno ridarti tutta la forza che credevi di aver perso.
“Oh, per tutta la vita, lo sai?”

venerdì 21 marzo 2014

Centoquarantanove.

Centoquarantanove ore di canzoni da farti sentire.
Centoquarantanove ore di cose senza senso da raccontarti.
Centoquarantanove ore di non sapere come stai.

domenica 16 marzo 2014

Domani dovrò mettere una giacca e delle ballerine, come farebbe una persona seria, ma un po’ imbranata che non sa camminare sui tacchi.
Io che non sono mai stata attenta ad abbinare i colori, a vestirmi bene, a non sembrare una sfattona, una punk (pronunciato come si scrive, come dice zia) o una persona (molto) vagamente femminile, dovrò andare in giro con delle scarpe che mi sembrano ciabatte, che solo all’idea di uscirci mi prende freddo ai piedi, con un completo tutto abbinato e l’ansia di sembrare una cretina. Non mi piace uscire dai miei panni, vestirmi come si confà a certi luoghi o a certe occasioni, ma forse, questo fa parte del “mondo dei grandi”: doversi adattare.
Mi adatto, in blu marinaresco e con delle scarpe “femminili” ai piedi. Forse forse, inizio a crescere.

venerdì 14 marzo 2014

"Storia di un naso che comincia a vivere da solo".

Domani mi ritroverò a prendere uno, forse due, autobus dopo per venire a casa, perché la riunione al Museo Navale per l'attività di ricevimento della prossima settimana ce l'hanno messa ad un orario infame e lontano da una fermata che possa andarmi bene, ma penso che va bene, se questo vuol dire rischiare di incontrarti (con lei), mentre stanca, esausta, scoglionata e pure un po' affamata, aspetto un autobus che farà il giro del mondo per arrivare quasi a casa. Va bene, se rischio di incontrarti, dopo quasi centoventi ore di silenzio, di mancanza di messaggi senza senso di notte, e magari anche se con lei mi chiederai se va tutto bene, o forse sarò io a chiedertelo, nonostante lei, e penserò che va bene, anche se stanotte non ci sei ed io, almeno per messaggio, avrei voluto scriverti la storia de "Il naso" di Gogol'.

lunedì 10 marzo 2014

Pochi giorni fa, abbiamo parlato come sarebbe stato non sentirsi più ed io, dopo neanche due giorni che non ci sentiamo, sto testando sulla pelle quella sensazione di vuoto che hai citato tu.
Fa schifo. Affezionarsi, legarsi, fa schifo. Fa dannatamente schifo.

sabato 8 marzo 2014

Ti incontro per strada e divento triste, perché poi penso che te ne andrai.

Tu che cammini per strada con lei mentre io ti vedo con qualche metro d'anticipo, ma già troppo tardi per evitarti, per poter imboccare la strada a sinistra, anziché quella di destra, e scombussoli tutto il fragile equilibrio che avevo creato, per me stessa, oggi.
Io con la mia parlantina che tartassa le orecchie di un'amica.
Tu che cammini con lei, che non è altro che un'immagine fuori fuoco al limite del punto cieco dei miei occhi.
Io con la mia voglia di sparire, di non incrociarti, perché inizia già a tremare tutto ancora prima del tuo "ciao".
Tu che rallenti, ti sposti un po' per farti vedere, per salutare.
Io che perdo le parole, io che di parole ne ho sempre troppe, e non riesco a far altro che alzare una mano ed accennare un sorriso (mi domando se mi sia arrivato negli occhi).
Sarebbe bello dirti quanto fossi buffo con quelli occhiali tondi dalla lente a specchio e quanto mi tremasse tutto il corpo, per la voglia di farsi stringere da te.

lunedì 3 marzo 2014

Sto sorridendo, un sorriso che non avevo da mesi, di quelli che dalle labbra passano agli occhi, al modo di fare, alla voglia di spaccare il mondo, al non sentire la paura di questi vent'anni che sembrano una montagna da scalare a mani nude.

sabato 1 marzo 2014

La riproduzione casuale ha passato Il Meglio Arriverà, a tradimento e inaspettatamente, quando tra un’ora sarò a correre in stazione per rivedere le amiche, mia cugina e mia nonna.
Forse, quella canzone, sarà sempre lì a ricordarmi quanto questa, nonostante tutto, sia casa mia, quanto le cose belle stanno “negli occhi di chi sa guardare”.
Oggi va tutto bene.

sabato 22 febbraio 2014

Stanotte, lui dormirà con lei.
Stanotte, io dormirò con la borsa dell'acqua calda.
Lui sarà felice per essere con lei.
Io ripenserò alle ultime cose che ci siamo scritti ieri notte.
E qualcosa non va, qualcosa stride, è sbagliato e non è il periodo sintattico iniziato con una congiunzione.

lunedì 17 febbraio 2014

Baby, we both know that the nights were mainly made for saying things that you can’t say tomorrow day.

Continuiamo a scambiarci confessioni su noi stessi, e sulle nostre vite a notte, a notte fonda, come se quei messaggi fossero cose normali, come se la fiducia che affidiamo nell'altro fosse cosa da tutti i giorni.
Lui continua a dire che come lo capisco io, nessuno, a dire che certe cose le dice solo a me, perché si fida.
Io a volte mi apro, lascio intravedere chi sono davvero, a volte mi faccio male scrivendogli “E con lei come va?” sapendo che la risposta farà male. A volte, io, mi calpesto da sola augurandogli davvero la felicità con lei o pensando di provare a convincerlo a venire a quel concerto, come se certe canzoni live non saranno già abbastanza dure senza di lui affianco.
Noi continuiamo ad esistere di notte, al giorno siamo solo due persone che si scambiano messaggi per tutta notte e che, se si incontrassero per strada, si limiterebbero ad un misero “ciao”.
Continuiamo una cosa a cui non trovo un senso, come non trovo un senso a questa voglia matta di Benson blu che mi farebbero puzzare di fumo.
Chissà se, a lui, l’hai mai sfiorato il pensiero di come sarebbero andate le cose tra noi se avessimo agito diversamente. Chissà se qualche rimpianto non l’hai mai colto in piena notte.
Chissà se si ricorda di quella canzone, di cui mi dedicò un pezzo, che prima di lui amavo ed ora odio.
(Troppe ore da qui a te).

venerdì 14 febbraio 2014

martedì 11 febbraio 2014

In One Day siamo nel 2000, Emma ha avuto il coraggio di chiedere se lui amava la sua fidanza, lui le risponde di sì, che la adora.
Io guardo, ho un magone assurdo in gola che non riesco neanche a degluttire e non vorrei sentirmi tanto come lei.

lunedì 10 febbraio 2014

Oggi sembra andare tutto di merda, non riesco a studiare storia dell’arte – storia dell’arte! – o qualsiasi altra cosa, non riesco neanche a scrivere. Questa, è la cosa peggiore.
Vorrei essermi incazzata, stanotte quando m’ha mandato quel messaggio del cazzo, ma mi accontenterei di incazzarmi ora, di riuscire a scrivere, ad urlare, a piangere, a fare qualsiasi cosa che mi permettesse di svuotarmi.
Mi scoppia la testa, di Duccio, Martini, Cimabue, Giotto, del gotico internazionale e del primo 400 a Firenze non so un cazzo, delle ramanzine delle amiche so tutto.

domenica 9 febbraio 2014

Penso che mi metterò a studiare tecniche della comunicazione, anche se oramai quel capitolo lo conosco a memoria, saprei persino dire alla prof. dove sono i punti e le virgole nel testo. Penso che lo farò maniacalmente, giusto per non pensare ad altro.
Penso che oggi c'era il sole e mi son nascosta, di nuovo, dietro agli occhiali da sole, ma in compenso sono uscita senza sciarpa. Penso che, domani, uscirò senza sciarpa, anche se ci fosse il diluvio, ultimamente, quando la metto, mi sento soffocare. Penso che non lo sento da diversi giorni e mi sto convincendo che non ci sentiremo più, ma non so se sia un più vero o se sarà fino a quando non finirà anche questa storia, so solo che me ne sto convincendo. Ed è ok, nonostante mi bruci la gola a pensarlo, vuol dire che con lei va abbastanza bene da non aver più bisogno di parlare con me, di tutto e di niente, fino a quando uno dei due non crolla addormentato e non risponde più. Forse, non è davvero ok, ma voglio che lo sia. Penso che la cosa che mi faccia più male di tutta questa storia sia anche il solo aver pensato che potesse davvero succedere qualcosa, di aver pensato davvero che, per una cazzo di volta, potesse andarmi bene. Penso che sia l'essermi anche solo buttata un minimo, aver detto come stavano le cose da parte mia, sia il motivo per cui son due giorni che faccio sogni assurdi. Penso che abbia ragione la mia maestra delle elementari a dirmi di non pensare agli "avrei potuto", forse mi conosce ancora bene.
Penso che sentirò Sole di settembre, pur sapendo che quando arriverà quella frase sarà come essere presa a calci e pugni da dei giocatori di rugby.
Penso che per oggi mi concedo un altro po' di tristezza, domani torno a convincermi che andrà tutto bene.