Ero in montagna a sciare quando un'amica mi ha scritto cosa avessi in programma per il 23 di giugno. Dopo un primo momento di confusione, ho capito che le erano stati regalati due biglietti per l'unica data italiana dell'Aerovederci Baby Farewell Tour degli Aerosmith e che aveva pensato di andare a vederli con me regalandomi uno dei due biglietti. Voi non immaginate la gioia con cui ho reagito a quel messaggio, davanti allo sguardo rassegnato di mio padre e quello perplesso del suo amico e di mio cugino. La data sembrava non arrivare mai, così per non farci la bocca e non rimanerci male se fosse successo qualcosa e non fossi potuta andare o, peggio ancora, se l'avessero annullato, ho deciso di pensarci il meno possibile. Stranamente, per mesi non mi sono neanche informata su chi avrebbe aperto, sui gruppi minori, ero entrata in modalità "non sperarci, non illuderti" e infatti che la band di apertura, insieme a due artisti minori a scaldare il pomeriggio, erano niente di meno che i Placebo, l'ho scoperto qualche mese fa, beccandomi della stronza da una mia compagnia di corso che non sarebbe stata al concerto.
All'alba della fatidica data, però, prese da mille impegni personali, ci siamo ritrovate senza un posto in cui dormire con le uniche stanze prenotabili a chilometri di distanza o a prezzi inaccessibili, così a qualche giorno dal concerto ci siamo dette "vabbe, fa caldo, si sta in giro per Firenze tutta la notte" - e per me sarebbe stata la realizzazione di una cosa che dico da anni, quella di passare in giro la notte post concerto -, ma alla fine, un'amica ha contattato un suo amico che ci ha offerto due letti, un bagno e un tetto sulla testa per la notte. Così, nel bel mezzo dello studio mi sono ritrovata a dover andare dal Decathlon a prendere uno zaino che rientrasse nei litri ammessi dalla security e a preparare uno zaino con lo stretto indispensabile per passare un giorno via di casa e, per la prima volta, sono davvero andata via con il minimo indispensabile e il libro su Gianni Toti e la poetronica da studiare durante le due ore di treno.
A Firenze ci ha accolto il caldo di una giornata di giugno con un sole che spaccava le pietre, un autobus in cui non si respirava e tre piani da fare a piedi in un palazzo vecchissimo che, per trovarlo, ho dovuto chiedere indicazioni a un signore in bicicletta, perché Google Maps non era chiaro sul indicare come arrivare alla via. E Dio benedica i fiorentini e la loro gentilezza! Abbiamo trovato il palazzo, le scale ripidi del vecchio palazzo e F., il silenzioso amico di un'amica a cui penso ancora di dedicare una statua. Riposate un attimo, siamo riuscite, ci ha fatto strada fino al Visarno - con me e L. che ci domandavamo davvero se saremmo state in grado di ritrovare la strada al ritorno - e dopo una lunga camminata e aver salutato F., che avremmo ritrovato solo a concerto finito e sulla strada di casa, siamo arrivate a un Visarno supercontrollato.
Firenze a giugno la sconsiglio, davvero. Stare in un campo con pochissimi punti d'ombra ancora meno, per dirvi quanto ve lo sconsiglio, ho sfiorato lo svenimento dopo aver mangiato un gelato troppo velocemente mentre la mia pressione giocava con le montagne russe, ma questa è un'altra storia.
Alle 19 spaccate hanno iniziato i Placebo che, per quanto mi piacciono, tre loro canzoni rientrano tra le canzoni che amo da anni e prima di sentirli fossi contenta di vederli, non rientrano di certo nelle band per cui farei salti mortali per vederli, ma dopo averli sentiti suonare dal vivo - sentiti, perché visti li vedevo dal mega schermo visto che sono alta un metro e uno sputo e sembravano tutti altissimi - mi sono ripromessa di andarli a vedere di nuovo. Brian Molko, se lo sentiti parlare, sembra un po' un cartone animato, ma poi inizia a cantare e vuoi o non vuoi quello che canta ti arriva sottopelle, anche quando non è facile stare dietro alle parole che canta. Special Needs, Special K e Too Many Friends mi hanno portato a un passo dalle lacrime, le altre mi hanno caricato, anche se raramente si sono fermati a parlare - avrà salutato una volta e poi è sceso in silenzio - ma le parole diventano superflue quando suoni come hanno suonato.
Hanno suonato per un'ora, per poi lasciare un'ora per preparare per gli Aerosmith. Alle 21, sui maxi schermi parte un video che ripercorre la loro storia e poi c'è stato un boato, è arrivata la musica e sullo schermo sono comparsi loro. Certo, noi che eravamo dietro e vedevamo dallo schermo abbiamo dovuto far partire i cori per averlo acceso che, a 'na certa, era spento e basta, ma importa poco, perché gli Aerosmith erano lì vestiti come se fossero ancora dei giovani pischelli partiti da "Boston, Massachusetts" e diventati famosi in tutto il mondo. Steven Tyler a sessantanove anni spazza via i ventini per come si muove, ma soprattutto perché passa da un acuto a suonare la fisarmonica, il piano e lanciare i suoi braccialetti alla gente nel pint - li odio un po' -; Joe Perry, che la sera prima ha suonato con dei ragazzi per le strade di Firenze, come anche Brad Whitford, Tom Hamilton e Joey Kramer (Joey che, essendo stato il suo compleanno qualche giorno prima, si è beccato un coro di tanti aguuri da cinquantamila voci) dominano lo strumento, scaldano la folla, la dominano, la fanno ballare, cantare, vivere con quelle emozioni che solo band navigate e affiatate che mettono insieme generazioni diverse possono fare. E' stato indescrivibile, passare da ballare ad avere la pelle d'oca a cantare I Don't Wanna Miss A Thing, come indescrivibile è stata Dream On.
La verità che cerco di parlarne per realizzarlo, ma se non fosse per le foto, gli audio e il piccolo ciondolo a forma di plettro viola con su scritto Firenze Rocks 2017 io continuerei a pensare che sia stato un sogno. Uno di quelli belli da cui non vuoi svegliarti.
martedì 27 giugno 2017
Nelle puntate precedenti di Daytime Origami.
Ho preparato un esame da 12 crediti con quattro libri - per un totale di circa 654 pagine + due semestri di appunti - in venti giorni, dormendo poco e niente, perché finivo di studiare a tarda notte e poi tra caldo e ansia le notte le passavo a rigirarmi nel letto e stamattina, mentre aspettavo il mio turno in un corridoio senza finestre di dimensioni 2x2, sentivo che avrei vomitato da un momento all'altro, ma alla fine quando hanno chiamato il mio cognome - ovviamente sbagliando la pronuncia, sia mai che lo azzecchino - ho fatto un respiro profondo dicendomi mentalmente che avevo studiato, avevo studiato tanto e bene, che il corso racchiudeva alcune delle cose che più amo e che non poteva andare tanto male. L'assistente, che si ricordava di me da un corso che ho dovuto fare un anno fa, mi ha fatto partire da dove volevo e le parole uscivano spontanee, anche sulle domande che mi ha fatto. La docente ha voluto sapere quale incontro mi fosse piaciuto di più, prima di farmi pare di Toti e, prima di parlare, ho pensato a nonno, ai punti in comuni tra l'artista che avevo scelto di portare e mio nonno e mi sono ritrovata a parlare con una tranquillità che non provavo da anni. Per il voto ho dovuto aspettare un tempo infinito, quando io volevo solo uscire da quell'ambiente caldo, smetterla di sentire chiedere "cosa ti ha chiesto?" o la gente che iniziava ad andare nel panico e a non ricordarsi le cose. Ho convalidato il voto con un sorriso sul viso, non per il contrasto tra il voto dell'esame precedente e questo, ma perché avevo studiato, avevo parlato tranquilla spiegando tutto e senza cadere nei tranelli della mia ansia che se ne stava seduta sulla mia spalla e cercava di distrarmi.
Nel mentre preparavo questo esame, mi sono concessa una capatina veloce veloce a Firenze per il Firenze Rocks - che merita un post a sé - e vi giuro che l'emozione di cantare I Don't Wanna Miss A Thing in coro con altre 50mila persone con Steven Tyler e il resto degli Aerosmith su un palco a diversi metri di distanza devo ancora scrollarmela di dosso.
Ho socializzato con un bambino. Non sarebbe niente di speciale se non fosse che io non amo particolarmente i bambini, ma loro inspiegabilmente amano me. Questo bambino, figlio di vicini, era qua a cena domenica sera, io subito dopo mangiato sono tornata a studiare, ma dopo poco è arrivato a chiedermi se avevo della musica ed è finita che non ho studiato se non dopo mezzanotte, perché ha voluto giocare con me. Dal piano di sotto sento la sua festa di compleanno, fa cinque anni, madre li ha regalato un completo di Capitan America che si è voluto mettere subito. Lo odio un po' meno di altri bambini, anche se ha urlato per tutti i venti giorni in cui io volevo silenzio.
Fa un caldo disumano, ma domani danno allerta meteo per pioggia, speriamo.
Ah. "Daytime Origami" è la parodia di una serie americana iniziata da poco, tale Daytime Divas e, per quanto lo studio mi abbia fatto vedere solo due puntate, io ve la consiglio.
Nel mentre preparavo questo esame, mi sono concessa una capatina veloce veloce a Firenze per il Firenze Rocks - che merita un post a sé - e vi giuro che l'emozione di cantare I Don't Wanna Miss A Thing in coro con altre 50mila persone con Steven Tyler e il resto degli Aerosmith su un palco a diversi metri di distanza devo ancora scrollarmela di dosso.
Ho socializzato con un bambino. Non sarebbe niente di speciale se non fosse che io non amo particolarmente i bambini, ma loro inspiegabilmente amano me. Questo bambino, figlio di vicini, era qua a cena domenica sera, io subito dopo mangiato sono tornata a studiare, ma dopo poco è arrivato a chiedermi se avevo della musica ed è finita che non ho studiato se non dopo mezzanotte, perché ha voluto giocare con me. Dal piano di sotto sento la sua festa di compleanno, fa cinque anni, madre li ha regalato un completo di Capitan America che si è voluto mettere subito. Lo odio un po' meno di altri bambini, anche se ha urlato per tutti i venti giorni in cui io volevo silenzio.
Fa un caldo disumano, ma domani danno allerta meteo per pioggia, speriamo.
Ah. "Daytime Origami" è la parodia di una serie americana iniziata da poco, tale Daytime Divas e, per quanto lo studio mi abbia fatto vedere solo due puntate, io ve la consiglio.
sabato 17 giugno 2017
My old friend.
16 giugno 2017.
Dovrei continuare a studiare, ho un esame tra dieci giorni e ho riscattarono dallo scivolone dell'ultimo esame.
Ultimo esame dove eri lì con me, come sei oggi qui, cone tutte le notti negli ultimi mesi e non te ne vai. Anche ora sei qua, non come un'entità astratta, ma come un blocco di marmo che mi schiaccia il petto, una mano invisibile che sta stringendo la sua presa su cuore e polmoni che fanno fatica a lavorare. Sei un piccolo mostricciatolo che seduto sulla mia spalla mi sussurra negatività che non so più se sono frutti del tuo sacco o se ti limiti a esporre la realtà.
Evito gli inviti, invento scuse per non andare a fare serata con le amiche… soldi, devo studiare, ho gia un impegno, ma la realtà è che ho paura. Paura di te, di me. E se finisse come quella volta in riva al mare, se finisse come quella volta in cui costrinsi tutti a tornare a casa alle 7 di mattina perché sono stata male e ho un vuoto di ore che ho ricostruito solo grazie ad altri? O se invece mi sentissi male come quelle volte a scuola in cui rimanevo lucida mentre mi sembrava di affogare e di non riuscire a uscire dall'acqua per fare entrare aria nei miei polmoni anziché acqua?
Forse dovrei avere il coraggio di dire ad alta voce “ho un problema” e poi “ho bisogno di aiuto, da sola non riesco”, ma io non ce la faccio ad ammettere di avere un problema, di avere bisogno di aiuto, di avere un punto debole. No, non riesco e tu di questo ti nutri diventando più forte giorno dopo giorno.
Com'era prima di te?
Come stavo?
Chi ero?
Chi sono?
Ho la sensazione che tu stia diventando me, che tu stia divorando tutto e che tu stia finendo con il definire chi sono. Non sono più io che ho l'ansia. Sei tu ad avere me.
Io sono la mia ansia.
Ho fame, vorrei una pizza coi funghi anche se fa caldo, ma quando metto il cibo in bocca deglutire fa quasi male, è come se i bocconi fossero troppo grandi sia da masticare che da buttare giù. Allora bevo tanta acqua, tante bevande zuccherate, mi costringo a mangiare a cena e a ogni boccone mi ripeto nella testa “non devi dargliela vinta. Mangia.”.
E’ un combattimento costante, forse è per questo che quasi ogni notte sogno di scontrarmi con un lupo che mi batte sempre. Dimostra di comandare lui.
Comandi tu.
Mi comandi tu.
Ti ho scritto come se fossi una persona, perché oramai sei così presente che non sei più astratta, sei quasi tangibile. Ti ho scritto perché così mi libero di questa morsa al petto e posso tornare a studiare di questo mondo di cui vorrei fare parte, di radio, di comunicazione, di cose belle che tu mi stai rovinando.
Ora respiro meglio rispetto a molte righe fa, scrivere aiuta, ma non è possibile farlo sempre.
Il CD nello stereo è finito, le macchine corrono sul viale e le sento dalla finestra aperta da cui non entra aria. Tutto va avanti, io mi sento impantanata nelle sabbie mobili, se mi agito potrei solo sprofondare più velocemente. Allora mi fermo, cerco di analizzare come uscirne.
Posso tornare a studiare?
A essere me?
A essere libera da te?
martedì 23 maggio 2017
Ho aperto il blog, ho cliccato su "Nuovo post" per scrivere, per vomitare fuori tutto quello che mi gira in testa da stanotte, tutto quel malessere che mi ha fatto evitare accuratamente di fermarmi a sentire un telegiornale, di guardare le news accompagnate da video e audio, ma è dieci minuti che litigo con le parole che faccio uscire. Mi sembrano tutte sbagliate.
La verità è che è da stanotte che mi sento in colpa per tutti i concerti a cui sono andata, per tutte le serate felici, per tutte le lacrime sotto i palchi, per le risate, le notti in cui ho perso la voce, per le persone che ho incontrato e poi perso, per tutte le amiche che ho conosciuto grazie alla musica, grazie a un concerto. Mi sento in colpa perché esattamente un mese prima io ero ad un concerto e ridevo con un'amica sul "quando non puoi andare al coachella, e allora porti il coachella al forum" perché ridevamo facendo le stupide con le coroncine di fiori, con la collana hawaiana presa per un suo amico. Mi sento in colpa perché io da quel concerto sono uscita sudata per aver ballato e la voce un po' ammaccata per cantare, sono uscita viva e sono andata ad una festa. Ho riso, ho fatto tardi e sono rientrata a casa.
Ho visto non so più quanti concerti, visti con mio padre, mia madre, le amiche, da sola. Ho conosciuto persone, alcune perse mentre altre sono miei amiche. Ho vissuto l'ansia del prima, la gioia del durante e la tristezza del dopo. Ho storto la bocca per date troppo lontane, ho esultato per quelle vicine a un prezzo fattibile. Ho macinato chilometri, vissuto disagi per scioperi dei treni, ore di macchina e d'attesa fuori da cancelli chiusi nelle peggiori condizioni meteorologiche. Ho vissuto ogni concerto sentendomi al posto giusto, al sicuro. Erano il mio posto sicuro, la mia fuga da una vita che mi colpiva mentre già ero a terra. Erano un luogo che non era un vero luogo perché ogni volta era diverso, ma quello dove ti senti sicuro, mai da solo anche quando non sei in compagnia. E mi sento in colpa per tutto questo. Mi sento dannatamente in colpa, perché per molti quello sarà stato il primo concerto, quello che io ricordo con la gioia di aver scoperto che nonostante tutto puoi stare bene, mentre per loro sarà un incubo che si ricorderanno sempre. Per altri, è stato il primo concerto e l'ultimo giorno della propria vita.
E' tutto il giorno che leggo cose, parlo con le amiche, mi confronto, so che lo sgomento non è solo mio, che il senso di colpa è condiviso e quella sensazione di "e il prossimo concerto come lo vivremo?" la condivide chiunque viva i concerti come li vivo io. E' tutto il giorno che mi confronto coi pensieri altrui per evitare i miei di pensieri. E' da quando mi sono alzata che leggo di gente che scrive che abbiamo vinto noi perché non rinunceremo a vivere, che non vinceranno perché la paura non ci fermare e forse è vero, forse hanno ragione loro, come forse avevo ragione quando prima ho detto a mia madre "ma' per le statistiche dovrei avere anche paura a mettermi alla guida o a prendere un treno, lo sai?" dopo che ha commentato che non starà più tranquilla a sapermi ad un concerto - lei che a sedici anni mi ha lasciato per un'intera giornata all'Arena Parco Nord per un festival - o forse sbagliavo. Ma che importa?
Non c'è un vincitore, non c'è perché quasi ogni giorno da qualche parte lontano da qua qualcuno muore così e la maggior parte di noi siamo indifferenti. Non ha vinto nessuno, abbiamo perso tutti, perché questi atti di violenza sono solo una sconfitta collettiva.
La verità è che ho scritto perché gli attentati mi feriscono sempre sia che succedano "vicino" sia che succedano "lontano", ma questa volta hanno fatto vacillare l'unica certezza che mi era rimasta: i concerti sono il mio posto sicuro.
E non è più sicuro.
Ho visto non so più quanti concerti, visti con mio padre, mia madre, le amiche, da sola. Ho conosciuto persone, alcune perse mentre altre sono miei amiche. Ho vissuto l'ansia del prima, la gioia del durante e la tristezza del dopo. Ho storto la bocca per date troppo lontane, ho esultato per quelle vicine a un prezzo fattibile. Ho macinato chilometri, vissuto disagi per scioperi dei treni, ore di macchina e d'attesa fuori da cancelli chiusi nelle peggiori condizioni meteorologiche. Ho vissuto ogni concerto sentendomi al posto giusto, al sicuro. Erano il mio posto sicuro, la mia fuga da una vita che mi colpiva mentre già ero a terra. Erano un luogo che non era un vero luogo perché ogni volta era diverso, ma quello dove ti senti sicuro, mai da solo anche quando non sei in compagnia. E mi sento in colpa per tutto questo. Mi sento dannatamente in colpa, perché per molti quello sarà stato il primo concerto, quello che io ricordo con la gioia di aver scoperto che nonostante tutto puoi stare bene, mentre per loro sarà un incubo che si ricorderanno sempre. Per altri, è stato il primo concerto e l'ultimo giorno della propria vita.
E' tutto il giorno che leggo cose, parlo con le amiche, mi confronto, so che lo sgomento non è solo mio, che il senso di colpa è condiviso e quella sensazione di "e il prossimo concerto come lo vivremo?" la condivide chiunque viva i concerti come li vivo io. E' tutto il giorno che mi confronto coi pensieri altrui per evitare i miei di pensieri. E' da quando mi sono alzata che leggo di gente che scrive che abbiamo vinto noi perché non rinunceremo a vivere, che non vinceranno perché la paura non ci fermare e forse è vero, forse hanno ragione loro, come forse avevo ragione quando prima ho detto a mia madre "ma' per le statistiche dovrei avere anche paura a mettermi alla guida o a prendere un treno, lo sai?" dopo che ha commentato che non starà più tranquilla a sapermi ad un concerto - lei che a sedici anni mi ha lasciato per un'intera giornata all'Arena Parco Nord per un festival - o forse sbagliavo. Ma che importa?
Non c'è un vincitore, non c'è perché quasi ogni giorno da qualche parte lontano da qua qualcuno muore così e la maggior parte di noi siamo indifferenti. Non ha vinto nessuno, abbiamo perso tutti, perché questi atti di violenza sono solo una sconfitta collettiva.
La verità è che ho scritto perché gli attentati mi feriscono sempre sia che succedano "vicino" sia che succedano "lontano", ma questa volta hanno fatto vacillare l'unica certezza che mi era rimasta: i concerti sono il mio posto sicuro.
E non è più sicuro.
lunedì 24 aprile 2017
"In due è amore, in tre una festa" e in quasi diecimila è "un bel concerto da mitomani" con Lo Stato Sociale.
La prima volta che ho visto Lo Stato Sociale dal vivo era estate, era agosto ed era il 2012 - quanti anni avevo? 18? - e lo ricordo perché era un concerto in spiaggia, a quel festival estivo gratuito che prego ogni anno che riescano a (ri)organizzare ogni anno, perché oltre ad animare questa zona, porta sempre delle gran belle serate - oltre a darmi qualche gioia che porto dentro per anni, come Lo Stato Sociale o i Tre Allegri Ragazzi Morti.
Mi ricordo che, ad andarli a vedere, mi convinse un'amica che, ora, non so neanche se li ascolta più. Io di canzoni ne conoscevo ben poche, ma quelle poche che conoscevano mi piacevano parecchio - cinque anni dopo, Magari non è gay ma aperto è ancora nella top ten delle mie personali preferenza di questa band - e così andai, trascinandomi dietro qualche altro amico che non apprezzando molto la musica che facevano, non mi fece godere il concerto. Non ricordo se mi hanno disturbato la serata o se mi hanno trascinato via, per poi tornare, facendomi perdere qualche canzone, però ricordo che non me lo sono potuto godere e, col senno di poi, dico che mi dispiace. Il 2012 era l'anno di uscita di Turisti Della Democrazia, anno in cui piano piano, grazie soprattutto al web e al passaparola, la band si è fatta conoscere sempre di più, passando da piccole piazze a luoghi sempre più capienti.
Quando nel settembre 2015 andai al concerto della Garrincha a Firenze - concerto a cui andai soprattutto per la band prima di loro mentre due amiche erano lì soprattutto per Lo Stato Sociale - mi ritrovai davanti ad una band cresciuta: prima di tutto, c'era un vero e proprio palco, cosa che non c'era alla prima volta in cui li vidi, le luci erano quelle di un vero concerto, i microfoni erano molto migliori, ma quello che spiccava era che la band aveva preso più confidenza col palco, ma senza perdere quell'aria scanzonata di gente che si diverte, che dice quello che gli passa per la testa non dando peso al fatto che quello che potrebbero dire potrebbe far storcere la bocca a qualcuno. Il pubblico sotto al palco, oltre alla band sopra, era cambiato, perché quello in cui mi ritrovai nel 2015 sapeva tutte le canzoni, le cantava a squarcia gola, pogava, sudava, si divertiva molto di più di quello acerbo e poco informato di tre anni prima. Comunque, anche quel giorno, se qualcuno mi avesse detto cosa sarebbe successo quasi due anni dopo, avrei detto "sì, vabbe, mi prendi per il culo" e, probabilmente, l'avrebbe detto Lo Stato Sociale stesso.
Cosa è successo quasi due anni dopo?
Quasi due anni dopo, sabato 22 aprile 2017 per l'esattezza, Lo Stato Sociale ha riempito con quasi diecimila persone l'Assago Forum. Certo, qualche voce polemica a questa mia cosa potrà pure dire "c'è chi il Forum l'ha riempito" e non sarei stupita di questa affermazione, ma con tutta la calma del mondo potrei pur spiegare che chi c'è riuscito o sono grandi nomi nazionali o lo sono a livello internazionale. Non è proprio il caso de Lo Stato Sociale che, effettivamente, non ha di certo grandi passaggi in radio, non ha grandi supporti mediatici, non ha avuto grandi sponsor per il concerto. Ho seguito questa band per anni, a periodi alterni di entusiasmo estremo a quelli in cui li ascoltavo o leggevo qualcosa su di loro distrattamente, ma praticamente ho vista band almeno una volta in ogni fase della sua evoluzione, da una spiaggia in una provincia dimenticata a al Forum. Quella che ho avuto sabato "davanti" - davanti si fa per dire, per la prima volta ho fatto un concerto dalla piccionaia, anche se questo non ha limitato il mio entusiasmo e delle persone con e intorno a me - era una band evoluta, ma non per questo meno emozionata, meno cazzara, meno libera di parlare. Hanno riempito quasi totalmente il Forum, arrivando per una strada alternativa che non è quella dei talent, dei singoli con grandi passaggi in radio - in cinque anni, credo di aver beccato una sola volta una canzone loro in radio e di radio ne sento diverse - o di grandi major che tirano in mezzo sponsor e quant'altro e questo non lo dico per polemica verso altri, che ognuno fa la strada che vuole e quella che si ritrova davanti, ma perché come hanno sottolineato loro dal palco, c'è sempre una strada alternativa per arrivare a fare quello che si sogna. Sono la solita band di sempre, quella che non si vergogna di dire che "è band antifascista, antisessista, antimilitarista e che prima di ogni tour firma una piccola clausola che dice: ogni volta che vai sul palco devi dire “La Lega fa schifo”.", non limitando neanche le battute contro Salvini che facevano partire grandi boati - e, ho letto di qualcuno che si è risentito di quanto detto, perché la musica dovrebbe essere apolitica... ma hanno comprato il biglietto alla cieca? I figli che hanno accompagnato non li hanno mai fatto sentire qualche pezzo prima del concerto? - e applausi, per confermarsi i soliti di sempre che parlano dicendo quello che vogliono. La scaletta era varia, alternando pezzi del cd uscito a marzo a quelli del passato - per questo posso dichiararmi una persona felice visto che hanno fatto quasi tutte le canzoni che preferisco, compreso Forse più tardi un mango adesso canzone che io ho aggiunto accanto al disegno di un ananas su un banco in università - e nonostante una voce iniziale, una voce femminile, metallica e impersonale, aveva iniziato la serata dicendo "ci scusiamo per la mancanza di scenografie, ma a fare i prezzi bassi non ci sono i soldi per fare le ficate", la scenografia c'era ed era anche efficace al contesto: erano giochi di luci, balletti della band sul palco o video mandati su uno schermo alle loro spalle sul palco. E' stato un concerto che ha fatto pogare la platea, cantare tutto il forum e far ballare le persone anche sul terrazzino della platea C, ma tutte le belle sensazioni di un concerto con una scaletta composta da circa 25 pezzi - di cui una era una cover di Bello Figo suonata al pianoforte da un solitario Lodo - si potrebbero riassumere in Niente Di Speciale, quando il forum è stato illuminato dai cellulari - e da qualche accendino qua e là - mentre la canzone veniva suonata alla pianola.
Nel 2012 ho visto una band acerba, ma con buone qualità.
Nel 2017 ho viso una band cresciuta, evoluta con sonorità varie, testi scanzonati, testi arrabbiati, testi a volte criptici a volte diretti, ma una band con grandi qualità sia su disco sia e soprattutto sul palco, da dove sa coinvolgere, sa far cantare, ballare, sudare, emozionare, ridere e perfino far dire "ora potrei piangere io" (e fidatevi, mi è stato detto).
Mi ricordo che, ad andarli a vedere, mi convinse un'amica che, ora, non so neanche se li ascolta più. Io di canzoni ne conoscevo ben poche, ma quelle poche che conoscevano mi piacevano parecchio - cinque anni dopo, Magari non è gay ma aperto è ancora nella top ten delle mie personali preferenza di questa band - e così andai, trascinandomi dietro qualche altro amico che non apprezzando molto la musica che facevano, non mi fece godere il concerto. Non ricordo se mi hanno disturbato la serata o se mi hanno trascinato via, per poi tornare, facendomi perdere qualche canzone, però ricordo che non me lo sono potuto godere e, col senno di poi, dico che mi dispiace. Il 2012 era l'anno di uscita di Turisti Della Democrazia, anno in cui piano piano, grazie soprattutto al web e al passaparola, la band si è fatta conoscere sempre di più, passando da piccole piazze a luoghi sempre più capienti.
Quando nel settembre 2015 andai al concerto della Garrincha a Firenze - concerto a cui andai soprattutto per la band prima di loro mentre due amiche erano lì soprattutto per Lo Stato Sociale - mi ritrovai davanti ad una band cresciuta: prima di tutto, c'era un vero e proprio palco, cosa che non c'era alla prima volta in cui li vidi, le luci erano quelle di un vero concerto, i microfoni erano molto migliori, ma quello che spiccava era che la band aveva preso più confidenza col palco, ma senza perdere quell'aria scanzonata di gente che si diverte, che dice quello che gli passa per la testa non dando peso al fatto che quello che potrebbero dire potrebbe far storcere la bocca a qualcuno. Il pubblico sotto al palco, oltre alla band sopra, era cambiato, perché quello in cui mi ritrovai nel 2015 sapeva tutte le canzoni, le cantava a squarcia gola, pogava, sudava, si divertiva molto di più di quello acerbo e poco informato di tre anni prima. Comunque, anche quel giorno, se qualcuno mi avesse detto cosa sarebbe successo quasi due anni dopo, avrei detto "sì, vabbe, mi prendi per il culo" e, probabilmente, l'avrebbe detto Lo Stato Sociale stesso.
Cosa è successo quasi due anni dopo?
Nel 2012 ho visto una band acerba, ma con buone qualità.
Nel 2017 ho viso una band cresciuta, evoluta con sonorità varie, testi scanzonati, testi arrabbiati, testi a volte criptici a volte diretti, ma una band con grandi qualità sia su disco sia e soprattutto sul palco, da dove sa coinvolgere, sa far cantare, ballare, sudare, emozionare, ridere e perfino far dire "ora potrei piangere io" (e fidatevi, mi è stato detto).
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| “Siete il più grande si può fare della nostra vita”. - Lodo. |
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| (uno screen del mio video non rende quanto fosse illuminato il forum) |
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| (si ringrazia l'amica Way per questa foto) |
E dopo aver cercato di raccontare con estrema lucidità questo concerto, cosa non proprio da me, volevo spendere due righe per dire quanto sia bello avere accanto qualcuno che ti dà corda quando dici "se noi non possiamo andare al Coachella, portiamo il Coachella da Lo Stato Sociale", che si mette a ballare in piccionaia con te e sa quando dire "questa è la tua canzone". I concerti sono sempre belli, ma quando a fianco avete un'Amica, è meglio.
"Ancora ci si ostina a credere che Milano è una città dove mancano i colori".
Non riesco a capire come mai molte delle persone intorno a me si ostinano a dirmi che “Milano è una città grigia” e, ancora di più, non capisco come non comprendano che non è vero. Io, ogni volta che mi viene detto questo, alzo gli occhi al cielo, perché so che per spiegarlo dovrei potergli far vedere Milano coi miei occhi, farla vivere come la vivo io ogni volta che vado, e forse allora vedrebbero anche loro i colori di Milano.
Milano ha il suo modo di essere colorata, anche se escludessimo il verde degli alberi. E’ colorata a modo suo, forse in modo pacato e non da colori ostentati come l'azzurro del mare in un giorno di sole. Milano ha il suo colore in quella casetta lilla semi nascosta che vedo ogni volta che il mio treno si appresta ad arrivare in stazione centrale, casa lilla che confina con un'altra casa colorata, ma questa è di un celeste scuro bello accesso che non si può non vedere. Milano ha i suoi colori nei cartelloni pubblicitari, nelle grandi insegne sui palazzi - palazzi così alti da ostentare la loro ambizione di voler raggiungere il cielo - e i colori sono anche nelle grandi vetrate che riflettono quello che hanno intorno; ha i suoi colori nei tram, nel giardino verticale, nei murales e in tutte quelle cose che a volte si danno per scontate. Milano ha i suoi colori nelle persone che vanno di fretta - quelle persone che di solito vedo e mi domando “chissà dove vanno così di corsa” -, nei turisti e nei loro diversi dialetti o nelle loro diverse lingue, nella gente di passaggio. Milano ha i suoi colori nella maestosità del Duomo che ti saluta appena esci dalla metropolitana - ed è, ogni volta, uno spettacolo mozzafiato - come li ha nell'oro della Madonnina che brilla nelle giornate di sole e come ha i suoi colori nelle vetrine dei negozi, nelle bandiere degli alberghi e dei consolati. Milano ha i suoi colori nei fiori di un venditore che sta all'angolo di una piazza, uno di quelli che ha il negozio in un baracchino e i fuori ha un sacco di fiori variopinti, uno di quelli che non si vedono quasi più neanche nei piccoli paesi se non fuori dai cimiteri; ha i suoi colori nel bianco, nel nero e nel rosso dei murales ai Giardini delle culture, come ha colore nei bicchieri take away per il caffè.
Milano ostenta tante cose, ma non i suoi colori, che però, invece, sono tanti e belli che neanche riesci a elencarli tutti. Milano i suoi colori se li tiene per sé e per chi li vuole vedere, ma poi ci sono volte che i colori sono impossibili da non vedere, come il tramonto che mi ha accolto alle otto di sera di un giovedì qualunque e che sul balcone di un'amica mi ha tolto il fiato più di ventitré anni di tramonti in riva al mare. E i colori di quel tramonto sono anche quelli che do ai sorrisi delle amiche, delle risate fatte senza preoccuparsi del “sto ridendo troppo per una cosa stupida”; sono i colori che do anche alle persone che non so se rivedrò sia quelle che incontri per caso e per qualche ragione ti fanno sorridere sia quelle con cui spendi qualche ora del tuo tempo. Sono i colori che do ai concerti, alle bevute in compagnia, alle sigarette fumate a tarda serata al freddo, ai tè bevuti in tazze belle, alla metropolitana sbagliata, sono quei colori che Milano mi regala e che si rispecchiano nei miei sorrisi, nelle mie giornate spensierate in cui non devo più preoccuparmi di limitare me stessa, ma anzi posato esserlo a piena e, soprattutto, si riflettono in quella tranquillità che mi dona ogni volta, anche quando il periodo non è dei migliori per nessuno. Milano è piena di colori, ma bisogna saperli vedere.
Milano ha il suo modo di essere colorata, anche se escludessimo il verde degli alberi. E’ colorata a modo suo, forse in modo pacato e non da colori ostentati come l'azzurro del mare in un giorno di sole. Milano ha il suo colore in quella casetta lilla semi nascosta che vedo ogni volta che il mio treno si appresta ad arrivare in stazione centrale, casa lilla che confina con un'altra casa colorata, ma questa è di un celeste scuro bello accesso che non si può non vedere. Milano ha i suoi colori nei cartelloni pubblicitari, nelle grandi insegne sui palazzi - palazzi così alti da ostentare la loro ambizione di voler raggiungere il cielo - e i colori sono anche nelle grandi vetrate che riflettono quello che hanno intorno; ha i suoi colori nei tram, nel giardino verticale, nei murales e in tutte quelle cose che a volte si danno per scontate. Milano ha i suoi colori nelle persone che vanno di fretta - quelle persone che di solito vedo e mi domando “chissà dove vanno così di corsa” -, nei turisti e nei loro diversi dialetti o nelle loro diverse lingue, nella gente di passaggio. Milano ha i suoi colori nella maestosità del Duomo che ti saluta appena esci dalla metropolitana - ed è, ogni volta, uno spettacolo mozzafiato - come li ha nell'oro della Madonnina che brilla nelle giornate di sole e come ha i suoi colori nelle vetrine dei negozi, nelle bandiere degli alberghi e dei consolati. Milano ha i suoi colori nei fiori di un venditore che sta all'angolo di una piazza, uno di quelli che ha il negozio in un baracchino e i fuori ha un sacco di fiori variopinti, uno di quelli che non si vedono quasi più neanche nei piccoli paesi se non fuori dai cimiteri; ha i suoi colori nel bianco, nel nero e nel rosso dei murales ai Giardini delle culture, come ha colore nei bicchieri take away per il caffè.
Milano ostenta tante cose, ma non i suoi colori, che però, invece, sono tanti e belli che neanche riesci a elencarli tutti. Milano i suoi colori se li tiene per sé e per chi li vuole vedere, ma poi ci sono volte che i colori sono impossibili da non vedere, come il tramonto che mi ha accolto alle otto di sera di un giovedì qualunque e che sul balcone di un'amica mi ha tolto il fiato più di ventitré anni di tramonti in riva al mare. E i colori di quel tramonto sono anche quelli che do ai sorrisi delle amiche, delle risate fatte senza preoccuparsi del “sto ridendo troppo per una cosa stupida”; sono i colori che do anche alle persone che non so se rivedrò sia quelle che incontri per caso e per qualche ragione ti fanno sorridere sia quelle con cui spendi qualche ora del tuo tempo. Sono i colori che do ai concerti, alle bevute in compagnia, alle sigarette fumate a tarda serata al freddo, ai tè bevuti in tazze belle, alla metropolitana sbagliata, sono quei colori che Milano mi regala e che si rispecchiano nei miei sorrisi, nelle mie giornate spensierate in cui non devo più preoccuparmi di limitare me stessa, ma anzi posato esserlo a piena e, soprattutto, si riflettono in quella tranquillità che mi dona ogni volta, anche quando il periodo non è dei migliori per nessuno. Milano è piena di colori, ma bisogna saperli vedere.
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| Se Milano mi accoglie così, io come faccio a non esserne innamorata? |
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| "se la Madonnina muore nasce un fiore" |
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| Giardini delle culture. |
lunedì 3 aprile 2017
Lunedì ho un esame, non sono minimamente preparata.
Questo semestre sto facendo fatica ad andare a lezione, perché ci sono mattine che l'ansia mi schiaccia così tanto che non ho né la voglia né la forza di alzarmi da letto.
Ci sono un po' di cose che non vanno bene, che mi preoccupano, ma mi sento in un equilibrio così precario che anche solo scriverne potrebbe farmi crollare in mille pezzi.
Sento che sto cadendo in uno dei miei periodi di chiusura, che alzo i muri, tengo tutti fuori, allontano tutti. E ho paura che questa volta non sarò poi in grado di far ri-avvicinare le persone.
Sono stressata, sono stanca. Vorrei solo risvegliarmi tra vent'anni.
Questo semestre sto facendo fatica ad andare a lezione, perché ci sono mattine che l'ansia mi schiaccia così tanto che non ho né la voglia né la forza di alzarmi da letto.
Ci sono un po' di cose che non vanno bene, che mi preoccupano, ma mi sento in un equilibrio così precario che anche solo scriverne potrebbe farmi crollare in mille pezzi.
Sento che sto cadendo in uno dei miei periodi di chiusura, che alzo i muri, tengo tutti fuori, allontano tutti. E ho paura che questa volta non sarò poi in grado di far ri-avvicinare le persone.
Sono stressata, sono stanca. Vorrei solo risvegliarmi tra vent'anni.
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